L’atto di nascita del secondo impero britannico. Con una nota sul regime di concessione delle terre pubbliche
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/12/1936

L’atto di nascita del secondo impero britannico. Con una nota sul regime di concessione delle terre pubbliche

«Rivista di storia economica», dicembre 1936, pp. 269-298

In estratto: Torino, Einaudi, 1936, pp. 30

 

 

 

1. Che le riviste storiche possano ignorare talune consuetudini imposte ordinariamente dall’ufficio di contribuire all’avanzamento della scienza e di riassumere i contributi di tempo in tempo offerti dagli studiosi a quell’avanzamento medesimo, sembra logicamente derivare dalla necessità, in cui esse versano, di dar notizia delle cose passate. Uno dei mezzi all’uopo convenienti è il ricordo, quasi fossero or ora venuti alla luce, di libri da tempo pubblicati, i quali abbiano avuto parte nel creare storia. Il caso, che è tanta parte delle letture che si fanno dagli uomini, mi condusse di questi mesi a trar giù dallo scaffale, dove da assai anni se ne stava, un libro famosissimo ai tempi suoi e ricordato anche oggi da quanti si occupano di cose coloniali. Il caso fu probabilmente guidato dall’interesse, oggi rinnovato in Italia e fuori, per i problemi attinenti alle colonie. Cominciatolo a leggere, andai sino in fondo.

 

 

2. In verità il libro che qui, dopo quasi un secolo, si recensisce è un rapporto ufficiale, singolare nella bibliografia dei documenti parlamentari e governativi non solo per il nuovo avvio dato ai rapporti fra madrepatria e colonie ma per la colorita e franca prosa nella quale esso è steso. Tutti sanno che la formazione storica conosciuta comunemente sotto il nome di «Impero britannico» è tutta diversa dall’impero dello stesso nome venuto meno colla ribellione delle tredici colonie nord – americane[1]. Del nuovo impero inglese non conosciamo la data di morte, la quale può essere lontanissima o vicinissima a norma dell’attitudine dei ceti dirigenti britannici a resistere alle numerose forze disgregatrici che nuovamente lo minacciano; ma conosciamo con sicurezza la data di nascita: il 31 gennaio 1839, quando Lord Durham poneva la firma di chiusura al rapporto da lui presentato alla regina Vittoria, da poco (20 giugno 1837) salita al trono. Se, fra il 1783 ed il 1839 continuarono ad esistere colonie inglesi, non esisteva un impero britannico; ed il legame fra la madrepatria e le singole colonie era quello di un padre dolorosamente convinto che i figli, da lui curati e cresciuti, ad uno ad uno si distaccheranno, lasciandolo solo nella casa avita. Quanti decenni o secoli durerà ancora il secondo impero? Supererà il capo delle tempeste del primo secolo di vita? Alla domanda, storicamente, si può rispondere solo studiando le origini, il crescere ed il mutarsi della nuova formazione storica, la quale reca in se stessa le ragioni del suo futuro giganteggiare, ovvero della sua decadenza e rovina ultima. Possediamo, circostanza unica,più che rara, negli accadimenti di tale peso nella storia del mondo, l’atto ragionato di nascita dell’impero del quale si vorrebbe presagire l’avvenire ed è il rapporto di Lord Durham[2].

 

 

3. John George Lambton, primo conte di Durham, nacque nel 1792, un anno dopo la divisione dell’antica provincia di Quebec nelle due del Canadà superiore ed inferiore e morì, quarantottenne appena, nel 1840, un anno innanzi alla riunione, da lui raccomandata, delle due provincie. Fu genero di un primo ministro, Lord Grey, famoso per la legge di riforma elettorale del 1832, suocero di Lord Elgin, che introdusse di fatto il governo parlamentare nel Canadà e nonno del segretario di stato alle colonie, il quale diede uguale forma di governo al Transvaal ed allo stato di Orange. Lord del sigillo privato nel gabinetto Grey, ambasciatore per due anni in Russia, governatore generale del Canadà per cinque mesi, Lord Durham non tenne tuttavia gran luogo nella vita pubblica del suo paese.

 

 

Aristocratico d’indole, di pronto imperioso temperamento, intollerante di contraddizioni e di vincoli, egli, pur appartenendo all’ala radicale del partito liberale, sentiva, a differenza di Riccardo Cobden, la grandezza dell’impero britannico ed ebbe col suo rapporto parte grande nel ricrearlo. Altri disse che quell’impero, sin dalla prima fase, nacque e grandeggiò in virtù del caso; ed è certo singolare la sorte di un libro, scritto in ubbidienza al vangelo radico – liberale, notoriamente propenso allo scioglimento dei vincoli fra madrepatria e colonie, il quale, dopo averlo fatto risorgere, assicura per un secolo la continuazione dell’impero.

 

 

4. L’accoglienza che il rapporto ebbe nelle provincie canadesi fu pessima. A tacere dal rimprovero mossogli dalla camera rappresentativa dell’alto Canadà di aver tratto le sue impressioni personali su quella provincia da un breve viaggio di diporto sul fiume S. Lorenzo e sul Lago Ontario, da una fugace visita di quattro giorni alle cascate del Niagara e da ventiquattro ore di ospitalità in casa del governatore provinciale in Toronto, il tono del rapporto irritò ugualmente francesi ed inglesi. I primi per il giudizio sprezzante manifestato da Lord Durham sulle loro attitudini politiche ed i secondi per talune caustiche offensive osservazioni sul metodo tenuto nello spendere il denaro dei contribuenti in opere pubbliche.

 

 

 

5. Occasione alla missione di Lord Durham era stata l’aperta ribellione scoppiata nel 1835 nel basso Canadà contro il governo metropolitano ad opera di uomini persuasi di lottare per la libertà contro la tirannia, per la instaurazione di un governo responsabile, alla maniera inglese, verso un parlamento eletto e per il compiuto controllo del pubblico denaro da parte della rappresentanza popolare. Tra i ribelli, accanto ad una maggioranza di francesi del basso Canadà, si trovarono non pochi inglesi dell’una e dell’altra provincia.

 

 

A guardarla da lontano, la contesa pareva essere tra due credi politici, tra i difensori dell’esistente tipo di governo responsabile unicamente verso la madrepatria, scelto dal governatore inglese al disopra dei partiti locali e controllato dalla rappresentanza popolare solo per quel che toccava il maneggio del denaro pubblico, ed i fautori della creazione di un governo che essendo, a somiglianza del governo metropolitano, l’emanazione della camera elettiva, continuasse in carica solo fino a quando fosse sorretto dalla fiducia della maggioranza parlamentare.

 

 

«Io pensavo» – scrive Lord Durham – «si trattasse di una contesa fra il popolo desideroso di vedere estesi i diritti popolari ed il governo preoccupato, dal canto suo, di conservare i poteri reputati necessari al mantenimento dell’ordine» (secondo, 15).

 

 

La vittoria dei whigs sui tories, la legge di riforma del sistema elettorale e la estensione del suffragio avevano fatto trionfare nella madrepatria le idee favorevoli alla instaurazione del sistema parlamentare di governo nelle colonie; e Lord Durham era partito da Londra col programma di far trionfare queste idee. Invece, egli si trovò, inaspettatamente, dinanzi ad una lotta di razze.

 

 

«Io mi attendevo di assistere ad una contesa fra governo e popolo, e trovai due nazioni guerreggianti in seno al medesimo stato; trovai una lotta non di principii ma di razze» (secondo, 16). Le due parti negano in verità di condurre una lotta di razza: i franco – canadesi, maggioranza nel basso Canadà, affermano di lottare per la conquista del diritto del popolo a governarsi da sé, ed accusano il governo di essere mancipio di una piccola combriccola di funzionari corrotti; gli inglesi gridano alla slealtà dei francesi, che accusano di repubblicanesimo e di tradimento verso la madrepatria.

