L’alta istruzione commerciale a Torino

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 02/08/1899

L’alta istruzione commerciale a Torino

«La Stampa», 2 agosto 1899

 

 

 

Da parecchio tempo si sta parlando a Torino della convenienza di fondare una Scuola superiore di commercio. La Camera di commercio di Torino si è, sembra, occupata della cosa, quantunque finora soltanto in via informativa e preliminare.

 

 

Siccome il progetto interessa grandemente la nostra città, crediamo opportuno di fare a questo proposito alcune considerazioni.

 

 

Certo Torino deve la sua prosperità attuale e la sua alta posizione intellettuale ed economica a due fattori principali:

 

 

1)    l’industria ed i commerci, che hanno rimarginato le ferite prodotte dal trasporto della capitale, e la cui potenzialità si è così splendidamente rivelata l’anno scorso coll’Esposizione Nazionale;

 

2)    gli istituti di cultura, che hanno reso Torino uno dei primi centri d’istruzione d’Europa, dove traggono a conoscere le verità scientifiche migliaia e migliaia di studenti.

 

 

Tutti coloro che hanno a cuore l’avvenire della città nostra devono proporsi l’intento precipuo di rafforzare viemmeglio la vita industriale e commerciale e di elevare il livello dell’alta istruzione, che dà ora fama a Torino, ed a ragione, di una delle più intellettuali città d’Italia. Ogni spesa che venisse fatta per raggiungere questi scopi non dovrebbe sembrare esorbitante, perché si sarebbe sicuri di vederla compensata ad usura da un aumento della ricchezza materiale e morale dei torinesi. Però quando si vuole spendere è necessario spendere bene. I sacrifici sostenuti in occasione dell’Esposizione furono provvidi, perché si seppero oculatamente scegliere quei mezzi che meglio potevano condurre ad un utile risultato economico.

 

 

I sacrifici che si vorrebbero sostenere per l’alta istruzione commerciale a Torino sono essi tali da far sperare nel fecondo risveglio delle capacità direttive ed organizzatrici nel commercio e nell’industria torinesi? Molto dipenderà dal modo con cui le spese verranno fatte. Torino ha speso centinaia di migliaia di lire e milioni per gli edifici universitari del Valentino. Siamo lietissimi che la nostra città sia una delle prime del mondo per gli edifici della Facoltà medica; ma francamente dobbiamo riconoscere che quei quattrini si sarebbero potuti spendere con maggior profitto dell’istruzione, ove si avesse avuto di mira meno l’apparenza e più la sostanza. Un po’ meno di lusso ed un po’ più di praticità nell’arredamento e nella disposizione dei gabinetti e dei laboratori avrebbero giovato maggiormente alla causa dell’istruzione universitaria.

 

 

Anche rispetto alla proposta Scuola superiore di commercio dobbiamo ripetere i medesimi concetti: non importa l’apparenza, bisogna guardare alla sostanza della cosa. Se Torino vuole avere una vera Scuola superiore di commercio, e non un aborto di scuola, deve prepararsi a spendere ogni anno dalle 70 alle 100 mila lire, senza calcolare le spese di impianto.

 

 

Un direttore buono non lo si trova facilmente anche a pagarlo bene; e non saranno poche le difficoltà che la Facoltà commerciale di Milano, istituita dal Bocconi, dovrà superare per ottenere un direttore capace sotto tutti gli aspetti, per conoscenze scientifiche e abilità organizzatrice.

 

 

I professori buoni di diritto, economia, pratica commerciale, ragioneria, finanza, merceologia, lingue, ecc., non sono molto abbondanti in Italia, quantunque siano molti gli economisti i giuristi ed i ragionieri a spasso; e se si vorranno avere buoni, converrà pagarli bene.

 

 

Altrimenti si avranno direttori e professori inetti, noncuranti della scuola, che attenderanno solo a riscuotere lo stipendio alla fine del mese. Ora, pare a noi che Torino farebbe una vera pazzia se volesse spendere ogni anno 70-100 mila lire per una Scuola superiore di commercio. Farebbe male, se, spendendo poco, si contentasse di una scuola-farsa; ma farebbe male del pari se volesse creare davvero una nuova scuola di commercio.

