Opera Omnia Luigi Einaudi

L’assicurazione per le pensioni di vecchiaia

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1975

Lezioni di politica sociale, Einaudi, Torino, 1975, § 40

Fondamento della pensione di vecchiaia è il vantaggio morale, dal quale deriva il vantaggio economico. Soltanto l’uomo fiducioso in se stesso e nel suo avvenire risparmia e si eleva. Colui il quale non è sicuro rispetto al futuro, colui il quale sa di dover chiedere ricovero all’ospizio o di dover vivere della carità dei figli o del prossimo, non tenta neppure di provvedere colle sole sue forze all’avvenire. Il compito gli appare troppo duro e la fatica eccessiva. Ove invece egli sappia che un minimo di vita gli è assicurato nella vecchiaia, non solo è spinto a lavorare con tranquillità durante gli anni migliori, ma è incoraggiato ad aggiungere qualcosa a quel che è già suo. È difficile cominciare a prepararsi col risparmio attuale la prima lira di pensione per quando si saranno compiuti i 65 anni; ma se le prime 100 lire (ante-1914) di pensione sono già assicurate, è assai più probabile si rifletta ai vantaggi che si potrebbero ottenere se, mercé uno sforzo attuale di rinuncia a beni presenti, ossia di risparmio, a quelle 100 lire certe si potessero aggiungere altre 10 o 20 o 50 o 100 lire supplementari. Non sempre il ragionamento: «è più facile partire da 100 che dallo zero» è vero; ché molti uomini hanno saputo prendere le mosse dal nulla; ma pare non infondata la tesi di coloro i quali affermano essere la volontà umana spesso debole e soggetta alle tentazioni immediate e pronta allo scoraggiamento dinnanzi alle difficoltà iniziali.

La pensione di vecchiaia è tuttavia un povero surrogato di quel più alto tipo di società nella quale essa è inutile perché il vecchio possiede nella casa propria, nel podere ereditato o costrutto a pezzo a pezzo, nel patrimonio formato col risparmio volontario, nell’affetto di una famiglia saldamente costituita il presidio sicuro contro l’impotenza della vecchiaia.

La pensione di vecchiaia è il frutto fatale – e qui si adopera l’aggettivo sia nel senso di inevitabilità storica come in quello di inferiorità morale – del tipo di società che a poco a poco si è venuto creando sotto i nostri occhi: di grandissime imprese dalle quali dipendono migliaia e decine di migliaia di impiegati e di operai, di città enormi, tentacolari, dove in caseggiati a molti piani si accumulano moltitudini di persone ignote le une alle altre, viventi di giorno in giorno col provento di salari, di lavoro, scissi dalla terra e dalla casa, senza altro appoggio nella vita fuor del libretto di risparmio, su cui sono scritte cifre, le quali non dicono nulla al cuore ed alla mente di chi pur ha rinunciato a consumare i beni rappresentati da quelle cifre. In questo tipo di società la pensione di vecchiaia è una sciagurata necessità, pallido surrogato di quel che in altri tipi di società sono il possesso della casa, dell’orto, del campo, la possibilità di vegliare, da vecchi, ai giochi dei figli dei propri figli ed ai lavori dei ragazzi, l’orgoglio di dare ancora una qualche opera ai lavori dell’orto e della casa, che non sia una prigione melanconica di due stanze in fondo ad un cortile nero ed oscuro, ma sia aperta al sole e si apra su un po’ di terra propria. Il tipo di vita imposto dalla grande città contemporanea è davvero fatale? Non è possibile la ricostruzione, nei modi imposti dalla grande industria, di tipi diversi di vita? Ardue domande, che qui basti aver posto, allo scopo di affermare che la pensione di vecchiaia è un surrogato di metodi moralmente più elevati immaginabili allo scopo di provvedere alla vecchiaia.

Il pregio suo specifico, che sopravviverebbe anche in un tipo superiore di convivenza umana, è un altro: quello di offrire anche al vecchio provvisto di mezzi propri e tanto più a colui che ne è sprovvisto, una ragione autonoma di vita, destinata a perir con lui e a non essere tramandata ai figli ed agli eredi. Può sembrare contraddittorio e paradossale, dopo quanto si è detto intorno alla eccellenza del presidio offerto al vecchio dalla casa, dall’orto, dal terreno od altro patrimonio tangibile e visibile, affermare che al vecchio giova anche il diritto ad una pensione vitalizia, destinata a morire con lui. Ma gli uomini sono quelli che l’eredità, i costumi, la religione, l’educazione, le leggi li hanno fatti; ed in essi vivono talvolta, non troppo di rado, purtroppo, i residui inconfessati e subconsci dei sentimenti che, millenni or sono ed ancor oggi in mezzo alle tribù selvagge, spingono i vecchi, divenuti impotenti alla battaglia ed alla caccia, a radunare essi stessi i figli, i discendenti ed i vicini ed a condurli nel luogo dove, per loro comando, è scavata la fossa, nella quale si adagiano per essere tolti di vita e coperti di terra.