 

 

Che le due razze siano destinate a rimaner per sempre nemiche, appare invece certissimo al nuovo governatore: «è quasi impossibile concepire discendenti di taluna delle grandi nazioni europee più dissimili l’uno dall’altro per carattere e temperamento, più profondamente separati dal linguaggio, dalle leggi, dai modi di vita o posti in circostanze meglio adatte a partorire vicendevole diffidenza, gelosia ed odio» (secondo, 27).

 

 

6. Lord Durham, profondamente imbevuto dall’idea di autogoverno del popolo per il popolo e dei sentimenti di generazioni di uomini politici, i quali in due secoli di battaglie politiche talora cruente avevano ridotto la monarchia ad un simbolo, guarda con mal celata ripugnanza al tipo di colonizzazione franco – canadese: «Le istituzioni francesi, del tempo in cui la Francia colonizzò il Canadà, erano, tra tutte quelle dominanti in Europa, le meglio adatte a comprimere la intelligenza e la libertà della grande maggioranza della popolazione. Il dispotismo centralizzato, male organizzato, immobile e schiacciante della Francia gravò sul colono franco – canadese. Non soltanto egli non ebbe voce nel governo della provincia o nella scelta dei governanti; ma non gli si consentì neppure di associarsi ai vicini per attendere a quegli affari municipali, che l’autorità centrale trascurava col pretesto di occuparsene» (secondo, 27 – 28).

 

 

La onnipresente amministrazione di tipo colbertiano, la ingerenza statale negli affari economici privati, la influenza della chiesa cattolica provveduta di benefici e ricca di ordini monastici proprietari di terreni, la organizzazione terriera fondata sulla gerarchia feudale, dal signore investito dal re ai minori vassalli e coloni e servi, non suscitavano alcuna eco di simpatia nell’animo dell’aristocratico radicale, sospettoso dello stato e credente nella virtù dell’iniziativa individuale e dell’autogoverno.

 

 

I franco – canadesi gli dovettero sembrare un curioso popolo forse non cattivo, ma incorreggibilmente negato ad ogni progresso:

 

 

«Essi sono attaccati a vecchi pregiudizi, ad antiche consuetudini ed antiche leggi, non per viva persuasione di trarne beneficio, ma grazie alla irragionevole ostinatezza propria dei popoli ignoranti e retrogradi. I franco – canadesi non difettano in verità delle virtù consentanee ad una vita semplice ed industriosa, o di quelle altre virtù che per comune consenso sono proprie della nazione dalla quale provengono. Essi non conoscono le tentazioni le quali, in diverso ambiente sociale, conducono ai reati contro la proprietà e le passioni da cui nasce la violenza; sono miti e cortesi, frugali laboriosi ed onesti, socievoli allegri ed ospitali, e si distinguono per maniere gentili e fini, divenute, in ogni classe sociale, quasi seconda natura. La conquista li ha scarsissimamente mutati. Le altre classi e gli abitanti delle città hanno adottato qualcuno dei costumi e dei sentimenti inglesi; ma la lunga trascuratezza del governo britannico ha lasciato la massa della popolazione priva di quelle istituzioni che ne avrebbero cresciuta la libertà e la civiltà. Ai franco – canadesi non si diedero quella educazione e quegli istituti di auto – governo locale i quali avrebbero assimilato il loro carattere e il loro costume, nelle maniere più semplici, a quelli dell’impero di cui erano divenuti parte; perciò ancora oggi essi formano una società vecchia e stazionaria in un mondo nuovo e progressivo. Nelle cose essenziali essi sono sempre francesi; sebbene francesi sotto ogni riguardo diversi dai francesi di oggi e rassomiglianti piuttosto ai francesi provinciali dell’antico regime» (secondo, 31).

 

 

7. Accanto ala collettività franco – canadese, tuttora stabilmente distinta in «signori» della terra, di cui l’alto dominio (seigneuries) dava ad essi il diritto di riscuotere taluni redditi, che la consuetudine vietava di aumentare, in contadini, detti habitans, veri proprietari della terra, stata concessa loro dai signori, in professionisti e preti, tratti dai cadetti dei signori e dai più istruiti fra i contadini e da uno scarso numero di salariati, era a poco a poco cresciuta nel basso Canadà una minoranza di coloni inglesi, i quali coprivano quasi tutte le cariche pubbliche, negate sospettosamente ai franco – canadesi, esercitavano industrie e commerci, ed acquistavano talvolta terre nelle antiche signorie ma per lo più appoderavano terre vacanti ai margini del territorio colonizzato.

 

 

Nonostante l’apparenza feudale, i signori, i professionisti, il clero ed i contadini franco – canadesi erano legati da vincoli di tradizionale affettuosa famigliarità. L’ossequio alle avite maniere di cultura e di vita vietava disuguaglianze di fortuna e di sentimenti. Più sciolti e liberi, i coloni inglesi introducevano nuovi metodi di cultura, nuove industrie, accaparravano commerci, diventando, senza privilegi, a poco a poco più ricchi dei loro vicini.

 

 

8. Lord Durham, il quale vedeva il mondo sotto la specie di sciami di cadetti usciti da famiglie di uomini liberi ed uguali della madrepatria per colonizzare terre nuove e diffondere l’idea dell’impero britannico, osservava con disgusto il saldo nucleo franco – canadese rimasto ad occupare, attorno a Quebec, il centro vitale delle provincie rimaste nel nuovo mondo sotto l’egida della corona inglese.

 

 

Sebbene dotato, a suo parere, di qualità simpatiche, fervido di fede religiosa, laborioso e nel complesso leale verso la corona britannica, il curioso relitto canadese dell’antico regime francese gli appariva anacronistico per lingua, per attaccamento ad istituzioni antiquate, per costume gregario, per mancanza delle qualità di iniziativa individuale economica e di attitudine a governarsi da se stessi nelle cose di interesse locale le quali agli occhi di un imperialista radicale del 183O erano quasi connaturate all’uomo vero.

 

 

La coabitazione di due popoli così diversi sul medesimo territorio gli sembrò assurda: due lingue, due letterature note, ciascuna, ad uno dei due popoli ed ignorate o disprezzate dall’altro; rarissimi i matrimoni misti; tra i due popoli incomprensione, sospetto, mancanza di relazioni sociali; nonostante l’ampiezza del territorio occupabile e la mancanza di veri attriti economici, lotta politica acerba tra i francesi, più raffinati e colti, migliori maneggiatori della penna e della parola nei giornali e nelle camere legislative, epperciò critici acerbissimi di ogni idea e di ogni proposito venuti dall’altra parte, acerbi sovratutto in quanto, per essere tenuti lontani dalle cariche pubbliche, avevano unico sfogo nella critica; e gli inglesi, più attivi, energici, pratici, insofferenti della mera loquacità e desiderosi di costruire porti, strade, canali, che l’ostruzionismo della camera elettiva a maggioranza francese frastornava e prorogava. Il distacco fra le due razze impediva ogni progresso che dovesse trovare consenso o impulso nella legge.

 

 

La giustizia era guasta, i giurì a maggioranza inglese condannando sempre la parte francese e quelli francesi assicurando l’ impunità ad ogni costo ai propri connazionali. Ambi i gruppi, sebbene in fondo devoti al sovrano, dall’odio reciproco erano portati a guardare allo straniero per aiuto alla causa propria: franco – canadesi e inglesi sperando ambedue di trovare negli Stati Uniti, i primi la possibilità di fondare, dentro la confederazione, uno stato di lingua francese, ed i secondi quella scioltezza di movimenti e quell’autogoverno che la ostinatezza franco – canadese vietava di conquistare in patria.

