L’altro sofisma

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/10/1947

L’altro sofisma

«Corriere della Sera», 26 ottobre 1947

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 340-345

Alfredo Lisdero, Luigi Einaudi, el hombre, el científico, el estadista, Asociacíon Dante Alighieri, Buenos Aires, 1965, pp. 91-97[1]

 

 

 

 

I sofismi in materia di moneta sono come le ciliege, che una tira l’altra ed il gusto di mangiarne cresce più se ne mangia. L’altro giorno discorsi del sofisma della “produzione”, il quale, mutando i termini del problema: chi reca al mercato merci, attira a se stesso altre merci, fra le quali, se a lui conviene, anche la merce oro, dice: chi reca al mercato pezzetti di carta, chiamati biglietti o moneta bancaria, incoraggia o provoca la produzione di merci, laddove si sarebbe dovuto dire: attira a se stesso la merce che sarebbe spettata ad altri, senza aumentare di un etto il prodotto sociale totale. Stavolta si discorre di un altro sofisma, che si potrebbe chiamare della “proporzionalità susseguente”. I pseudo ragionatori dicono: «La quantità di moneta circolante è aumentata, a un dipresso, trenta volte, ma i prezzi delle cose e dei servigi sono aumentati, pure a un grande incirca, di cinquanta volte. È evidente lo squilibrio e sono evidentissimi i suoi danni. Industriali, agricoltori e commercianti devono spendere in media cinquanta volte più di prima per gli impianti, i macchinari, le materie prime, i combustibili, i salari, ecc. ecc., e dispongono solo di trenta volte più in circolante monetario. Mancano i biglietti per far girare la macchina produttiva. Aumentate anche la circolazione da 30 a 50 volte; non abbiate paura di crescerla da 640 a l000 miliardi di lire. Voi non avrete in questa maniera fatto dell’inflazione; avrete semplicemente ristabilito l’equilibrio di prima. Gli industriali ricevendo a titolo di sconti e di sovvenzioni 50 volte la moneta che ricevevano prima, saranno in grado di far fronte a 50 volte la spesa di materie prime, combustibili, rinnovamento macchinari, interessi, salari, ecc. ecc. Ristabilita così la loro tranquillità d’animo, non più assillati dalla necessità di procacciarsi affannosamente il denaro per far fronte alle esigenze quotidiane dell’azienda, le ruote della produzione ricominceranno a girare; gli operai lavoreranno, i prodotti saranno esportati, si otterrà valuta per acquistare grano, carbone, olii minerali, cotone, ecc.».

 

 

Il quadro è bellissimo; e sarebbe davvero un imperdonabile delitto rifiutare l’avvento del migliore dei mondi se a ciò bastasse una iniezione di carta moneta. Purtroppo, la esperienza di ogni giorno ci dimostra cosa accade ad occasione delle iniezioni di carta moneta sul mercato. Quel che taluno propone accade già e la sola differenza fra le proposte ed i fatti quotidiani è la seguente: che oggi la quantità della carta moneta cresce in conseguenza e dopo l’aumento dei prezzi, senza che ciò si faccia a bell’apposta; laddove i medici monetaristi vorrebbero che si anticipasse volontariamente, consapevolmente una fase di un processo a catena, nel quale non si sa bene che cosa sia il prima e che cosa sia il dopo. Non indaghiamo storicamente che cosa sia accaduto nel 1944, nel 1945 e nel 1946. La faccenda ha avuto aspetti diversi e talvolta prima venne la moneta e poi seguirono i prezzi; talaltra viceversa. Quando gli alleati scesero in Sicilia e poi avanzarono in Italia, sembra esatto dire che prima venne la cateratta delle am-lire e poi venne l’aumento dei prezzi; e pare altresì esatto dire che prima vennero gli 8 ed i 10 ed i 12 miliardi di lire di biglietti nuovi consegnati, ogni mese, per comando di Mussolini, dalle officine al nord della Banca d’Italia ai tedeschi, poi venne la splendida da parte di costoro e di qui seguì l’aumento dei prezzi.

