L’alzamento della moneta

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 15/04/1945

L’alzamento della moneta

«Risorgimento liberale», 15 aprile 1945

 

 

 

Alessandro Manzoni ha descritto luminosamente l’effetto che produrrebbe l’inflazione cartacea se essa agisse immediatamente e contemporaneamente e uniformemente su tutti i campi dell’attività economica. Nell’immortale romanzo così è descritto l’atteggiamento della folla all’arrivo del gran cancelliere Ferrer nella strada dinnanzi alla casa dello sventurato vicario di provvisione:

 

 

«E tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella parte donde s’annunziava l’inaspettato arrivo. Alzandosi tutti, vedevano né più né meno che se fossero stati tutti con le piante in terra; ma tant’è, tutti s’alzavano».

 

 

Così è di quel fatto che i nostri vecchi chiamavano appunto «alzamento» delle monete e che oggi si chiama «inflazione». Se cresce la quantità dei biglietti emessi e circolanti, non perciò cresce la quantità delle merci, delle derrate e dei servizi da far circolare a mezzo di quei biglietti. La quantità delle cose restando invariata, il crescere del numero dei biglietti fa sì che si alzi il «nome» monetario di ogni singola cosa. Quel chilogrammo di pane che si chiamava nel 1914 col nome di 50 centesimi, si chiamò nel 1938, innanzi alla nuova guerra, 2 lire e poi 5 lire e poi 18 lire. Quel vestito di pura lana, che prima dell’altra guerra aveva nome di 80 lire, si chiamò 1000 lire nel 1938 ed ora è conosciuto col titolo di 30 e 40 mila lire.

 

 

Se tutte le cose e tutti i servizi avessero simultaneamente e proporzionalmente cambiato nome monetario, il mutamento sarebbe stato soltanto un pò comico, ma lo dovremmo dire innocente. Ci riempiremo la bocca di cifre grosse. Tutti milionari e tutti gran spenditori. Chi guadagnava 500 lire al mese, ne guadagnerebbe ora 50 mila, ma dove spendeva 500, oggi spenderebbe 50 mila.

 

 

Purtroppo, nella realtà economico e sociale non si avvera quel che Manzoni osserva a proposito della folla che si alza in punta di piedi per veder meglio. C’è chi resta colle piante attaccate alla terra e sono i percettori di redditi fissi, i pensionati privati, coloro che hanno redditi vincolati. Costoro avevano 100 di reddito e, restando con lo stesso reddito, fanno la fame, con i prezzi moltiplicati per dieci, per venti, per cinquanta. All’altro estremo, c’è chi si fa issare sulle spalle altrui o si arrampica sui monumenti o sui tetti, per veder meglio. Costoro sono i borsari neri od i commercianti improvvisati che ad ogni giro di merce guadagnano grosse percentuali di profitto. In mezzo stanno coloro che hanno bensì redditi aumentati, ma taluni meno e taluni più dell’aumento medio dei prezzi. I primi perdono ed i secondi guadagnano; ma tutti si lamentano: i primi a ragione ed i secondi perché invidiosi di coloro che guadagnano di più e timorosi di vedersi portato via quel che hanno guadagnato.

 

 

Questa è la tragedia sociale nella quale viviamo. La stessa tragedia fu una e forse non la minore tra le cause che hanno dopo l’altra guerra portato al fascismo ed al nazismo. La inflazione, l’«alzamento» della moneta è la causa di malcontento sociale, di lotta fratricida.

 

 

Gridare contro chi riesce ad issarsi sulle spalle altrui o ad arrampicarsi, per veder meglio, sui monumenti o sui cornicioni serve a dar sfogo al malcontento; ma non guarisce il male. È come mettere un empiastro su una gamba di legno. Per guarire il male bisogna tagliarlo alla radice: combattere non i sintomi e gli effetti ma la causa del male. Perciò lo stato ha il dovere di porre un termine al processo di stampa dei biglietti che conduce alla rovina della società.

 

 

Invece di far fronte alle sue spese con la stampa di nuovi biglietti, deve fare tutto il possibile per ritirare i biglietti vecchi e pagare con essi le sue spese correnti e la ricostruzione. Li deve ritirare con la forza delle imposte, ovvero con la buona garanzia dei prestiti. Siccome le spese sono tante, bisogna ricorrere ad amendue le maniere. Sottoscrivere al prestito significa dare allo stato i mezzi di cui ha bisogno, senza obbligarlo a stampare nuovi biglietti; vuol dire contribuire a mettere un fermo al processo a spira che spinge i prezzi all’insù, e dietro i prezzi i salari, e in conseguenza dell’aumento dei salari di nuovo i prezzi, all’infinito.

 

 

La spirale dei prezzi crescenti vuol dire distruzione dei ceti medi, moltiplicazione dei ceti speculatori e distruttori. Incertezza dell’avvenire ed infine l’abisso senza fondo della lotta di tutti contro tutti, il caos sociale.

 

 

Chi, potendo darli, tiene per sé i biglietti ed obbliga lo stato a stamparne dei nuovi, opera a proprio danno: scema il pregio dei biglietti che conserva e, per tentare di sfuggire ad imposte immaginate maggiori del vero, si assoggetta ad un’imposta certissima e crescente: quella che consiste nella diminuzione della potenza d’acquisto della moneta pur gelosamente conservata. Il cittadino spera invano di salvarsi se il vascello dello stato si inabissa; fa d’uopo che tutti mettano mano alle pompe e prosciughino la casa comune dalla fiumana cartacea la quale minaccia di sommergerla.

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