 

 

9. Il governo metropolitano di Londra aveva tentato di tagliare il nodo gordiano del conflitto tra le due razze dividendo nel 1791 la vecchia provincia di Quebec nelle due provincie dal basso Canadà, dove i franco – canadesi di gran lunga erano prevalenti e dell’alto Canadà, nel quale preponderavano le famiglie anglo – sassoni emigrate dalle colonie nord- americane ribelli nel territorio rimasto leale alla corona britannica. Speravano gli uomini di governo britannici, accantonando i due popoli in due territori diversi, di evitare la lotta; ma, poiché non seppero vietare agli inglesi di entrare nel basso Canadà né ai franco – canadesi di colonizzare l’alto Canadà e reputarono di essere imparziali separando il potere esecutivo, attribuito a governatori venuti da Londra ed a consiglieri da essi scelti sul luogo, da quello legislativo di emanazione popolare la lotta di razza prese l’aspetto di opposizione al governo metropolitano.

 

 

Malcontenti i parlamentari delle due razze di essere ridotti al compito critico ed esasperati nella critica a cagione della loro irresponsabilità di governo; insofferente ognuno dei due popoli di quel tanto di lingua e di istituzioni forestiere che esso doveva tollerare a vantaggio dell’altro popolo; erano amendue concordi soltanto nel dar addosso al governo, al quale si faceva colpa dei limiti che, per senso di giustizia, poneva alle sopraffazioni dell’una parte sull’altra.

 

 

10. Togliere di mezzo la doppia nazionalità delle provincie canadesi sembrò dunque a Lord Durham la essenziale esigenza di ogni riforma duratura nei sistemi di governo delle provincie nord – americane rimaste soggette alla corona britannica:

 

 

«Non ho dubbio intorno alla nazionalità la quale deve dominare nel basso Canadà. Essa deve essere quella propria dell’impero britannico, della maggioranza della popolazione dell’America britannica, della grande razza la quale in un non lungo lasso di tempo dominerà in tutto il continente nord – americano. Senza che il mutamento debba essere così rapido e duro da urtare i sentimenti e scemare il benessere della presente generazione, primo e fermo proposito del governo britannico dovrà tuttavia d’or innanzi essere quello di radicare nel basso Canadà una popolazione inglese, con leggi e lingua inglese, e di affidarne il governo ad un parlamento decisamente inglese. Si obbietterà che dura è la sorte che si vuole riservare così al popolo conquistato; che i francesi erano un tempo tutto e sono ancora oggi il grosso della popolazione del basso Canadà; che gli inglesi sono nuovi venuti, i quali non hanno diritto di chiedere la fine della nazionalità di un popolo, in mezzo al quale essi sono stati condotti unicamente da desiderio di guadagno.

 

 

Si può obbiettare che, se i francesi non sono così inciviliti, così energici o così atti a far denaro come i popoli che li circondano, essi sono amabili virtuosi e contenti e, possedendo tutti i fattori essenziali della prosperità materiale, non debbono essere spregiati o maltrattati solo perché si contentano di quel che posseggono, senza emulare lo spirito di accumulazione da cui i loro vicini inglesi sono tormentati. Essi, dopotutto, ereditarono la loro nazionalità e non debbono essere troppo severamente puniti perché hanno sognato di conservare sulle lontane rive del S. Lorenzo e di trasmettere ai loro discendenti il linguaggio, le maniere e le istituzioni della grande nazione, la quale per due secoli fu guida spirituale del continente europeo. Se il contrasto fra le due razze è insanabile, giustizia impone che la minoranza debba acquietarsi alla supremazia dei più antichi e numerosi abitanti della provincia, senza pretendere di imporre le proprie istituzioni ed usanze alla maggioranza» (secondo, 288 – 89).

 

 

11. L’errore proprio di questo ragionamento, osserva Lord Durham, è di guardare solo al presente. Oggi (1839) indubitamente i francesi sono i più. Che cosa accadrà tuttavia domani? L’uomo di stato deve fondare le sue decisioni non sui dati di fatto momentanei, ma su una larga visione dell’avvenire:

 

 

«Il vero problema è quale delle due razze sia destinata a convertire le desertiche ma ricche ed ampie regioni le quali circondano i relativamente piccoli e chiusi distretti abitati dai franco – canadesi in un paese popoloso e fiorente. Se il risultato deve essere ottenuto, nei domini britannici come nel resto del Nord – America, con un ritmo più rapido di quello consentito dall’incremento normale della popolazione, solo mezzo adatto è l’immigrazione dalle isole britanniche o dagli Stati Uniti, uniche contrade le quali abbiano fornito o siano capaci di fornire coloni in numero rilevante al Canadà…. L’interno dei domini britannici dovrà essere in breve popolato da una popolazione inglese ogni anno sempre più prevalente numericamente su quella francese. è giusto che la prosperità di questa grande maggioranza e di questo vasto territorio debba per sempre od anche solo temporaneamente trovare impedimento nella barriera artificiale che le leggi e la civiltà arretrate di una parte del basso Canadà porrebbero fra i territori non occupati e l’oceano? Si può supporre che la popolazione si rassegnerebbe mai a tanto sacrificio dei propri interessi?» (secondo, 290).

 

 

I coloni di schiatta inglese, più ricchi, più energici, più istruiti dei franco – canadesi, sicuri del loro futuro predominio numerico, certi di essere il solo sostegno del governo metropolitano, fiduciosi, ove si decidessero a separarsi, in un’accoglienza simpatica nel seno della grande confederazione nord – americana di razza anglo – sassone non tollererebbero mai ostacoli artificiali al loro trionfo definitivo.

 

 

«I franco – canadesi sono l’ultimo resto di una antica colonizzazione, destinato ad essere ognora più isolato nel seno di un mondo anglosassone. Qualunque cosa accada, qualunque governo si affermi in avvenire, britannico od americano, nessuna luce di speranza brilla per la loro nazionalità» (secondo, 291).

 

 

Vano sperare in un rivolgimento storico; ozioso immaginare che «vi sia una qualche porzione del continente nord americano in cui la razza inglese non penetri, e una volta penetrata non predomini. Il problema è unicamente di tempo e di modo; si tratta solo di sapere se il piccolo gruppo di francesi che ora abita il basso Canadà debba diventare inglese, sotto l’egida di un governo atto a proteggerlo o se il processo storico possa trascinarsi sino a quando, divenuti più numerosi, i francesi debbano subire, sotto i rudi colpi di rivali senza freno, l’annichilamento di una nazionalità rafforzata ed inasprita dalla sua tenacia medesima» (secondo, 291 – 292).

 

 

La fusione delle due razze, anzi la scomparsa del nucleo francese nella massa della popolazione inglese è augurabile per le classi francesi alte, alle quali oggi non è consentito, dalle diversità di linguaggio e di costumi, l’accesso alle professioni ed alle cariche più elevate; ed ancor più per le classi umili, le quali aumentando rapidamente di numero – i franco – canadesi da 60.000 quanti erano al momento della conquista (1763) sono ora (1839) divenuti più di 400.000 – dovranno od impoverire sui terreni già occupati e da contadini indipendenti cader nello stato di giornalieri agricoli od operai, ovvero, emigrando a nuovi territori, fondersi i coloni di razza inglese.

