Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

L’assedio all’erario

«Corriere della Sera», 18 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 682-687

 

 

 

Merita di essere seguito, anche mentre l’attenzione pubblica è tutta rivolta alla conferenza di Genova ed alle sue ripercussioni interne e mondiali, un movimento di pressione sul governo da parte di alcuni grossi organismi economici, di cui si sono avuti indizi in notizie disperse di agenzie e giornali e in ordini del giorno votati da organizzazioni economiche. Si sente parlare di grosse commesse all’Ilva, di finanziamento dell’Ansaldo, di crediti aperti allo zolfo ed ai cantieri navali. Che cosa c’è di vero in tutto ciò?

 

 

Avendo chiesto informazioni a fonti autorevoli, ho ricevuto l’impressione che il governo nel momento presente viva un po’ sui carboni ardenti. Da troppe parti si grida che siamo in un momento criticissimo, che l’ondata di sfiducia minaccia di travolgere organismi industriali i quali potrebbero ancora dare rendimenti soddisfacenti, che bisogna correre ai ripari se si vuole impedire il propagarsi del disastro dai pochi ai molti ed ai moltissimi; ed in mezzo a questo gridio confuso, a queste sensazioni di rovinio gli uomini di governo sono tratti a pensare che forse essi meritano bene del paese se, puntellando qua e là le mura pericolanti, concorrono a salvare l’edificio, il quale minaccia rovina.

 

 

In realtà l’economia italiana in generale non minaccia nessuna rovina. Ci sono alcuni centri di infezione, i quali certamente nuocciono alla ripresa dell’operosità normale; ci sono difficoltà le quali debbono essere superate. Resta da vedere se il rimedio migliore sia l’intervento dello stato.

 

 

Quali sono i centri di infezione nell’industria italiana? In primo luogo la siderurgia, e poi a distanza i cantieri navali e lo zolfo.

 

 

Oggi, almeno nelle sfere governative, si è impressionati sovratutto per la situazione di queste industrie, i cui rappresentanti corrono a Roma e chiedono aiuto; ma non è escluso che domani l’impressione della rovina imminente e degli operai sul lastrico non venga d’altra parte e non appaia necessario apportare anche là qualche soccorso. Perciò il problema è generale e si riassume: può il governo far qualcosa in pro di industrie pericolanti? La campagna fatta per dimostrare che il governo aveva il dovere assoluto di non sacrificare neppure un centesimo del denaro dei contribuenti a pro della Banca italiana di sconto, ha avuto almeno questo benefico effetto: che oggi nessun uomo di governo si azzarda a sostenere la teoria che si possa direttamente aiutare un’impresa pericolante. Ciò è escluso. Si cerca di mettere in luce che l’azione del governo non è rivolta a fare qualcosa in favore di nessuno, ma ad evitare un ingiusto danno od a compiere un’opera che in se stessa è doverosa e che in ogni modo doveva essere compiuta. Se ciò, inoltre, salva un’azienda dalla rovina, tanto meglio. Ma il provvedimento era buono per se stesso, anche indipendentemente dal risultato di salvataggio che esso ha potuto avere nel momento presente.

 

 

Ad esempio, non è vero che il governo intenda dare neppure un soldo ai cantieri navali del litorale triestino. Il governo deve pagare a questi cantieri cospicue somme – circa 150 milioni – per indennizzi di guerra. È questo un debito vero e proprio, consacrato dalle leggi. In parte il debito non è liquido e c’è contestazione sulla nazionalità di alcuni di coloro, i quali reclamano l’indennità. Ma sull’esistenza generica del debito statale non c’è dubbio. Frattanto alcuni cantieri navali del Triestino mancano di fondi; e dovrebbero sospendere i lavori. Sembra che il governo abbia deliberato di anticipare 15 milioni sui 150, prendendo garanzie efficaci affinché siano restituite le somme che non risultassero dovute.

