L’annata economica

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 31/12/1899

L’annata economica

«La Stampa», 31 dicembre 1899

 

 

 

L’anno che si è ora chiuso rimarrà ricordato come il punto di transizione da un periodo ad un altro nella storia economica d’Italia. è innegabile che in quest’anno si è verificata una certa mutazione nello stato economico del Paese e molti indizi vi sono per ritenere che la mutazione debba diventare ognora più accentuata. Siamo appena usciti da un periodo di lunga depressione e già si manifestano i segni forieri di un periodo di nuovo rigoglio, emulo, è da sperarsi, nel bene e non nel male del periodo prospero che corse dal 1880 al 1887. Sembra che nel 1899 il movimento commerciale di importazione e di esportazione supererà il movimento di tutti gli anni successivi al 1887 e si avvicinerà alle cifre di questo che fu l’anno della massima espansione commerciale nostra.

 

 

È inutile ricordare ai lettori dei giornali che anche in altri campi della vita economica si verificò un analogo risveglio. Non mai come in quest’anno la rubrica Borse e Commercio abbondò in comunicati di nuove Società bancarie, industriali, commerciali, agricole che si stavano formando, o di vecchie società che accrescevano il proprio capitale o si trasformavano da società in nome collettivo in società anonime.

 

 

L’Esposizione di Como, come già quella di Torino nel 1898, segnalò i grandissimi progressi delle industrie nazionali, e parecchie vittorie in aste mondiali dimostrarono che i nostri industriali sanno oramai lottare contro la concorrenza estera sul mercato internazionale. Ma pur troppo tutto questo mirabile rifiorire delle libere iniziative individuali nel nostro paese è tenuto compresso dall’azione di quell’organo che dovrebbe essere invece il primo a creare ed a conservare quelle condizioni senza di cui è impossibile sperare possano gli individui spingere al più alto grado possibile la loro operosità. Vogliamo accennare allo Stato.

 

 

È certo che l’Italia ha compiuto dopo la sua unificazione degli enormi progressi, superiori a quelli di molti Stati d’Europa. Ma la cosa più mirabile si è che questi progressi si siano potuti compiere malgrado l’esistenza di uno dei sistemi tributari ed economici di Governo fra i peggiori che esistano al mondo.

 

 

L’Italia ha dovuto, è vero, sobbarcarsi alle spese, per necessità grandissime, della propria unificazione nazionale; e molto va perdonato per questo motivo ai suoi governanti se non seppero finora compiere grandi cose sulla via delle riforme tributarie ed economiche. Oramai però ogni indugio diventa nocivo, perché le condizioni del paese permettono che si inizino quelle riforme che alcuni anni fa sarebbero parse inattuabili. Tanto più l’indugio diventa nocivo quando si pensa che il compito primo dello Stato nel momento attuale potrebbe limitarsi a togliere le cagioni del male, ossia ad un’opera negativa, che è sempre più facile dell’opera positiva.

 

 

Una parte dell’opinione pubblica italiana ha cominciato a capire questo; e qua e là sono sorte delle Leghe di contribuenti e si sono fatte delle agitazioni contro le imposte nuove ed i rincrudimenti delle imposte vecchie. I contribuenti hanno detto al Governo: alto là, noi non ci rifiutiamo, come è nostro dovere, a pagare le imposte esistenti, ma non vogliamo che si facciano nuove spese o che ci si imponga un centesimo nuovo di tasse. Questo hanno detto a Governi ed a Comuni i contribuenti delle principali città d’Italia ed anche di Torino.

 

 

Senonché il Governo, se non vuole vedersi costretto ad aumentare le imposte, deve decidersi a ridurre alcune spese e deve abbandonare quel sistema di protezione ad alcuni produttori, che costituisce una delle più pericolose magagne della nostra politica economica. L’anno 1899 sotto questo rispetto è pure foriero di nuove e più radicali riforme.

 

 

Quando si approvarono le leggi sulla marina mercantile si era fatto credere che lo Stato ne avrebbe avuto un beneficio di qualche milione; ed invece si vide ora che il gravame per il bilancio dello Stato sarebbe stato in definitiva di 330 milioni di lire. Sarebbero stati, cioè, 330 milioni di lire tolti dalle tasche dei contribuenti e trasferiti a quelle dei costruttori di navi. Il salasso era troppo forte perché non facesse strillare i pazienti e non dovesse costringere il Governo a proporre provvedimenti per ridurre la protezione largita alla marina mercantile. Lo stesso si diceva degli zuccheri.

 

 

Sotto il solito pretesto di giovare ad un’industria che avrebbe reso grandissimi servigi all’agricoltura nazionale, si era giunti ad un punto che i consumatori avrebbero continuato a pagare lo zucchero caro come adesso ed il Governo avrebbe sopportato una perdita di qualche decina di milioni, andati ad ingrossare i profitti delle raffinerie. A questo punto il Governo dovette intervenire per proporre di ridurre la protezione alle raffinerie. Il contribuente non proverà alcun danno dell’aumento della tassa interna di fabbricazione e verrà sottratto al pericolo di dover pagare nuove imposte per riempire i vuoti che sarebbero stati cagionati dalla diminuzione del gettito della tassa sugli zuccheri. Ma è chiaro che le cose non si possono fermare lì. La gente ha cominciato nel 1899 ad aprire gli occhi; essa è stata ammaestrata dal suo stesso Governo intorno ai danni che all’erario ed al benessere nazionale arrecano i sistemi di protezione accordata ad alcuni produttori. L’opinione pubblica ha già cominciato ad apprezzare i vantaggi finora parziali dei riattivati scambi fra la Francia e l’Italia in seguito al nuovo trattato di commercio. Non è supponibile che l’opinione pubblica, così sinceramente addottrinata dall’esperienza dei fatti, voglia arrestarsi sulla via su cui il Governo si è inoltrato finora con tanta timidità.

 

 

Siamo al principio della fine del protezionismo italiano. Oramai, neanche per il grosso pubblico, rimane alcun motivo per continuare a dare ad altre industrie quella protezione che il Governo sembra deciso a negare alla marina mercantile ed alle fabbriche di zucchero, e perché non si debba estendere ad altri paesi quel sistema di riduzioni di dazi che è sembrato buono nei rapporti colla Francia.

 

 

Già il Brasile reclama riduzioni di dazi sul caffè e su altre derrate, e minaccia, in caso di rifiuto, di usare rappresaglie che sarebbero perniciose all’Italia. Tutto sembra indicare dunque che l’anno nuovo segnerà altri progressi nell’economia del nostro Paese e che lo Statoitaliano dovrà acconciarsi a permettere che questi progressi si compiano, favorendoli coll’unico mezzo che è a sua disposizione: l’abolizione, cioè, di quei vincoli vessatori insiti nel malo modo di esigere le imposte e nel sistema doganale, destinato a favorire gli uni ed a danneggiare gli altri.

 

 

Gli italiani chiedono al loro Governo di essere lasciati in pace a sviluppare come loro aggrada meglio le forme di industria e di commercio più convenienti. Se il Governo si deciderà a lasciarli liberi di fare i loro comodi, è difficile che gli italiani si smarriscano per la incapacità di guidarsi da sé stessi. Molto probabilmente, invece, essi stupiranno il mondo colla grandiosità dell’opera che si apparecchiano a compiere nel secolo nuovo in cui siano entrati.

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