 

 

Abbandonati a se stessi, i franco – canadesi sono destinati a cadere in pochi anni nella condizione dei poverissimi tra i contadini dell’Irlanda. Incapaci, per lo scarso numero, di creare una letteratura ed un’arte propria, essi sono costretti ad accattare dalla Francia libri ormai divenuti stranieri e inintelligibili per essi, e ad affidare a pubblicisti di ventura venuti dalla Francia il compito di mantenere ed infiammare sentimenti a cui essi sono estranei. L’assimilazione dei franco – canadesi agli inglesi è fatale ed è già iniziata. È dovere degli uomini di governo della madrepatria renderla più agevole e rapida:

 

 

«In ogni programma che voglia adottarsi per il futuro governo del basso Canadà, primo oggetto dovrebbe essere di fare di esso una provincia inglese; ed all’uopo il potere non dovrebbe esser affidato ad altri che a uomini di estrazione britannica… Nello stato d’animo in cui oggi si trovano i franco – canadesi, affidare ad essi il governo compiuto della provincia, vorrebbe dire soltanto dare incoraggiamento alla ribellione. Il basso Canadà deve essere governato ora e dovrà essere governato domani da inglesi» (secondo, 296).

 

 

12. Perché il libro il quale conchiudeva alla necessità dell’assimilazione e voleva dare il governo del paese esclusivamente agli uomini di razza inglese ebbe l’effetto opposto? Perché la bilancia storica la quale nel 1839 pareva, a chi leggesse le pagine di Lord Durham, pendere a favore della creazione di un impero simile all’impero romano d’occidente, romano e latino per lingua, costumi, istituzioni, letteratura, prese un avvio tutto diverso, sicché quel che oggi si conosce col nome di impero britannico è una comunità di nazioni diverse per lingua e costumi, l’una dall’altra indipendenti e legate tra loro solo dal vincolo sottilissimo ideale della persona del re, il che val quanto dire dalla libera volontà di rimanere unite?

 

 

Quale è la lontana origine della dichiarazione dello statuto di Westminster del 1931, seguito alle risoluzioni della conferenza imperiale del 1926, la quale definisce madrepatria e domini britannici «comunità autonome entro l’impero britannico, uguali in diritto, in verun modo subordinate l’una all’altra sotto qualsivoglia aspetto dei loro affari interni od esterni, sebbene unite dalla comune fedeltà verso la corona e liberamente associate quali parte della comunità britannica delle nazioni ?».

 

 

Come si giunse ad una formazione politica così priva di logica formale, ad un impero che non è un impero, ad una federazione, alla quale mancano gli organi federali, ad un corpo privo di cervello; e come accade che questa entità indefinibile abbia tuttavia una vita?

 

 

13. Il paradossale contrasto fra la premessa: «distruzione della razza francese» ed il risultato: «convivenza pacifica delle due razze e delle razze e delle due lingue», si risolve riflettendo al mezzo che Lord Durham reputò solo adatto per raggiungere lo scopo. Il metodo di forza era per lui inconcepibile. né il governo metropolitano, né un governo di minoranza inglese potevano sperare di «costringere» i franco – canadesi all’abiura della loro lingua, dei loro costumi e della loro nazionalità. La violenza avrebbe scavato più a fondo l’abisso tra i due popoli. Se si volevano elevare i franco – canadesi al livello degli inglesi, era necessario attribuire ad essi tutti i diritti che si reputavano connaturati colla qualità di inglese, principalissimo quello di governarsi da se stessi.

 

 

14. Lord Durham risolveva così con un taglio netto un problema che rendeva perplessi i maggiori uomini di stato dell’epoca sua. Poco prima, nel marzo 1837, Lord John Russell aveva esposto chiarissimamente alla Camera dei comuni le conseguenze della concessione alle colonie della facoltà di governarsi da sé medesime. Durante un dibattito intorno alla petizione della Camera elettiva del basso Canadà, affinché in avvenire il governatore della provincia dovesse scegliere i membri del gabinetto (potere esecutivo) tra persone godenti la fiducia della camera elettiva medesima, Lord John Russell aveva osservato: «La proposta è a parer mio affatto incompatibile con le relazioni fra la madre – patria e la colonia…. La norma della costituzione la quale richiede che i ministri della corona siano responsabili verso il parlamento e debbano dimettersi se non godono la fiducia di questo, è osservabile solo nel parlamento imperiale…. nella capitale dell’impero» (primo, 143 – 144).

 

 

Più tardi, in un dispaccio del 14 ottobre 1839, il RusseIl ricordava che la corona britannica agisce esclusivamente su parere del gabinetto. Ma i gabinetti non possono essere due, l’uno nella madrepatria e l’altro nella colonia.

 

 

«Può un gabinetto coloniale consigliare la corona britannica? Evidentemente no, perché la Corona ha altri consiglieri, per le stesse funzioni e con autorità più alta. Può accadere che il governatore della corona riceva istruzioni dalla regina e contemporaneamente dal suo gabinetto coloniale in tutto contrastanti le une con le altre. Se egli ubbidisce alle istruzioni che vengono dall’Inghilterra, non si può parlare di governo responsabile verso la camera elettiva coloniale; se invece deve seguire l’avviso del suo gabinetto, egli non dipende più dalla corona inglese, ma è un sovrano indipendente» (primo, 145).

 

 

Nessun uomo politico, nessuno scrittore osava districarsi dal formidabile dilemma: o la colonia dipende dalla madrepatria ed in tal caso il governatore deve obbedire agli ordini del governo metropolitano: ovvero il governatore deve seguire l’avviso di consiglieri locali scelti fra gli uomini di fiducia della camera elettiva coloniale ed in tal caso non si deve parlare di colonia ma di stato indipendente.

 

 

Cornewall Lewis scrivendo nel 1841 il celebre Essay on the government of dependencies concludeva: «Se il governo del paese dominante governa sostanzialmente la colonia (dependency), questa non può sostanzialmente essere governata dal corpo rappresentativo; e viceversa se la colonia è sostanzialmente governata dal corpo rappresentativo, essa non può essere sostanzialmente governata dal governo del paese dominante. Una colonia che si governa da sé è una contraddizione in termini» (ed. 1891, pag. 289).

 

 

15. Lord Durham superò la contraddizione, perché vide che il problema vero non era di corona, di governo, di madrepatria e di colonie e neppure di impero. Egli era un tipico imperialista radicale. Imperialista, aveva l’orgoglio della missione britannica nel mondo, ed era persuaso che il cittadino, fosse egli franco – canadese od anglo – sassone, vivente nelle colonie dovesse sentirsi innalzato «nel ricordare le glorie della storia britannica e nel contemplare i segni visibili della sua potenza presente e della sua civiltà». Democratico radicale, era persuaso che non gli inglesi fossero fatti per l’impero, ma l’impero doveva servire a formare gli inglesi e fosse accettabile solo in quanto esso si dimostrasse strumento per elevare il cittadino anzi l’uomo inglese. Alcune parti del suo rapporto sono illuminanti. Come saremo giudicati, noi uomini della madrepatria, nel giorno deprecato che le colonie canadesi dovessero rompere i vincoli con l’Inghilterra?

