L’arbitrato negli scioperi studenteschi

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/03/1908

L’arbitrato negli scioperi studenteschi

«Corriere della sera», 29 marzo 1908

 

 

 

Un illustre professore dell’Università di Torino ci invia questo articolo, riboccante di ironia in apparenza, ma in sostanza di grande amarezza. Lo pubblichiamo approvandolo con tutto il sentimento.

 

 

Dunque, gli studenti del Politecnico di Torino, stanchi di far sciopero da quasi un mese per ottenere una sessione straordinaria di esami che il Consiglio direttivo non vuol concedere, hanno invocato l’arbitrato del sindaco della città. Plaude la cosidetta opinione pubblica, ammirando una gioventù così moderna la quale, aliena da chiassi e da rotture di vetri e sbatter di banchi scolastici, fa appello a un così moderno strumento di pacificazione fra le classi sociali. O non sono forse due classi nemiche quelle dei professori e degli studenti, così come quelle dei capitalisti e dei proletari? E non è forse l’istruzione fornita negli stabilimenti di Stato un pubblico servizio, e non è oramai pacifico che nei pubblici servizi vi debba sempre essere un arbitro che tagli la ragione e il torto per giusta metà? Plaudono i padri di famiglia che paventavano per i figli, desiderosi di essere spesso esaminati, la perdita di una sessione e forse di un anno. Si commuovono i deputati del luogo, i quali, dinanzi alla serrata dagli esami decretata dai professori, temono che la città di Torino abbia a rimaner deserta di studenti scioperanti in segno di protesta e magari emigranti verso altre città più ospitali, così come nel parmense i contadini rispondono colla emigrazione in massa alla serrata dei proprietari.

 

 

L’arbitro ha già trovato un terreno su cui potrà avvenire la conciliazione delle classi contendenti. Poiché all’Università la sessione straordinaria è concessa, è ingiusto che sia negata senz’altro agli studenti del Politecnico, i quali l’avevano avuta in passato, sia pure contro il voto dei professori e per condiscendenza ministeriale, ed ora si troverebbero improvvisamente posti in condizioni di stridente inferiorità di fronte ai loro colleghi universitari. Non gridano forse ogni altro giorno gli impiegati per ottenere l’equiparazione degli stipendi (elevando, s’intende, i più bassi al livello dei più elevati); e perché agli studenti non dovrebbe essere concessa dall’arbitro l’equiparazione dinanzi alle sessioni d’esami? Già gli studenti intravvedono il giorno radioso in cui una piccola università, smaniosa di attirar studenti a profitto dell’industria degli affittacamere e dei trattori, concederà quattro o cinque sessioni d’esame; e queste saranno dagli arbitri estese a tutte le altre università ed a tutti i politecnici del regno, in virtù del principio della equiparazione degli studenti dinanzi alle sessioni di esami. Ove, a far trionfare così sacrosanto principio nell’animo dei professori, sempre attaccati alle vecchie idee, non basti il sano influsso dell’opinione pubblica illuminata, gioverà la pressione delle leghe degli studenti. I delegati delle leghe saranno ricevuti dal ministro e detteranno i patti dell’accordo, fra cui primissimo è che l’arbitro concede tutto quanto gli studenti vogliono.

 

 

Bontà loro, gli studenti ammettono che la terza sessione è un abuso. Ma toglierlo non si può, per quest’anno, senza violare un diritto acquisito od almeno una legittima aspettativa. Lo si tolga per il futuro e con una legge.

 

 

I regolamenti e le decisioni delle autorità scolastiche competenti non contano, perché non sono deliberati coll’intervento della legittima rappresentanza delle leghe degli studenti. Le leggi invece sono fatte dal Parlamento; e come oserà questo dar torto agli studenti quando fin d’ora senatori e deputati dimostrano tanto commovente accordo nel telegrafare e nel perorare presso i ministri le giuste rivendicazioni delle sfruttata legge studentesca?

 

 

E basti ora lo scherzare su questa incredibile e nuovissima forma d’arbitrato in materia di scioperi. Lo scherzo purtroppo termina nel dolore per l’abbiezione estrema a cui è trascinato l’istituto dell’insegnamento superiore. Mezzo secolo di sforzi è costata l’autonomia degli studi superiori. Furono sforzi costanti, meritori per sottrarre professori e studi all’arbitrio e all’ingerenza dei politicanti e dei Ministeri, per impedire che la scelta dei professori, l’ordine degli studi e la disciplina degli studenti fossero in balia delle influenze, sempre deleterie, della politica. Ultimo e più compiuto frutto di questi sforzi era stata la erezione in ente autonomo e sovrano – nei limiti delle leggi e delle sue funzioni – del R. Politecnico di Torino. Era il primo esempio di un istituto universitario sottratto in tutto all’influenza ministeriale o alla passione dei politicanti. Ora che il collegio dei professori aveva voluto compiere tutto il suo dovere, vogliamo distruggere colle nostre mani quest’opera coraggiosa che doveva essere imitata a poco a poco dagli altri istituti d’istruzione superiore. Un arbitro giudicherà che in Italia non è possibile primeggiare nel bene; ma che tutti devono essere uguali, sovratutto nel male.

 

 

Vorrà il presidente del Politecnico, on. Boselli, consentire a distruggere l’edificio promettente e glorioso di cui egli metteva, con tanto calore di speranza e di amore pel suo paese, le fondamenta nella relazione presentata al Parlamento sulla erezione in ente autonomo delle vecchie e non ingloriose scuole torinesi d’ingegneria, dove un giorno le terze sessioni erano ignote, dove la disciplina era rigidissima, dove il passaggio agli anni superiori di corso era negato ai rimandati negli esami degli anni inferiori, e donde uscirono tanti tecnici che illustrarono Torino e l’Italia?

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