 

 

Oggi, la successione cronologica e logica dei fatti è diversa. Non c’è nessuna Banca d’Italia la quale, piazzatasi sul mercato, inviti il colto pubblico e l’inclita guarnigione a venire alla raccolta dei biglietti. Oggi nessuno offre inizialmente biglietti nuovi a chi ne abbia bisogno ed offra garanzie sufficienti di rimborso. Il processo è inverso ed è di nuovo quello che un quarto di secolo fa, dopo l’altra guerra, mi descriveva Bonaldo Stringher, primo ad avere il titolo di governatore della Banca d’Italia: «Io non do via biglietti per il gusto di darli via. Aspetto di darli a chi ha il diritto di chiederli; e se i diritti si riferiscono a cifre più grosse di prima, purtroppo a me tocca di stampare e di dar via quantità maggiori di biglietti». Se, ad esempio, ogni mese lo stato usa pagare ai suoi impiegati, operai, pensionati civili, militari e di guerra, assistiti, ecc. ecc. 20 miliardi di lire ed a ciò bastano, per ipotesi benedetta, le sue entrate; ma ad un certo momento accade di dover pagare una tredicesima mensilità o di dover crescere stipendi, salari e pensioni di un decimo, i pagamenti si devono ugualmente e puntualmente fare, nonostante che dall’altra parte del conto tenuto dalla tesoreria Banca d’Italia le imposte o i buoni del tesoro non gittino abbastanza. La Banca d’Italia paga i 20 miliardi della tredicesima mensilità con biglietti nuovi ed addebita il tesoro di altrettanto.

 

 

Ecco una causa o se non una causa un fatto primo da cui deriva l’aumento della circolazione. Nel campo privato, il giro è un po’ più lungo, ma non perciò meno efficace. L’industriale ha bisogno di più biglietti per fare le paghe, per comprare il carbone od il cotone od il ferro, o le macchine ordinate un anno fa? Prima dà fondo al suo conto attivo in banca; poi chiede alla sua banca di sovvenirlo, con sconto di cambiali od affidamenti in conto corrente. A sua volta la banca provvede a fornire denaro ai clienti, ricorrendo prima ai denari che i suoi affezionati depositanti le hanno affidato; e poi, se questi non bastano, ritirando parte dei depositi che essa aveva presso il tesoro e l’istituto di emissione. Durante la guerra e nei primi tempi susseguenti, 1945 e parte del 1946, tutte le banche, non sapendo o non volendo impiegarli direttamente, usarono riversare parte dei depositi nelle casse del tesoro – sovratutto attraverso l’intermediario della Banca d’Italia -; e ciò fu cosa da esse desideratissima perché, in tempi di assenza di impieghi remunerativi, ne ricevevano un frutto dal 3 al 4,50 per cento. Ma nella seconda metà del 1946 e nel 1947, offrendosi sempre più facili occasioni di impiego nelle industrie, le banche ritirarono parte dei depositi fatti presso l’istituto di emissione; e, non bastando i ritiri, portarono, cosa mai più vista da anni, salvo che per i risconti degli ammassi grano, carta al risconto della Banca d’Italia. Per una via e per l’altra, le banche chiesero biglietti alla Banca d’Italia e costrinsero questa ad aumentare la circolazione. Se i biglietti aumentarono dal febbraio al maggio (ambi inclusi) di circa 61 miliardi e dal giugno al settembre di circa 111 miliardi, ciò non accadde per il gusto di stampare e cacciar fuori biglietti; ma perché taluni, stato o industriali premuti dalla necessità di spendere di più per l’aumento dei salari e dei prezzi, ritirarono denari propri o si procacciarono, con sovvenzioni, diritti a ritirare denari altrui; e queste domande finirono per gravare sull’istituto di emissione.