 

 

«Se nei decreti invisibili della sapienza la quale governa il mondo è scritto che queste contrade non debbano rimanere per sempre parte dell’impero, il nostro onore sarà salvo se in quel giorno non si potrà dire che esse siano le sole contrade americane nelle quali la razza anglosassone si sia dimostrata incapace a governarsi da sé… Se noi non vogliamo che (il Canadà sia invincibilmente attratto dal suo grande vicino, gli Stati Uniti) noi dobbiamo creare una nazionalità propria per il colono nord americano; noi dobbiamo elevare queste piccole provincie al livello di una società fornita di ideali di importanza nazionale; noi dobbiamo far vivere i canadesi in un paese, che essi aspirino a non vedere assorbito da uno stato più potente…. Il governo responsabile di un vasto paese…. innalzerà e soddisferà le speranze dei suoi uomini più capaci ed ambiziosi. Essi non guarderanno più con invidia e meraviglia alla grande arena pubblica della vicina Confederazione, ma vedranno i mezzi di soddisfare ogni loro legittima aspirazione giungendo alle alte cariche della magistratura e del governo della loro unione» (secondo, 310 – 313).

 

 

16. Ai suoi occhi dunque la contraddizione fra il concetto di colonia e quello i governo responsabile non esiste. Che cosa vale una colonia, in se stessa ed ai fini dell’impero, se non valgono i suoi cittadini? Il contrasto fra stato e cittadino si risolveva grazie all’inettitudine ingenua dell’uomo politico a vederlo. Lo stato è il cittadino, è l’uomo medesimo vivente in società.

 

 

Come può un radicale vittoriano immaginare un paese governato altrimenti che dai suoi cittadini? Ben è vero, egli ha conosciuto popoli governati diversamente: da sovrani assoluti da gabinetti responsabili solo verso il sovrano. Ma quelli, sembra sentirgli dire con un lieve sorriso di sprezzo sulle labbra, non sono uomini; o sono uomini di altra razza, al più relitti di epoche scomparse e destinati a scomparire. Il vero uomo non può governarsi se non da se medesimo, alla maniera britannica.

 

 

A due passi dal Canadà, prospera una grande società di cui Lord Durham è ammiratore, la confederazione degli Stati Uniti, la quale si governa in maniera assai diversa da quella che a lui sembra propria dell’uomo, nella quale il gabinetto non è tratto dalle camere rappresentative e non è responsabile verso di queste, ma verso il presidente. Tanto spontanea è la sua incapacità a concepire il governo se non sotto la specie britannica che egli arriva curiosamente ad addurre l’esempio degli Stati Uniti a sostegno della sua tesi. Che importa se il gabinetto sia l’organo esclusivo del presidente e non si dimetta in seguito al voto contrario del parlamento, se il presidente ad ogni quattro anni può essere mutato dal popolo? Vi è un solo modo di porre termine allo stato di malcontento delle colonie canadesi ed è di lasciarle governarsi da se medesime:

 

 

«Non coll’indebolire, ma col rafforzare l’influenza del popolo sul governo, non coll’estendere ma ridurre entro limiti assai più stretti di quelli sinora consentiti l’intervento del governo imperiale nei particolari degli affari coloniali può a mio parere essere restaurata l’armonia là dove la discordia per tanto tempo ha dominato, e possono essere instaurati nell’amministrazione di queste provincie ordine e vigore sinora sconosciuti. Non occorre alcun mutamento nei principii di governo, alcuna scoperta di nuove teorie costituzionali per trovare il rimedio atto, a parer mio, a rimuovere compiutamente gli attuali disordini politici. Basta applicare con coerenza i principii della costituzione britannica ed introdurre nel governo di queste grandi colonie le sagge provvidenze, le quali soltanto sono in grado di rendere armonioso ed operante il funzionamento del sistema rappresentativo. Noi non siamo oggi chiamati a fondare il sistema rappresentativo nelle colonie nord americane. Ciò fu già fatto in modo irrevocabile; e non si può neppure per un istante pensare di poter privare il popolo dei poteri costituzionali dei quali oggi gode. è affare dei suoi uomini di governo amministrare la cosa pubblica in conformità ai principii accolti; ed io non comprendo come sia possibile conseguire quell’armonia altrimenti che con il governare secondo i metodi che nella Gran Bretagna furono trovati perfettamente adatti a ciò… La Corona deve inchinarsi alle conseguenze necessarie delle istituzioni rappresentative; se essa deve governare d’accordo colla camera rappresentativa, deve adattarsi a governare per mezzo di coloro nei quali la camera rappresentativa ripone la sua fiducia. In Inghilterra siffatto principio e’ da tanto tempo considerato parte indiscutibile ed essenziale della costituzione, che a malapena si è ritenuto necessario di indugiarsi intorno ai mezzi atti ad assicurarne l’osservanza. Quando un ministero non gode più, nelle grandi questioni di indirizzo politico, la fiducia della maggioranza parlamentare, il suo fato è immediatamente deciso; e sembrerebbe così strano tentar di governare per mezzo di un gabinetto di minoranza come sarebbe di sanzionare leggi alle quali la maggioranza fosse contraria…. Se i parlamenti coloniali hanno così spesso rifiutato fondi ai governi, se hanno così spesso angustiato i ministri con ingiusti e duri atti di accusa ciò accade perché non era possibile cacciar via una amministrazione impopolare con lo strumento pacifico del voto di sfiducia, sempre stato all’uopo bastevole nella madrepatria»(secondo, 277 – 279).

 

 

17. Il riassunto fin qui condotto del rapporto di Lord Durham dimostra che il secondo odierno impero britannico nacque per accidente fortuito. L’autore del rapporto del 1838: aveva constatato uno stato di malessere nei rapporti tra le colonie nord americane e la madrepatria, malessere culminato in aperta ribellione, repressa colla forza delle armi e seguita da esemplari condanne; aveva immaginato che causa del malessere fosse il diniego ai coloni del diritto a governar se stessi.

 

 

I parlamenti elettivi locali godevano del diritto di rifiutare le imposte, di respingere le proposte di legge presentate dal potere esecutivo e di accusare i ministri dinanzi alle corti di giustizia; ma i ministri erano nominati dal governatore, ossia erano responsabili verso il governo della madrepatria; la visione della realtà lo aveva però persuaso che questa era la manifestazione esterna di un male più profondo, e cioè del contrasto insanabile fra la razza dei vinti francesi e quella dei dominanti inglesi. I vinti, sebbene privi di ogni speranza di riscossa per aiuto dei connazionali – la Francia, in fondo all’animo repubblicana laica e democratica anche dopo la restaurazione, si era del tutto dimenticata della vecchia colonia canadese monarchica e feudale – si sentivano nel basso Canadà numericamente i più forti e si servivano della maggioranza parlamentare per rifiutare il voto al bilancio e rendere irta di difficoltà gravissime e quasi impossibile l’opera di governo. Lo zelo più ardente dei ministri e dei governatori a pro del bene comune non bastava a salvarli dalle ire dei vinti, anzi era atto a rinfocolarle; unica via di uscita la distruzione della razza vinta; ossia la sua progressiva e rapida assimilazione da parte dei vincitori; ma poiché l’assimilazione doveva essere il frutto della volontaria adesione dei vinti, e poiché questa sarebbe certamente stata data se l’odio contro i vincitori non fosse stato artificialmente mantenuto in vita dai più colti tra i vinti, inaspriti detentori della maggioranza nella camera elettiva del basso Canadà, era necessario che la maggioranza fosse trasferita ai vincitori; e questi ne avevano il diritto, se la maggioranza deve spettare a coloro i quali, per le loro qualità di intraprendenza, di iniziativa, di espansione territoriale e di attitudine all’autogoverno, sono destinati a sopravanzare col tempo il piccolo nucleo dei vinti, chiuso in un territorio ristretto, non espansivo e mortificato da costumi lingua religione antiquati; perciò si allarghi il territorio della colonia; si fondano nuovamente le due provincie del (basso Canadà (con maggioranza francese) e dell’alto Canadà (con maggioranza inglese); e si preveda e si prepari la federazione fra tutte le colonie britanniche del Nord America, così da fondare un nuovo grande stato, atto ad emulare i vicini Stati Uniti e a soddisfare l’ambizione più alta dei suoi figli migliori. Francesi ed inglesi insieme fusi, ridotti ad unità di lingua e di istituzioni, dimenticheranno gli odi passati; alla nuova provincia allargata ed al futuro stato nazionale canadese si attribuiscano però tutti[3] i diritti di autogoverno proprii dei cittadini britannici.