 

 

Fin qui nulla di male. Il meglio sarebbe liquidare i danni rapidamente; risolver le questioni pendenti e non far piatire gli aventi diritto. Bis dat qui cito dat.

 

 

Un po’ più dubbia è la faccenda dello zolfo, per cui si sarebbe concessa l’autorizzazione ai banchi di emissione di aumentare di 5 milioni gli anticipi su depositi di zolfo. L’industria zolfifera non va bene. La concorrenza americana cresce e pare si trovi in condizioni di assoluta superiorità sull’Italia. Riavrà il Banco di Sicilia i suoi milioni? Non è già troppo formidabile lo stock esistente? Che vantaggio c’è a crescerlo ancora? Si teme la disoccupazione localizzata in alcune plaghe siciliane. Ma si giova alle maestranze aggravando il male della sovraproduzione invenduta e non sarebbe preferibile – male per male – l’adattarsi alla mutata situazione attraverso un periodo di sussidi di disoccupazione?

 

 

In fondo, fin qui trattasi di piccolezze, importantissime solo per il principio che vi è coinvolto. Il grosso viene con la siderurgia: con i 400 milioni che la voce pubblica afferma volersi dare all’«Ansaldo» ed i 1.750 milioni che dicesi volersi dare all’«Ilva». Non so se le cifre sono esatte; pare esatta la seconda ed un po’ esagerata la prima. In ogni modo sono cifre grosse; e sono grosse le questioni suscitate da queste cifre.

 

 

I 400 od i 200 od i 100 milioni dell’«Ansaldo» consisterebbero in questo: che il governo è un grosso creditore per imposte non pagate sui sovraprofitti di guerra di questo enorme organismo; e che i suoi crediti sono pressoché inesigibili perché l’«Ansaldo» non ha i mezzi liquidi per esercitare l’industria né conviene mettere all’asta stabilimenti e macchinari i quali non troverebbero compratori. In tale situazione disperata conviene provocare il fallimento della ditta debitrice con la sicurezza di non incassare i crediti? O non conviene piuttosto postergare ridurre o cancellare i proprii crediti, purché ed a condizione che la ditta trovi i mezzi finanziari per andare avanti, ossia trovi qualche capitalista disposto ad investir denaro fresco?

 

 

Il ragionamento fila diritto. Ha il solo vizio o virtù di non poter essere limitato all’«Ansaldo». Sarebbe un’ingiustizia stridente per tutti gli altri contribuenti, i quali si trovano nelle stesse od in peggiori condizioni dell’«Ansaldo». Ho già scritto infinite volte che tutta questa faccenda dei sovraprofitti era una baracca mal montata, da cui non potevano nascere che guai. Il guaio più grosso fu quando fu deliberata l’avocazione totale. Ciò fu la rovina estrema di coloro che non avevano convertito in denaro contante i loro guadagni di guerra. Coloro che avevano al 30 giugno 1920 i guadagni sotto forma di edifici, impianti macchine merci pel valore di 1, 10, 100 milioni, ora hanno un valore ridotto ad una metà, un terzo, un decimo e dovrebbero ciononostante pagare 1, 10, 100 milioni. Per l’«Ansaldo» il governo riconosce che non c’è sugo a provocare un fallimento: e che val meglio rinunciare ad un credito inesigibile, pur che l’azienda viva e paghi imposte in avvenire. Il ragionamento, ripeto, è sensato; ma non è sensato per tutti? C’è gente disperata che mi scrive di aziende rovinate dal tracollo dei prezzi e dalla crisi, il cui dirigente è morto di crepacuore e la cui vedova, dopo aver venduto prima i titoli della dote e poi le gioie sue e dei suoi per salvare la ditta ai figli, non ha più potuto pagare una rata dei sovraprofitti ed è fatta fallire dall’esattore. Mentre scrivo, trovo in un’altra lettera un ritaglio dalla rubrica dei fallimenti del «Sole»: un tale, merciaio ambulante, fallito ad istanza dell’esattore, con 23.400 lire di debiti per sovraprofitti e 1.000 lire di attivo. Si può rinunciare ai crediti di imposta verso l’«Ansaldo» solo perché questa è debitrice di centinaia di milioni e può buttare sul lastrico ventimila operai in tumulto e chiuder gli occhi dinanzi allo strazio di tanti modesti industriali, stritolati dal giuoco tremendo di imposte insane?

