L’assurdità del ritorno immediato alla lira-oro

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/03/1925

L’assurdità del ritorno immediato alla lira-oro

«Corriere della Sera», 12 marzo 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 156-161

 

 

 

La moltiplicazione vertiginosa di decreti relativi al mercato monetario ha avuto per effetto di far correre nelle borse e nel pubblico voci incontrollate intorno a provvedimenti di imminente attuazione intesi alla introduzione in Italia della lira-oro. Come abbiano origine queste voci non si sa; ma è stupefacente e quasi incredibile la velocità con cui si trasmettono da un luogo all’altro. Il ministro ha smentito recisamente quelle voci ed ha fatto benissimo, poiché anche il più fermo sostenitore di un metro stabile dei valori non può immaginare come si possa passare d’un colpo dalla lira-carta alla lira-oro. Questo è un passaggio, il quale deve essere tenacemente voluto, ma deve essere altresì sapientemente preparato. Una improvvisazione in questa materia produrrebbe effetti disastrosi, imprevedibili. Neppure nei paesi tipo Germania, i quali fecero piazza pulita della moneta antica il passaggio poté avvenire senza una forte crisi. Fattore importantissimo della lotta fra i partiti in Germania è oggi divenuta la sollevazione dei creditori contro il maltrattamento ad essi inflitto dal passaggio al marco oro con la parziale rivalutazione al 15% di taluni loro crediti. è una sollevazione della media borghesia e delle masse operaie assicurate contro i plutocrati, a cui l’annullamento del marco carta diede battaglia vinta. L’Inghilterra, la quale ritorna sul serio al tipo oro e non vuol ritornarvi attraverso sconvolgimenti economici e sociali, ci arriverà verso la fine del 1925, dopo una lunga preparazione, iniziata subito dopo l’armistizio.

 

 

Ma se la voce era tale che doveva da se stessa smentirsi, essa risponde ad una domanda ansiosa che molti italiani si pongono da tempo: come si effettuerà il passaggio dalla moneta di carta alla moneta d’oro, quando il momento sarà giunto? Il momento non è vicino, se si pensa che per il risanamento monetario due sole vie possono essere battute con successo:

 

 

  • il pareggio, – che oggi è subordinato solo più all’eliminazione del problema dei debiti interalleati; e deve essere ancora difeso da controffensive diuturne da parte dei richiedenti nuove spese;
  • e la diminuzione della circolazione totale, ottenuta mercé la restrizione del credito delle banche di emissione anche per gli affari buoni.

 

 

Siccome queste due vie non si possono percorrere d’un fiato; così bisogna rassegnarsi all’esigenza di un certo tempo per giungere all’agognata meta. Tutto ciò che possa far credere alla conquista rapida della lira-oro è pura illusione. Spreco di tempo e di danaro, con un amarissimo risveglio. In fatto di risvegli basta quello che l’Italia ebbe in seguito al prestito dei 644 milioni in lire-oro emesso dal Magliani nel 1881, per la abolizione del corso forzoso. è noto che l’oro, introdotto in Italia per assicurare il cambio in oro a vista dei biglietti, riprese la via dell’estero; che il corso forzoso, dopo una breve pausa, dovette essere ristabilito; e che il tesoro italiano paga ancor oggi gli interessi sui 729.745.000 franchi nominali di consolidato emesso per ottenere i 644 milioni effettivi. Oggi, se si contraesse un prestito per l’immediata ripresa dei pagamenti in oro, il prestito dovrebbe essere più vistoso; e i risultati sarebbero forse identici. Il ritorno al tipo aureo deve essere il frutto maturo di una politica lungimirante. Quando il frutto potrà essere colto, il paese quasi non dovrà accorgersi dell’avvenimento, perché il ritorno al tipo oro sarà divenuto da lungo tempo un fatto. Il fatto deve precedere la legge.

 

 

Che cosa del resto dovrebbe dire la legge? È utile, parmi, spiegare quale dovrebbe essere il contenuto di una legge siffatta allo scopo di illuminare le difficoltà del problema e le ragioni probabili per cui una dichiarazione ministeriale ha affermato che oggi il passaggio alla lira-oro è assurdo.