 

 

Non vi è pericolo in ciò, poiché la maggioranza dei cittadini sarà, nel nuovo stato, di estrazione inglese, epperciò atta ai compiti dell’uomo politico. Non vi è modo di negare quei diritti, poiché si negherebbe ad essi la qualità medesima di uomini. Ed a che pro fondare un impero, se questo non dovesse essere composto di uomini propriamente detti ?

 

 

18. Le osservazioni e condizioni elencate muovevano (a) dal proposito di creare il nuovo impero e (b) dalla convinzione dichiarata che fosse perciò necessario far scomparire la razza vinta, attraverso (c) lo strumento dell’autogoverno concesso a vincitori e vinti in una provincia con maggioranza di vincitori.

 

 

Forse nella storia del mondo non accadde mai che un proposito (a) si attuasse così compiutamente, colla negazione più assoluta della condizione (b) all’uopo posta come necessaria.

 

 

19. Per impero britannico qui si intende, nel periodo storico considerato (1839-19??), esclusivamente l’insieme dei cinque stati – Regno unito della Gran Brettagna e dell’Irlanda del Nord, Canadà, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda[4] – i quali, indipendenti l’uno dall’altro, riconoscono nella Corona britannica l’unico vincolo tra essi esistente. Lo Stato libero d’Irlanda si muove in un limbo incerto, nel quale sfumano gli antichi costrittivi e nascono nuovi vincoli volontari coll’impero, Altri territori sono amministrati da qualcuno dei governi dei cinque stati, la maggior parte della Gran Brettagna, ma taluni dal Sud Africa e dall’Australia; sono abitati per lo più da uomini di colore e non partecipano pienamente alla vita delle nazioni componenti, con parità di diritti, l’impero.

 

 

L’impero, così definito, nacque dall’attuazione del sistema di autogoverno, che era l’essenza del rapporto di Lord Durham, e l’attuazione rese inutile l’avverarsi della condizione (b) della distruzione della razza vinta.

 

 

20. Lord Durham è il vero fondatore del nuovo impero inglese, perché nonostante errasse nella analisi della connessione fra male e rimedio, vide esattamente l’uno e l’altro. Il male era la guerra delle due razze dei vinti e dei vincitori; il rimedio era la concessione dell’autogoverno al paese nel quale la guerra durava. Lord Durham sperava che il rimedio fosse adatto a guarire il male, perché atto a fare scomparire i vinti senza violenza.

 

 

Il rimedio guarì il male per la ragione opposta: i vinti francesi, divenuti cittadini pieni al paro dei vincitori, forniti del diritto a governare, insieme con i vincitori, la cosa comune, dimostrarono di possedere o di essere capaci di acquistare quelle stesse qualità di intraprendenza, di iniziativa, di espansività, di attitudine a governarsi da sé, che Lord Durham a torto immaginava peculiari alla razza vincitrice. È curioso come l’uomo, il quale aveva così efficacemente descritto la incapacità di due popoli a comprendersi mutuamente quando essi parlano due linguaggi diversi e l’uno non intende la lingua dell’altro «è difficile concepire la perversità delle quotidiane consaputamente false presentazioni del pensiero altrui e di grossolani errori i quali hanno corso nel popolo; sicché tutti vivono in un mondo di equivoci, che pongono ogni parte contro l’altra non solo in conseguenza di diversi sentimenti ma dalla genuina credenza in fatti presentati in modo interamente contradditorio» (secondo, 41).

 

 

Una bella pagina di Lucas mette in risalto le qualità dei due popoli:

 

 

«è vero che nella Nuova Francia non vi era libertà, come questa era intesa dagli inglesi, né vera vestigia di rappresentazione popolare nelle cose politiche e persino nelle municipali; ma il sistema franco canadese non perciò era privo di pregi. Esso non era male organizzato. Anzi nei suoi cominciamenti era organizzato bene ed accortamente. Esso voleva riprodurre nella nuova patria le condizioni che i coloni avevano conosciuto nell’antica, creare una Nuova Francia in America. La Nuova Francia fu creata e sarebbe difficile trovare nella storia altro esempio di un prodotto così artificiale, e nel tempo stesso così saldo e duraturo. Due aspetti del Canadà francese richiedono particolare menzione. In primo luogo esso tendeva ad essere una terra di estremi od almeno di forti contrasti. Nel territorio sistemato la vita era regolata strettamente secondo norme fisse in luoghi fissi.

 

 

Fuori di esso, la agilità francese di mente e di corpo trovava campo di farsi valere senza limiti; i voyageurs ed i coureurs de bois andavano lontano e non conoscevano leggi. In secondo luogo il vecchio Canadà era meglio costrutto per la guerra che per la pace. Esso possedeva in Quebec una fortezza naturale, che non ha l’uguale nel Nord America; essa vantava nei coureurs de bois una razza di uomini atta in modo particolare alle scorrerie di confine; mentre la struttura, insieme feudale ed accentrata, nella quale la società ordinariamente viveva, era assai buona per la guerra.

 

 

Gli inglesi in America erano molti, i francesi erano soli; ma, siccome i giorni della Nuova Francia trascorrevano più in guerra che in pace, il Canadà godeva il vantaggio di un’autorità indiscussa, di un’ubbidienza non mai messa in dubbio e di una popolazione intieramente educata per il servizio del Re. La colonizzazione canadese fu opera dello stato, e lo stato era la corona. Le colonie britanniche, vicine e rivali del Canadà, erano invece frutto dell’antagonismo verso lo stato. I tipici abitanti della Nuova Inghilterra erano uomini o discendenti di uomini emigrati in America per vivere la vita che essi desideravano e non quella voluta dal re o dal governo della madre – patria. Essi erano nati nella libertà politica e religiosa e l’autogoverno di una specie o l’altra era connaturato in essi.

 

 

Costretti dalla necessità, guerreggiavano frequentemente in maniera spasmodica e accidentale; ma il vero scopo della loro vita era di crescere e moltiplicarsi, e di fissarsi dove e come ad essi talentava. Anche tra gli inglesi si contavano uomini della boscaglia e cacciatori; ma i contrasti non erano così forti come nel Canadà francese. Non vi erano vassalli e signori da un lato; né dall’altro lato gruppi di europei indianizzati, come i coureurs de bois. I coloni inglesi erano tutti cittadini, spesso cittadini disubbidienti ed egoisti, in ogni caso acutamente consapevoli dei loro diritti se non dei loro doveri» (primo, 25 – 27).

 

 

21. Nel secolo trascorso dopo il rapporto di Lord Durham, è cresciuto grandemente il numero dei francesi che intendono e parlano l’inglese e non è piccolo quello degli inglesi che intendono il francese. I resti della vecchia struttura feudale sono, per volontà dei francesi medesimi, venuti meno; le leggi e le istituzioni si sono avvicinate se non interamente fuse.

 

 

Ma i franco – canadesi hanno conservato lingua, religione, nazionalità proprie, e stanno creando una letteratura diversa da quella francese contemporanea. Discendono da francesi del diciottesimo secolo, i quali non sono passati attraverso la rivoluzione francese e l’impero; e perciò sono spiritualmente più vicini ai loro concittadini britannici che ai consanguinei francesi.

