L’aspettazione del miracolo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/05/1920

L’aspettazione del miracolo

«Corriere della Sera», 15 maggio 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 721-725

 

 

 

In occasione della crisi ministeriale assistiamo nuovamente al dilagare della fiumana retorica e denigratrice, che è stata la disgraziatissima caratteristica italiana del tempo trascorso dall’armistizio in poi. «Non s’è fatto nulla per sollevare l’animo e la condizione del popolo italiano. La borghesia è fiacca, addormentata ed egoista. Non è stata capace di voler nulla, di avere un programma, di sacrificarsi per attuarlo. Bisogna rinnovarsi se non si vuol perire. Bisogna porre ed energicamente attuare un programma di riforme audaci, di innovazioni profonde. Se non ci si rinnova ab imis non c’è speranza di salvezza. Se la borghesia non è capace di concepire e di attuare un piano di riforme salvatrici, la sua ultima ora è suonata. Essa dovrà cedere il posto a nuove forze fresche e vigorose, le quali sapranno dare al popolo la sensazione che si vuol veramente fare qualche cosa a suo vantaggio». Così, quasi colle stesse parole, parlano i cattolici per bocca di Don Sturzo, gli uomini del gruppo del rinnovamento per bocca dell’on. Gasparotto. Alla stessa conclusione giunge persino, sebbene con visione più concreta delle cause del male, l’amico professor Attilio Cabiati sulle colonne del «Secolo».

 

 

È superfluo avvertire che su parecchie delle cose dette dal Cabiati intorno alle origini della crisi spirituale la quale affligge l’Europa sono intieramente d’accordo. Durante la guerra gli uomini di stato dell’Europa continentale hanno tutti, quali più quali meno, peccato di debolezza, non osando di istituire imposte sufficienti e pronte e lasciandosi così trascinare all’ingiù nella facile china delle emissioni di carta-moneta. Quella è stata davvero la causa maggiore delle nostre sciagure. L’inondazione della carta-moneta ha spinto all’insù i prezzi, ha arricchito alcune classi, ne ha impoverite altre; ed ha esasperato e inviperito forse più coloro che hanno tratto vantaggio di quelli che sono stati danneggiati dallo spostamento di fortune. I fermenti di rivoluzione sono vivacissimi sovratutto fra gli operai e i contadini, che nessuno onestamente può negare siano stati beneficiati dalle variazioni relative dei prezzi e dei salari. Stanno meglio di prima; ma ciascuno si angustia vedendo che c’è chi sta ancora meglio.

 

 

Tutto ciò ho scritto infinite volte su questo giornale, invocando un freno alle emissioni cartacee, predicando la rottura del torchio dei biglietti e chiedendo imposte, e poi imposte, e ancora imposte. Ma non vedo quale frutto, che non sia di eccitamento a torbidi malcontenti, si possa ricavare tacendo ciò che si è fatto in Italia e ricordando soltanto quel che si è fatto fuori, come se in Italia nulla si sia voluto fare. Perché parlar sempre dell’Inghilterra e non ricordare che fra tutti i belligeranti continentali l’Italia fu la prima ad inasprire le imposte, anche quelle sui redditi e sugli affari, e sin dal principio della guerra? Perché l’amico Cabiati ricorda solo, quasi ad ammonimento nostro, che in Inghilterra l’imposta sui sovraprofitti portò via sino all’80% dei guadagni di guerra e dimentica di dire che oggi quel tributo è ridotto al 60% e che in Italia esistono due imposte, l’una sui sovraprofitti e l’altra sugli aumenti di patrimonio, le quali, dei guadagni conseguiti durante la guerra, portano via sino al 91%?

 

 

Quale giustizia vi è nel ricordare sempre, ad ogni piè sospinto, la celebre imposta sul reddito inglese, la quale assorbirebbe dal quarto al terzo dei redditi medi ed arriva al 50% sui redditi più elevati? Forse che le imposte italiane sono da meno? Taccio delle formidabili sovrimposte locali, quasi sempre doppie, triple, sin ventuple delle imposte di stato. Limitandomi alle imposte di stato, è notissimo che l’imposta normale porta via dal 9 al 18% del reddito, a seconda della sua natura; che il resto è ridotto ancora dall’1 al 25% dalla complementare, già decretata; e che il capitale produttivo del reddito è soggetto per vent’anni dall’imposta patrimoniale ad una taglia annua che va da 0,225 al 2,50% del capitale, corrispondente ad una aliquota dal 4,50 al 50% sul reddito. Altro che le percentuali inglesi d’un quarto o d’un terzo sui redditi medi e del 50% sui redditi elevati! In Italia giungiamo, sia pure tenendo conto delle interferenze fra le diverse imposte, a totali che dal 16% per i redditi mediocrissimi, salgono subito al 25,50% per i redditi medi e al 70% per i redditi elevati. Sono sicuro che il Cabiati è d’accordo con me nel ritenere che le aliquote italiane sono pazzescamente elevate, che esse sono all’estremo punto a cui può spingersi la pressione tributaria senza distruggere ogni incentivo alla produzione ed al risparmio. Perché dunque additare al pubblico disprezzo la borghesia italiana, quasiché essa non fosse stata capace di far ciò che fecero le borghesie estere, quando la verità è che essa si è tassata più ferocemente delle borghesie estere, che essa ha istituito una durissima imposta patrimoniale che né in Inghilterra né in Francia è voluta, e probabilmente non sarà istituita?

