Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

L’annullamento degli 860 milioni di biglietti

«Corriere della Sera», 7 marzo 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 135-138

 

 

 

Per formarsi un’idea degli effetti del decreto il quale ordina l’annullamento di 860 milioni di biglietti emessi per coprire altrettante operazioni della sezione autonoma del consorzio valori giova ricapitolare le vicende recenti della nostra circolazione (in milioni di lire).

 

 

  31 mar. 1924 31 dic. 1924 31 genn. 1925
Circolazione bancaria per conto del commercio

9.492,2

10.870,6

10.505,3

id. id. per conto dello Stato

7.754,4

7.243,6

7.145,7

Totale

17.246,6

18.114,2

17.651,0

Circolazione di biglietti di stato

2.427,7

2.400,0

2.400,0

Totale

19.674,3

20.514,2

20.051,0

 

 

L’aumento nel totale è dovuto per intiero alla circolazione cosidetta per conto del commercio. Sebbene la circolazione per conto dello stato sia diminuita di ben 608,7 milioni di lire, quella per conto del commercio crebbe dapprima (31 dicembre in confronto al 31 marzo 1924) di 1.378,4 milioni ed è ancora più alta in confronto al 31 marzo 1924, di ben 1.013,1 milioni di lire. L’aumento è massimamente dovuto agli sconti a favore del famigerato consorzio valori industriali (nella sua sezione «autonoma» destinata a liquidare le perdite della Banca italiana di sconto e del Banco di Roma).

 

 

Tra le due date estreme supponendo che gli sconti alla sezione «ordinaria» dello stesso consorzio fossero uguali ai 557 milioni del settembre, la sezione autonoma del consorzio chiese 734,7 milioni di più alle banche di emissione (da 3.380,8 a 4.115,5). L’aumento è dovuto, assicurano i dirigenti, non ai nuovi salvataggi, ma al compimento dei due salvataggi già ricordati. Pare che un qualche ulteriore aumento, per la stessa ragione, sia in vista, ma non rilevantissimo.

 

 

Il consorzio valori è dunque debitore verso gli istituti di emissione alla data del 31 gennaio scorso di 4.115,8 milioni di lire, contro cui stanno altrettanti biglietti, creati a bella posta per darli al consorzio e mettere questo in grado di rimborsare i correntisti ed i creditori della Banca di sconto, del Banco di Roma e delle numerose imprese dipendenti dai due banchi.

 

 

Il consorzio, contro questo suo debito verso le banche di emissione ossia verso lo stato, il quale garantisce a sua volta queste ultime, possiede le attività delle imprese (società anonime esercenti la navigazione, il commercio e le industrie più svariate) ad esso cedute dalle due banche salvate, ed inoltre 860 milioni di buoni del tesoro acquistati dal consorzio coi danari versatigli, a spese dei contribuenti, sulla tassa straordinaria di circolazione dei biglietti di banca e su altre fonti minori, su cui qui è inutile intrattenerci. Questi 860 milioni di buoni del tesoro sono l’attività più liquida del consorzio.

 

 

Se ho capito bene, il decreto ordina che il consorzio consegni allo stato gli 860 milioni di buoni del tesoro da esso posseduti ricevendo in cambio un accreditamento in conto corrente di ugual somma a debito dello stato all’interesse del 4,50 per cento. Per quanto riguarda il consorzio l’operazione è indifferente. Possedere 860 milioni di buoni fruttiferi del 4,50% o possedere un credito in conto corrente al 4,50% è la stessa cosa. Per quanto riguarda lo stato, l’operazione è pure finita: riceve 860 milioni di buoni e li annulla; ed in cambio si riconosce debitore in conto corrente verso il consorzio di 860 milioni al 4,50 per cento.

 

 

Forse il giro di scritturazioni sui libri del tesoro e del consorzio è un po’ diverso; forse anche si dovrebbe aggiungere che gli 860 milioni di buoni del tesoro erano un debito fittizio del tesoro verso il consorzio; perché in sostanza, siccome il tesoro è in ultima analisi il proprietario – attraverso ai biglietti da lui anticipati per mezzo delle banche – del consorzio, gli 860 milioni erano un debito del tesoro verso il tesoro, ossia erano un debito fittizio; e così pure è un debito fittizio l’accreditamento degli 860 milioni. Di tutto questo giro di scritturazioni alquanto fantasioso, il costrutto parmi sia che la situazione del tesoro resta, dopo il giro, identica a quella che era prima.