 

 

A man a mano che franco – canadesi ed inglesi imparavano a conoscersi ed a mettere forzatamente mano insieme al governo della cosa comune, ad essi affidata da leggi successivamente emanate in attuazione dell’idea fondamentale di autogoverno contenuta nel rapporto di Lord Durham, il sospetto, l’invidia e l’odio di razza venivano meno. L’auspicio di Lord Durham si è avverato in maniera che se egli l’avesse previsto, sarebbe stata da lui accolta con gioia. L’assimilazione tra inglesi e franco – canadesi è un fatto compiuto, sebbene non nel senso letterale della parola di scomparsa della razza vinta. Le due razze vivono fianco a fianco, pacificamente, contribuendo ciascuno il meglio del loro genio alla creazione di un tipo superiore di civiltà.

 

 

22. La formula che doveva creare il nuovo impero britannico del secolo seguito al 1838 era così trovata per caso, da chi, esponendola, si proponeva un risultato contrario a quello che di fatto fu raggiunto. La parola: provvedete da voi, senza i] consiglio e l’intervento della madrepatria, alle cose vostre e che Dio e la dura esperienza vi siano maestri! – non fu ascoltata soltanto nell’America settentrionale. Se qui i franco – canadesi rimangono tenacemente attaccati al loro francese di sapore arcaico e in questo attaccamento i concittadini inglesi non scorgono alcun pericolo di scarso affetto per la patria comune, nell’Africa meridionale quella parola ha posto fine alla secolare lotta fra boeri ed inglesi. I boeri, possedendo oggi la maggioranza parlamentare nella federazione sud – africana, avendo al governo taluno dei maggiori generali che avevano combattuto in lunga guerra contro gli inglesi, fatti liberi dallo statuto di Westminster di recedere, quando lo vogliano e senza contrasto, dall’impero britannico e liberi di usare la loro lingua olandese, non sentono più di avere un litigio aperto con i concittadini di razza inglese; e restano membri dell’impero, perché non vedono il vantaggio di uscirne.

 

 

Quel che è più singolare, il lealismo verso la comunità delle nazioni delle nazioni britanniche non pare, in virtù del principio di autogoverno, né ai popoli nuovi né a quelli della madrepatria, incompatibile con un altro nascente lealismo: nel Canadà verso la comunità delle nazioni americane e nel Sud Africa verso la nuova costellazione politica, che si intravvede, attraverso conferenze preliminari di uomini di governo locali, spuntare all’orizzonte, delle nazioni medio e sud africane poste all’incirca al disotto della linea che va dal golfo di Guinea al Kenia.

 

 

Altrove, su scala minore, il principio dell’autogoverno ha persino prodotto il miracolo della pacifica convivenza fra i bianchi inglesi ed i colorati maori, finalmente, dopo tanto sangue, fatti politicamente pari agli uomini della razza dominante. Si inizia, finalmente, oggi nell’India lo sperimento forse più ansioso nella storia coloniale del mondo: il tentativo di far convivere uomini appartenenti a religioni diverse, nimicissime l’una all’altra – indù, maomettani, buddisti, parsi, pagani – a centinaia di razze diverse, a caste animate da sentimenti di odio e di spregio reciproco, dai bramiri agli intoccabili, soggetti a centinaia di stati semindipendenti, parlanti centinaia di lingue e di dialetti l’uno all’altro incomprensibili. Il principio con cui si tenta di risolvere il problema è ancora quello del rapporto di Lord Durham; l’inviato del lontano imperatore, Pilato viceré, se ne lava le mani ed affida ai contendenti il compito di sbrogliare da sé la matassa dei loro inestinguibili odi millenari. Riuscirà lo sperimento indiano, come sono riusciti gli esperimenti franco – inglese e boero – inglese?

 

 

23. Il recensore – cronista non deve rispondere alla domanda solenne, perché non vuole usurpare il compito ai politici ed ai profeti. Aggiunge però che oggi, all’aprirsi del secondo secolo di vita del nuovo impero britannico, i dati del problema appaiono mutati. Durante il primo secolo nessun nemico esterno sorse a turbare la soluzione che i popoli contrastanti nelle cosidette colonie britanniche dovevano cercare al loro problemi interno di convivenza. Alle frontiere meridionali del Canadà, a quelle settentrionali dell’Africa meridionale, alle coste dell’Australia e della Nuova Zelanda non si affacciò, ad occasione di una suprema prova d’armi, alcun nemico ad eccitare le passioni di uno dei popoli contendenti. Per un momento parve nel 1914 che il pericolo prendesse corpo, sotto la specie della Germania imperiale. Due fattori salvarono l’impero britannico: il serbato dominio del mare[5] e l’intervento degli Stati Uniti[6].

 

 

Oggi il dominio del mare non basta ove non sia unito a quello dell’aria; ed ambedue sembrano perduti per la Gran Brettagna. Quale appoggio possono ormai sperare di ricevere dalla madrepatria le quattro nazioni indipendenti dell’impero e l’India? Quale sarà l’esito di una lotta la qual fosse oggi combattuta fra il principio dell’autogoverno come strumento per risolvere i problemi di razza ed il principio della soppressione colla forza delle armi della razza vinta? Il successo ottenuto nel secolo corso dopo il 1839 nella obliterazione dei conflitti tra inglesi e franco – canadesi, tra inglesi e boeri, tra inglesi e maori potrà ripetersi nel secolo presente? Ricordiamo due soli tra i problemi della storia del domani che si intravvedono all’orizzonte.

 

 

Nell’Australia la preponderanza della razza bianca è assicurata unicamente dalle leggi di esclusione contro le genti di colore. Se la flotta britannica non potesse più in un giorno futuro far rispettare le leggi restrittive dell’emigrazione di colore, i bianchi sarebbero sommersi dai contadini cinesi e dai commercianti giapponesi. Non vi è ragion di supporre che il Giappone arretri, per ossequio al principio di autogoverno, dinnanzi allo sterminio della razza bianca.

 

 

Nell’Africa meridionale, il conflitto oggi non è più tra inglesi e boeri, ma fra bianchi e negri. Il giorno nel quale dietro ai bianchi non si erigesse più la flotta britannica, i negri troverebbero un potente aiuto negli indiani, che già ora emigrano in folla in quelle contrade. Gandhi ha iniziato tra gli indiani ed i negri dell’Africa meridionale la sua mistica propaganda rivoluzionaria. Guidati dai sottilissimi indiani delle classi colte, i negri dell’Africa meridionale diventerebbero pericolosi per i discendenti degli europei. Quale la sorte del principio dell’autogoverno dinnanzi all’assalto di razze più numerose decise ad invocarlo a proprio vantaggio ed a negarlo a quelle che esse chiamerebbero minoranze usurpatrici e monopolizzatrici? Il rapporto di Lord Durham è destinato perciò ad essere il documento principe di un’epoca la quale sta tramontando?

 

 

24. Le pagine precedenti dovevano nella mia intenzione essere una schematica introduzione al riassunto che pensavo di fare delle idee di Lord Durham intorno al particolare problema economico del regime delle terre nell’America britannica.

 

 

Leggendo, mi avvidi che il minore paradosso economico era contenuto nel maggiore politico. Partito dalla premessa della necessità politica di fare scomparire la razza francese, poiché all’uopo non volle proporre il metodo dello sterminio usato contro gli Albigesi ma quello dell’autogoverno, Lord Durham giunse al risultato di conservare anzi esaltare il nucleo franco canadese. Del pari, nonostante l’opinione sua che la tutela degli emigranti e la vendita ad essi delle terre fosse un affare imperiale, riservato, per la somma sua importanza per l’avvenire della razza britannica, ad una imparziale autorità metropolitana, i governanti, venuti di poi, quando istituirono col British North America Act del 1867 la federazione canadese, furono costretti, in ossequio al principio dell’autogoverno, ad abbandonare al governo federale il compito di alienare le terre pubbliche.