 

 

La verità è che i partiti politici amano la retorica; che i cattolici non si sono curati di studiare il congegno della riforma dei tributi diretti, la quale riproduce con qualche miglioramento, coi decreti del 24 novembre 1919, la riforma progettata dal loro stesso capo, on. Meda; che i gruppi di rinnovamento gridano a gran voce a pro di riforme radicali e non s’avvedono che in questa maniera, ignorando ciò che si è fatto, iniettano nell’animo popolare il pernicioso veleno del «nulla s’è fatto finora»; che gli scrittori, animati come il Cabiati dal giusto desiderio di vedere definitivamente sostituita una forte politica tributaria a quella facile dell’inflazionismo cartaceo, eccedono nell’affermare la inettitudine delle classi dirigenti a risolvere il problema, quando invece è fatto incontroverso che il problema, nelle leggi, è risoluto, e con una risolutezza la quale supera ogni conclamato esempio straniero.

 

 

Con questi atteggiamenti sfiduciati ed esaltati si crea l’aspettazione del miracolo, la psicologia nervosa di chi ritiene occorra il miracolo, il fatto nuovo strabiliante per uscire dalla crisi.

 

 

Ora, è appunto questa psicologia assurda, questa aspettazione del miracolo, una delle principalissime cause della crisi degli spiriti.

 

 

Se nel campo tributario invece di invocare radicalissime riforme, le quali sono già state fatte, si invocasse, come modestamente facciamo noi ritenendo di giovare sul serio al risanamento delle finanze italiane, l’aumento del numero ed il miglior pagamento degli agenti delle imposte, dei ricevitori del registro, dei verificatori tecnici e degli ingegneri del corpo tecnico delle finanze, dei doganieri, di quanti concorrono all’accertamento e alla esazione delle imposte, il problema del bilancio italiano non farebbe più paura. Dicasi la verità: il problema d’oggi non è di affastellare nuove imposte sulle vecchie e di rimestare le esistenti; ma di applicare coscienziosamente e sul serio queste e correggerle a poco a poco secondo i dettami dell’esperienza. Le invocazioni alle grandi riforme, i continui mutamenti delle leggi vigenti giovano ai disonesti e ai furbi che nel frattempo se la svignano. L’Inghilterra esige quelle sue imposte più modeste delle nostre, perché , e solo perché, con uno sforzo di anni ha saputo creare gli organi adatti. L’on. Gasparotto, che è anche presidente dell’Associazione nazionale dei funzionari delle imposte dirette, perché non agita questo capitalissimo problema in seno al gruppo di rinnovamento, invece di lasciar votare inutili e retorici ordini del giorno, gonfi delle solite frasi fatte le quali nascondono la nullità del contenuto sotto il brillante apocalittico della forma?

 

 

Bisogna avere il coraggio di dire la verità: che non esiste nessuna riforma radicale capace di salvare il paese, che non c’è nessuna possibilità di miracoli; che tutte le frasi fatte che si dicono in argomento sono il mal frutto dell’antica semenza retorica e parolaia. L’Italia e, come l’Italia, il mondo, non si salveranno con alcun specifico, con alcun miracolo; non si salveranno denigrando la borghesia e invocando disperatamente le forze vive e fresche, che non si sa dove siano e che cosa abbiano finora creato. No. Si salveranno quando tutti faranno ciò che ancora fa oggi la parte migliore della borghesia; quella parte che, a dispetto delle calunnie contro di essa rinnovate, dei pronostici di sua scomparsa, si ostina a lavorare, a pagare imposte ed a risparmiare. Il mondo vive, gli stati resistono perché, in mezzo ad aziende pubbliche le quali vanno a rotoli e si chiudono con disavanzi di centinaia di milioni e di miliardi di lire, c’è una borghesia produttrice ed organizzatrice di agricoltori, di industriali, di commercianti, che non solo lavora più accanitamente e per maggior numero di ore dei braccianti, degli operai e degli impiegati; ma paga imposte più di essi e in aggiunta risparmia. Altra via d’uscita non v’è, fuorché borghesizzare il resto del popolo; e nel «resto» sono compresi tanto i nuovi ricchi quanto i proletari. Borghesizzare vuol dire abituare il popolo all’idea che la salvezza sta solo ed esclusivamente nella vita frugale, nel lavoro intenso, nel risparmio e nel compimento dei propri doveri verso lo stato.

Torna su