 

 

Meno penoso, ma più grave è il caso dell’«Ilva». Qui sono davvero in ballo 1.750 milioni di lire. Per fortuna, sorto la forma di disegno di legge, il parlamento sarà chiamato a giudicare sulla proposta di fissare in 1.750 milioni il fabbisogno di materiale ferroviario per il prossimo quinquennio. Sono 350 milioni di lire all’anno che le ferrovie di stato devono in ogni modo spendere per l’attrezzamento della nostra rete ferroviaria. Dovendole spendere, si aggiunge, è bene che sia fin d’ora fissato un piano organico di spesa, cosicché le ferrovie sappiano su quali fondi possano contare e le industrie possano fare assegnamento su un certo quantitativo regolare di commesse. Tanto meglio, anche qui, se le commesse, date oggi, possono salvare industrie pericolanti perché prive di lavoro.

 

 

In tutto questo che cosa ha a fare l’«Ilva»? Pare che il legame tra l’«Ilva», ed i 1.750 milioni consista in ciò che le commesse dovrebbero essere precipuamente date agli stabilimenti di Piombino, Savona ed altri affiliati all’«Ilva».

 

 

Per fortuna, ho detto, trattasi di propositi, i quali dovranno essere concretati in un disegno di legge. È necessario che il governo, per ottenere il consenso del parlamento, dimostri con dati ed argomenti positivi e probanti parecchie cose:

 

 

  • che è davvero utile all’erario fissare sin d’ora il programma dei 1.750 milioni;
  • che ad aspettare non si potrebbero ottenere migliori condizioni delle attuali;
  • che le commesse non dovranno essere date per trattative private a nessuna azienda, grossa o piccola, che il governo ritenga opportuno di favorire; ma in libera gara al più meritevole, il quale offra, a parità di qualità, prezzi minori. Se l’«Ilva» otterrà la fornitura, meglio per essa; ma la possano invece ottenere altri, se più meritevoli;
  • che le commesse verranno frazionate per modo da non creare un artificioso monopolio da parte di qualche più grosso aspirante;
  • che furono prese tutte le precauzioni per impedire che del carattere nazionale della gara si giovino i produttori interni per imporre prezzi jugulatori a danno dell’erario. La precauzione migliore sarebbe di rendere la gara internazionale. I produttori interni godono già di tali enormi dazi protettivi che non dovrebbero nutrire alcun timore della concorrenza estera. Se essi vogliono restrizioni, ciò significa che nei 1.750 milioni c’è qualche regalo gratuito per essi. Il che è intollerabile. Le ferrovie non devono continuare ad essere gravate di costi esorbitanti per il materiale d’impianto a favore della siderurgia. Disavanzi e alte tariffe vengono anche di lì e non solo dalle otto ore dei ferrovieri applicate in modo da favorire l’ozio. Non è onesto gridare contro l’indisciplina e la sovrabbondanza dei ferrovieri, quando si chiede allo stato di pagare rotaie, locomotive, carri e carrozze il 25 o il 50% di più di quello che valgono sul mercato libero internazionale. Quando si fa così, si vuole il saccheggio dell’erario; e non si ha più il diritto di protestare contro il saccheggio altrui. Noi, semplicemente, diciamo che l’interesse del paese è al disopra di tutti, industriali ed operai, e che a nessuna classe deve essere consentito di muovere all’assalto del pubblico denaro.

 

 

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