 

 

Sembra dunque abbastanza certo che oggi il prius non siano i biglietti, ma i salari ed i prezzi. Crescono salari e prezzi e quindi o, se non si vuole usare il quindi, dopo cresce la circolazione. La cosidetta restrizione del credito non è altro se non un tentativo di frenare la velocità del giro della spirale che dall’uno all’altro fatto, dal fatto aumento dei prezzi e dei salari al fatto aumento della circolazione, porta all’annientamento del valore della lira. La cosidetta restrizione dice una cosa modestissima: «Voialtre banche ponete un limite ai ritiri di fondi dal tesoro e dall’istituto di emissione, e scegliete oculatamente la carta da portare al risconto; eliminate, sfrondate il superfluo, così da ridurre la velocità del movimento che, se fosse lasciato libero, ci spingerebbe verso l’abisso».

 

 

Che cosa vogliono i sofisti della “proporzionalità susseguente”? Poiché oggi i prezzi ed i salari crescenti o cresciuti spingono all’aumento della circolazione ed alla loro volta i biglietti cresciuti consolidano ed inaspriscono gli aumenti avvenuti nei prezzi e nei salari, rovesciamo l’ordine attuale degli accadimenti e ritorniamo all’epoca delle am-lire e dei tedeschi nell’alta Italia. Invece di contemplare una Banca d’Italia che, riluttante, deve consegnare lire a chi ha acquistato il diritto di chiederle, invitiamo la Banca d’Italia a portarsi in piazza ed a suon di tamburo invitare il colto e l’inclita, ossia gli industriali a venire alla cerca di biglietti nuovi. Se questa non è roba da matti, io non so davvero dove stia di casa il manicomio. In un momento nel quale il processo inflazionistico opera da sé, e fa d’uopo mettere in opera tutti i freni – e quelli sin qui usati sono morbidissimi ed è sperabile possono rimanere tali, per la relativa tempestività dell’azione – per rallentarlo ed arrestarlo, si viene invece freschi freschi a dire: «Invece di freni, adoperate l’acceleratore; invece di limitare la domanda altrui di biglietti nuovi, offritene voi per correre dietro all’aumento dei prezzi».

 

 

Vanissima illusione questa di aumentare i biglietti, ossia in genere i mezzi di pagamento, nella speranza di raggiungere prezzi. Se, mentre la circolazione aumentava da 1 a 30, i prezzi aumentavano da 1 a 50 ciò non accadde senza qualche buona ragione. Sovratutto, la roba da far circolare, le merci e le derrate le quali sono le cose raffigurate nei prezzi, scemarono in quantità. Se 300 lire di biglietti si applicano a 6 unità di merci invece che 10 lire a 10 unità, è facile il calcolo. Prima c’erano 10 lire contro 10 unità di merce; e quindi ogni unità di merce valeva 1 lira; dopo ci sono 300 lire (30 volte 10) contro 6 unità di merce, quindi ogni unità di merce vale 50 lire (50 volte 1). Se ora le lire, per iniezione voluta di biglietti, aumentassero ulteriormente da 300 a 500 e le merci e derrate restassero 6 – ed ho cercato di far vedere nell’articolo precedente che solo per miracolo miracoloso l’incremento dei biglietti riesce ad aumentare la produzione è evidente che i prezzi aumenterebbero nel rapporto di 500 a 6, ossia a circa 80. Questo processo si è verificato in Germania ed in Austria e si chiama inflazione galoppante. Vogliamo noi che il processo si ripeta in Italia? A parole, tutti rispondiamo di no. Non pochi dicono di no ad alta voce, ma con ugual vigoria di parole, applicate ai disgraziati operai disoccupati e fabbriche chiuse, vogliono il si. È necessario perciò che siano smascherati i sofismi, con i quali coloro i quali vogliono il si e cioè vogliono la dissoluzione del paese, fingono di far coro con la brava gente che ha orrore dell’inflazione galoppante.



[1] Tradotto in spagnolo con il titolo El otro sofisma [ndr].

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