 

 

Comincio ad eliminare una opinione, forse la più diffusa di tutte, secondo la quale la legge dovrebbe imporre, di punto in bianco, il ritorno alle contrattazioni in lire-oro. Prezzi, salari, interessi, imposte dovrebbero esprimersi in lire-oro invece che in lire-carta.

 

 

Se ciò accade quasi naturalmente, dopo un’adeguata preparazione, la formazione di un nuovo equilibrio al nuovo livello è possibile senza gravi scosse. Ma a voler fare di colpo, è lo stesso come ficcar la mano in un nido di vespe. I problemi che si impongono sono quasi insolubili. Non vale dire che in Germania, dove ci sono dei professoroni sapienti, tutto è stato previsto, combinato ed aggiustato. La verità si è che i professoroni hanno fatto una casistica; ma i fatti non ci si sono voluti ficcare dentro; e mezzo mondo è perciò in arme per chiedere la revisione dei calcoli sapientissimi. Pochi ministri delle finanze debbono avere in Europa la vita così grama come quello tedesco, in seguito all’insurrezione dei malcontenti.

 

 

La legge assurda, che taluno immagina possa essere emanata, direbbe: le lire-carta attualmente correnti sono ritirate dal governo ad un tasso di conversione del 20, 21, 25 per cento. A quest’ultimo saggio, chi porta 4 lire-carta riceve 1 lira-oro, ovverosia lira-carta permutabile a vista ed al portatore in oro. A partir da quel momento tutti i contratti si devono fare in lire-oro. Chi aveva un credito di 400 lire-carta, ne conserverà uno di 100 lire-oro; chi riceveva uno stipendio di 1.000 lire-carta al mese, ne riceverà uno di lire-oro 250; chi pagava imposte per 1.000 lire-carta, pagherà 250 lire-oro; chi aveva un salario di 20 lire-carta al giorno, riceverà 5 lire-oro; il pane sarà ridotto da 2,40 lire-carta a 60 centesimi-oro e così via dicendo.

 

 

Si fa presto a dir via dicendo; ad esempio, a dire: le imposte essendo dovute in oro, saranno ridotte, per ipotesi, al quarto della somma che si paga oggi in carta. I contribuenti, che oggi in realtà versano allo stato le imposte in lire-carta da 21 centesimi, ossia pagano 21 lire-oro per ogni 100 lire-carta, dovendone pagare 25, comincerebbero a pensare che essi sono chiamati a pagare il 20% di più di prima. Lo stato risponderebbe – e vedremo subito con quanta ragione – che ha bisogno di questo margine di sicurezza per garantirsi contro il pericolo che non tutte le sue spese si riducano al quarto. Un sistema, il quale si presenta subito coll’annuncio di un aumento del 20% dell’effettivo carico tributario, non riuscirebbe per fermo simpaticissimo ai contribuenti.

 

 

Né lo stato potrebbe fare a meno di un largo margine di sicurezza. Provi, lo stato, a ridurre ad un quarto tutte le sue spese e sentirà che tempesta di querele. Ridotte ad un quarto anche le pensioni antiche, che erano state promesse in 100 lire-oro e che stentatamente erano, forse, giunte a 200 lire-carta? I pensionati diranno che lo stato, riducendo la pensione da 200 lire-carta a 50 lire-oro, li defrauda della metà delle 100 lire-oro che aveva loro promesso. E chi potrà dare ad essi torto? Bisognerà fare uno studio minuto, caso per caso, della data d’origine delle pensioni, della somma che si sarebbe pagata se non fosse intervenuta la svalutazione della moneta e ritornare a quel punto. La stessa cosa si dovrebbe fare per gli impiegati in carica: ricostruire carriere, stipendi, promozioni, ecc. ecc. Quanti errori, quante lagnanze! I danneggiati dalla svalutazione vorranno il ripristino; ma le categorie basse e più numerose, che ne trassero vantaggio, pretenderanno conservare le conquiste fatte. Sarà gran mercé se lo stato potrà ridurre in media il suo carico in lire-oro alla metà del carico attuale in lire-carta.

 

 

Il caso degli impiegati e pensionati è il più semplice di tutti: innocenti calabroni senza capacità di pungere. È invece un nido di vespe dal pungiglione pungentissimo quello dei creditori dello stato. I semplicisti hanno la soluzione pronta: lo stato deve pagare al 100% i portatori di titoli prebellici, che hanno pagato in lire buone oro; ed al 90, all’80, al 50, al 20% i portatori di titoli bellici e post bellici, graduandoli a seconda della data dell’emissione; diminuendo cioè gli interessi a mano a mano che il sottoscrittore aveva pagato il prezzo del titolo in moneta sempre più svilita.