 

 

Fino a questo punto, non una lira di biglietti è stata ritirata; né lo poteva perché il consorzio non possiede i 4.415,8 milioni di biglietti ricevuti in prestito dalle banche di emissione, ma li ha dovuti consegnare ai creditori delle banche e società da esso salvate.

 

 

Per diminuire la circolazione dei biglietti che si trovano nel pubblico, bisogna evidentemente ritirarli dal pubblico. Tutto il resto è forma, è scrittura, forse necessaria per ottemperare a decreti vigenti e per raggiungere certi scopi secondari, che qui sarebbe un fuor d’opera narrare. La sostanza è il ritiro dei biglietti dal pubblico.

 

 

Il ritiro avviene con uno dei due noti sistemi con cui si è sempre asseverato di volere ritirare biglietti; con l’emissione di un prestito lungo. L’altro metodo è quello dell’avanzo del bilancio ottenuto con le imposte. Si ricorderà che quando si emise l’ultimo grande prestito in consolidato 5% o quando si decretò l’imposta patrimoniale, si disse che col provento si volevano ritirare e distruggere biglietti. Non se ne fece nulla, perché i danari furono spesi altrimenti.

 

 

Questa volta la possibilità di ritirare sul serio i biglietti c’è. Lo stato venderà 860 milioni di buoni novennali 4,75% a premio; e riceverà dai compratori dei buoni 860 milioni di biglietti, Questi, saranno distrutti. Potranno esserlo, perché lo stato, il quale, per far fronte alle sue spese, ha a sufficienza delle sue entrate normali, non ha bisogno di spender di nuovo il ricavo della vendita dei buoni. La distruzione degli 860 milioni di biglietti non vuol però ancora dire senz’altro che la circolazione diminuisca d’altrettanto. Può darsi che, contemporaneamente e forse per ragioni connesse con il rogo inflitto agli 860 milioni di biglietti, si emettano altri biglietti per cifre inferiori, uguali, o superiori. Nel qual caso noi ci troveremmo forse, quanto a massa totale di biglietti emessi, al punto di prima.

 

 

Come ciò possa accadere è uno dei tanti indovinelli di cui formicola il problema della circolazione. Suppongasi, ad esempio, che gli 860 milioni di buoni novennali siano stati sottoscritti e pagati non dai risparmiatori definitivi, privati, che li mettono in portafoglio, ma da banche o casse di risparmio. Suppongasi che banche e casse abbiano, ad un certo punto, bisogno di danaro e portino i buoni novennali alla Banca d’Italia per ottenerne un’anticipazione di danaro sulla garanzia dei buoni. Ecco che la banca emette degli altri biglietti e li consegna a banche o casse, le quali se ne servono per far mutui ai loro clienti industriali e commerciali. Ed ecco che la circolazione, diminuita per un verso, di 860 milioni, aumenta per un altro verso degli stessi 860 milioni. Può aumentare forse di cifre superiori, se il fabbisogno di credito da parte di ditte serie, quali sono quelle la cui carta soltanto è ammessa al risconto presso gli istituti di emissione, aumenta e gli istituti di emissione aumentano sconti ed anticipazioni e creano perciò biglietti per conto del commercio.

 

 

Concludendo: la diminuzione della circolazione per 860 milioni sarà una realtà effettiva solo se si sarà provveduto ad impedire che i buoni novennali (od altri titoli di stato in loro vece) emessi per ritirare biglietti, si riconvertano in biglietti emessi per anticipazioni su titoli. Più generalmente, se si sarà provveduto ad impedire che il vuoto sorto colla distruzione dei biglietti creati per salvare i malati del consorzio valori sia colmato con altri biglietti creati per soddisfare a bisogni di altre industrie, sia pur sane e solide. Il biglietto non odora: qualunque sia la causa per cui fu creato, resta un biglietto. Quanti più sono i biglietti, tanto più sviliscono. Quel che importa non è diminuire una parte della circolazione; è diminuire il totale di essa. Auguro che il decreto odierno, il quale sopprime 860 milioni di una certa specie di circolazione, sia integrato da provvidenze, le quali vietino il gonfiarsi di altre specie della stessa circolazione.

 

 

Torna su