La loro giornata è finita ed essi non sono più buoni a nulla. Meglio morire che essere di peso alla tribù che deve muoversi per sfuggire al nemico o combatterlo o andare alla cerca del nutrimento. Così è di tanti vecchi ancor oggi. Impotenti al lavoro essi si ritirano umiliati dinnanzi ai figli ed alle nuore che hanno preso il governo della casa e della terra.

Casa e terra appartengono tuttavia ad essi; ma a che vale se non sono capaci a coltivarla? Essi hanno il senso della propria inutilità e questo li uccide anzi tempo. Abbiano invece una pensione la quale duri per tutta la loro vita e non oltre ed essi non saranno più impotenti ed avviliti. Uomini tra uomini, sentiranno e con essi sentiranno figli e nuore e nipoti, di apportare qualcosa alla cosa comune; qualcosa che verrebbe meno se essi morissero. Epperciò essi vivono e sanno di poter vivere senza essere del tutto a carico di altri. Rispetto ed affetto ed affermazione della propria personalità sono il frutto della pensione di vecchiaia; sicché questa contribuisce a poco a poco ad attenuare il senso di dispregio in che i giovani tengono i vecchi, i quali li hanno preceduti ed oggi sono incapaci a seguitare la fatica, la quale ha consentito ai figli, ora dimentichi, di intraprenderla nella pienezza delle loro forze[1].

Nella società moderna la pensione di vecchiaia deve tener conto di una tendenza: quella dell’invecchiamento crescente della popolazione. Si legge nel rapporto Beveridge che nella Gran Bretagna i vecchi (di 56 anni compiuti se uomini e 60 se donne) erano il 6,2% della popolazione nel 1901; ma crebbero al 12% nel 1941 e si calcola saranno il 14,5% nel 1951 ed il 20,8% nel 1971. Tende cioè a crescere in modo preoccupante la quota della popolazione totale la quale non lavora più ed è a carico altrui ed a diminuire la quota di coloro i quali producono e contribuiscono. Quanto più la tendenza (dovuta alla diminuzione della natalità, al prolungamento della durata della vita umana e ad altre cause) si accentua, tanto più il problema finanziario dei beni e dei servigi, in cui si concreta la pensione, diventa difficile a risolvere. Né la soluzione può trovarsi in una dilazione generalizzata dai 65 e 60 ai 70 e 65 anni dell’inizio della pensione; ché questa sarebbe causa di disparità di trattamento tra coloro che a 65 anni sono davvero impotenti al lavoro e cadrebbero, nel tempo innanzi ai 70 anni, in miseria dolorosa e quelli che a 70 anni sono vigorosi e floridi. Il rimedio si trova nell’incoraggiare il prolungamento volontario dell’età nella quale si chiede la pensione; così come fa il Beveridge, il quale alla pensione di vecchiaia sostituisce la pensione di quiescenza; e questa si distingue dalla prima, perché il vecchio può se vuole e se ne è capace, continuare a lavorare anche dopo i 65 anni se uomo e 60 anni se donna ed in tal caso la pensione cresce di 2 scellini la settimana per ogni anno di ritardo per la coppia di marito e moglie e di 1 scellino per la pensione individuale. Il ritardo a 70 anni recherebbe la pensione da 40 a 50 scellini la settimana per la coppia e da 24 a 29 scellini per l’individuo. L’erario vede notevolmente diminuito, grazie al ritardo, l’onere da esso sopportato; la collettività si giova del prodotto del lavoro dei vecchi, che altrimenti deperirebbero in un ozio forzato; e la possibilità offerta ai vecchi di lavorare allontana effettivamente l’inizio della decadenza fisica e quindi della vera vecchiaia.

 

[1] Chi parla, ricorda sempre l’esempio di un vecchio, divenuto quasi immobile per gli acciacchi della vecchiaia, oggetto di compassione per gli altri e di avvilimento per se stesso. Ma il vecchio improvvisamente ricominciò a camminare e, nei giorni di festa, ripercorse la lunga strada che lo portava alla chiesa del villaggio ed ogni mese si recava all’ufficio postale. Era accaduto che la morte di uno dei figli nella grande guerra gli aveva fatto assegnare una modestissima pensione. Ma questa basta per farlo ridivenire un uomo; per essere onorato e curato dai parenti e dai vicini e per vivere ancora assai anni vegeto e non inutile a sé ed agli altri. Né l’esempio fu l’unico; ed a chi sappia guardare, si ripete particolarmente per le vecchie vedove, non più derelitte e spregiate dalle nuore. Leggasi, purtroppo in un numero del tempo dell’Italia occupata dal nemico («Corriere della sera», 22 aprile 1944), un articolo (La nuova padrona di Giovanni Comisso) sulla sorte riservata alle contadine divenute vedove.

Torna su