 

 

La soluzione sarebbe giusta, se i possessori e sottoscrittori originari fossero ancora gli attuali possessori dei titoli. Niente di meno sicuro. Può darsi benissimo che l’originario possessore, prima del 1914, di rendita 3,50%, che l’aveva pagata 100 lire-oro e più, sia stato costretto dal caro della vita, dalla imposta patrimoniale e da altre traversie a venderla a 70 lire-carta, quando la carta valeva 21 centesimi. Il compratore ha pagato 70 lire-carta ossia 14,70 lire-oro. Perché lo stato dovrebbe a lui pagare 3,50 lire-oro di interessi; laddove il vero danneggiato ha venduto e non può più essere indennizzato? Viceversa può darsi che il nuovo consolidato 5% sia stato comperato con risparmi fatti prima del 1914 e che costarono sudori e sangue al risparmiatore. Con quella regoletta, lo stato dovrebbe ridurre a 1,25 l’interesse in lire-oro, anche a danno di chi pagò il consolidato con lire che per lui erano lire-oro! Faremo la storia di ogni titolo; lo seguiremo nelle sue vicende, per graduare gli interessi in ragione dell’effettiva natura delle lire con cui i titoli furono pagati? Fra cinquant’anni, saremo ancora lì a litigare; con una seminagione di

malcontenti e di odii indicibile.

 

 

Eppure, il caso dei debiti statali è a sua volta semplice in confronto con i rapporti privati di debito e credito, civili e commerciali. Le complicazioni, le trasformazioni, gli intrighi di questi rapporti sono così mutevoli e svariati, che a volerli regolare con qualche articolo di legge c’è da convertire il mondo in una gabbia di matti furiosi.

 

 

Le casse di risparmio rimborseranno al 25% oro i loro depositi carta? Che cosa dicono i depositanti vecchi, o coloro che depositarono recentemente danari nuovi ricevuti da disinvestimenti vecchi? D’altro canto, se la cassa non riducesse i depositi, dovrebbe farsi pagare dai proprii debitori i crediti in ipoteche, in cambiali, in anticipi, al 100% oro quando essa diede loro 100 lire-carta. Vuole la cassa rovinare i comuni, lo stato, gli industriali, i privati a cui essa fa mutui? Non parliamo della viscosità dei prezzi e dei salari. Col tempo, prezzi e salari, essendo pagati in oro, dovrebbero ridursi al quarto del vecchio ammontare in carta. Ma, campa caval che l’erba cresca. Prima che si sia giunti al nuovo equilibrio, sarà successo il terremoto economico. Ognuno starà attaccato, fino all’ultimo, ai prezzi ed ai salari antichi, nella speranza di essere l’ultimo a cedere. Sarà una nuova cuccagna per una terza generazione di profittatori: dopo i profittatori della guerra e quelli della pace, verranno i profittatori della rivalutazione. Al solito, i cocci rotti si troveranno tra le classi medie, a redditi fissi, lente a muoversi e poco armate per la guerra economica. La vita è oggi più cara in Germania che in Italia, appunto per la lentezza dei prezzi a ribassare.

 

 

Finalmente, altra è la svalutazione di fatto, altra è la legalizzazione della svalutazione. Fa assai meno danno al credito di uno stato il fatto che la sua lira-carta sia svalutata al 21%, di quanto non faccia la riduzione legale dei debiti al 25 per cento. Finché c’è fiato c’è vita; finché la cedola non è ridotta, i portatori di titoli di stato possono sempre sperare che la potenza d’acquisto della cedola potenzialmente intatta riprenda. Forma, dicesi; e sarà. Ma le società civili vivono in parte non piccola di forma e di cerimoniale.

 

 

Se il ritorno alla lira-oro è possibile – e discorrerò un’altra volta di taluno di questi possibili modi – bisogna dare ai danneggiati delle svalutazioni passate qualcosa di sostanzioso e usare altresì molto cerimoniale per farsi perdonare quel di più che non si è in grado di restituire. Così deve fare uno stato il quale voglia conservare alto il credito pubblico.

 

 

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