 

 

Di questa non se ne vede assolutamente la necessità. In Italia esistono già tre Scuole superiori di commercio: a Genova, a Bari, a Venezia. La Scuola di Bari langue per scarsità di scolari; quella di Venezia si è convertita, per mancanza di scolari che vogliano fare i commercianti, in una fucina di professori di computisteria, ragioneria, lingue, ecc., per le scuole e gli istituti tecnici.

 

 

La Scuola di Genova ha conservato meglio il suo carattere professionale, ma non ha vita rigogliosa. Ultima venuta sorgerà l’anno scolastico prossimo, ossia in ottobre, la Facoltà commerciale di Milano. Impiantata con un dono cospicuo, fornita di tutte le comodità scientifiche e tecniche, essa va alla cerca di un direttore che sia il non plus ultra dei direttori e muoverà una concorrenza terribile alle tre antiche Scuole che, come abbiamo veduto, non si trovano in condizioni troppo buone per lottare.

 

 

In condizioni simili, conviene a Torino creare una quinta Scuola commerciale superiore, a poca distanza da Genova e da Milano, spendendo un mucchio di quattrini, coll’unico risultato di popolare un qualche grandioso locale di uscieri, segretari e professori?

 

 

Il giovane torinese che ha veramente desiderio di acquistare una buona istruzione commerciale, che lo ponga in grado di dirigere una grande azienda industriale, bancaria o commerciale, può benissimo scomodarsi per tre anni ed andare a vivere a Milano o Genova. Sarà anzi meglio, perché così il suo orizzonte si allargherà venendo a conoscenza dei sistemi adottati dai ceti commerciali di due città così fiorenti.

 

 

Quanto agli altri, ossia ai giovani che vogliono mettersi in grado di dirigere aziende medie e di esercitare funzioni subordinate in una grande azienda, ed agli adulti che vogliono rafforzare scientificamente le nozioni acquistate nella pratica della vita, una Scuola superiore di commercio sarebbe perfettamente inutile.

 

 

A Torino abbiamo già istituzioni che possono fornire quel grado di cultura e la fornirebbero ancora meglio ove fossero meglio sorrette dagli enti locali e dall’opinione pubblica.

 

 

Non c’è vezzo peggiore in una città di quello di volere scimmiottare tutto ciò che si fa nelle altre città. Ognuna di esse ha le proprie tradizioni e trova convenienza a sviluppare quegli istituti che in essa spontaneamente si sono sviluppati ed hanno dato prova di vitalità.

 

 

Sarebbe strano che Torino volesse fondare una Scuola superiore commerciale per il motivo che Milano sta fondandone una. Tanto varrebbe volere costruire un Palazzo Vecchio ed un Palazzo dei Dogi nella nostra città soltanto perché Firenze e Venezia ne vanno orgogliose.

 

 

 

Torino per istituti superiori e medi di istruzione non è inferiore ed anzi è superiore alle altre città italiane, compresa Milano. Perché volere fondare un nuovo istituto, che sarebbe nato-morto, come abbiamo dimostrato, e darebbe risultati sproporzionatamente inferiori alla spesa, mentre con un costo leggerissimo si potrebbero mettere in grado istituti esistenti e fiorenti di fornirci tutti quei servigi di cui abbiamo effettivamente bisogno?

 

 

A Torino abbiamo il torto spesso di ignorare noi stessi ed i nostri meriti, di non conoscere le istituzioni che più ci fanno onore. Un’altra volta enumereremo alcuni fra gli istituti attuali i quali potrebbero giovare alla diffusione della istruzione commerciale, ove fossero più largamente appoggiati.

 

 

Crederemmo di venir meno al nostro dovere di pubblicisti se non segnalassimo il pericolo sia pur lontano, di spese infruttuose ed ingenti a cui andiamo incontro per raggiungere un intento che può ottenersi egualmente bene con una spesa molto minore, e se non prevenissimo una certa, inevitabile delusione.

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