 

 

25. L’interesse del rapporto rispetto al problema delle terre non sta tuttavia nella soluzione costituzionale, di scarsa rilevanza in confronto al problema discusso sopra, e neppure nelle proposte concrete relative al miglior metodo da adottare per l’alienazione delle terre pubbliche. Queste non presentano alcuna originalità, riducendosi all’accettazione delle idee di Edward G. Wakefield, scrittore notissimo di cose coloniali e banditore di un sistema terriero divulgato appunto col suo nome. Lord Durham aveva voluto che della sua missione facessero parte il Wakefield e Charles Buller, brillante scrittore, amico di Carlyle e acerbo critico del ministero delle colonie, sicché a lui la fama attribuì subito, con evidente grossa esagerazione, la paternità effettiva del rapporto. Buller redasse invece, con la collaborazione di Wakefield, un rapporto speciale sulle terre pubbliche (terzo, 34 – 130) e, da solo un rendiconto della missione Durham (terzo, 33 – 80), ambedue di notevole interesse.

 

 

26. Il sistema Wakefield era imperniato (sul concetto del prezzo sufficiente. Le terre pubbliche dovevano essere cioè vendute a quel prezzo il quale, avuto riguardo a tutte le circostanze del momento e del paese, sembrasse più adatto ad agevolare la colonizzazione e nel tempo stesso ad impedire acquisti eccessivi e prematuri di terre da parte dei coloni. Il prezzo doveva essere cioè abbastanza basso da non distogliere dal comprar terra nessuno il quale possedesse i mezzi atti a ridurla coltivabile ed insieme abbastanza alto da sconsigliare ognuno dall’acquisto prima di possedere i mezzi medesimi o dall’acquistarne più di quanto egli fosse in grado di coltivare con vantaggio (terzo, 99).

 

 

27. Troppi ostacoli si affacciarono sempre ad impedire che il programma del «prezzo sufficiente» potesse nei paesi nuovi essere adottato seguitatamente come politica di governo; e come in Australia, dove dapprima parve avere gran seguito, anche negli Stati Uniti e nel Canadà l’applicazione del sistema Wakefield fu sporadica saltuaria e monca. A ben guardare, esso si riduce al concetto di buon senso che non bisogna regalare la terra a nessuno, anzi conviene farla pagare tutto il prezzo che essa vale sul mercato.

 

 

L’applicazione del principio opposto che, per adoperare una terminologia nostrana, si può dire della «terra ai contadini» non può partorire altro che baldoria spreco ozio e quindi immiserimento dei contadini, con correlativo arricchimento di strozzini e mercanti camuffati da propagandisti cooperativisti tutori disciplinatori e simili. Quando la baldoria demagogo – speculativa ha termine sopravvivono taluni contadini, ai quali la terra sarebbe costata assai meno, se, invece di averla gratuitamente od a prezzo di favore, l’avessero fin dal bel principio pagata al pieno prezzo di mercato.

 

 

Poiché non tutti gli uomini, anche nati sulla terra, sono capaci di coltivarla bene e di conservarla in buono stato, così occorre che la selezione elimini gli inetti i pigri i desiderosi di cambiar mestiere. Sinora non si è trovato nessun mezzo di selezione più onesto e rapido del prezzo di mercato. Se un contadino – ma costui non è certo un contadino vero, sibbene un approfittatore delle umane passioni denominate avidità invidia amore della roba altrui – declina contro il caro prezzo dei terreni, chiedetegli: perché vuoi pagare 20 o 50 od 80 quel che il tuo vicino è disposto a pagare 100?

 

 

Eccetto casi di pazzie collettive, assai più rari che non si creda, il vicino paga 100 perché egli si sente in grado di sfruttare il terreno in guisa da ricavarne la rimunerazione corrente di 100. Non confessi tu, coll’offrire un prezzo minore, di essere da meno di lui e di non essere degno di essere a lui preferito? Non forse la selezione conseguente al prezzo è la ottima fra tutte, perché certa di favorire colui che ha le migliori attitudini a conseguire lo scopo socialmente desiderabile della ottima coltivazione? Qualunque altro metodo sarebbe meno efficace, perché preferirebbe coloro che han loquela più sciolta o sanno usare meglio la mozione degli affetti o conoscono le vie per rendersi graditi ai distributori di terreni o quelle non meno spregevoli atte ad intimidirli.

 

 

28. Wakefield, Buller e Lord Durham, quando ponevano il principio del «prezzo sufficiente» in fondo ragionavano col buon senso dell’agricoltore conoscitore ed amante della terra; epperciò furono poco ascoltati dai politicanti ansiosi di distribuire favori. Aggiungevano essi che, laddove erano seguiti altri principi epperciò molte terre erano rimaste incolte, non giovavano e spesso erano inique le invocate leggi di confisca o decadenza; e proponevano di usar lo strumento dell’imposta fissa di tanti denari per acro ad anno; da noi si direbbe di tante lire per ettaro, fosse il terreno coltivato od incolto. Anche qui essi non dicevano cosa nuova, perché un secolo prima illustri italiani che si chiamavano Pasquale De Miro e Pompeo Neri avevano istituito col catasto lombardo l’imposta sul valore capitale dei terreni, considerati nella loro capacità «normale» di reddito e quindi senza tener conto della diligenza o negligenza del proprietario, sicché chi lasci la terra incolta assolve tributo pari a colui che intensissimamente la coltiva[7].

 

 

29. Dicevano ancora Wakefield, Buller e Lord Durham che le terre pubbliche dovevano essere vendute al primo richiedente a prezzo (sufficiente) uguale per tutte le terre, senza distinzione tra buone e cattive, vicine o lontane, bene o male situate. Anche qui, il loro buon senso contrastava con i pseudoragionamenti dei dottrinari, divenuti poi di gran moda, che concludevano alla tassazione della rendita fondiaria, dei sopraredditi di congiuntura e della avocazione allo stato dei valori creati dalla società e così via senza fine discorrendo con la testa nelle nuvole della giustizia ugualitaria.

 

 

Essi pensavano (terzo, 93 e segg.) esser mestieri incoraggiare coloro che scoprono e chiedono le terre buone, la cui coltivazione è condizione ed incoraggiamento alla cultura delle terre meno buone; ed essere meschino il guadagno dello stato il quale, appropriandosi il premio sperato dai più ardimentosi o diligenti, rinuncia ai ben maggiori tributi che si possono conseguire in una società prospera e progressiva.

 

 

30. Programmi e proposte non sono tuttavia la materia storicamente più rilevante del rapporto Durham. L’interesse vero è dato dalla critica serrata ai metodi seguiti in passato nelle colonie dell’America britannica per la concessione delle terre. C’è in quella critica molto che ha valore permanente e può con vantaggio essere ricordato anche oggi, perché applicabile a paesi vecchi ed a paesi nuovi, a colonie di popolamento e di piantagione, a uomini bianchi e colorati.

 

 

31. Il metodo usato nel Canadà fra il 1763 ed il 1839 oscillava incertamente fra estremi di rigore e di larghezza:

 

 

«Se le terre non sono concesse agli abitanti ed ai sopravvenienti con mano generosa, la società sopporta i danni proprii dei paesi vecchi e sovra – popolati, con l’aggiunta dei malanni peculiari ai paesi nuovi. Gli uomini sono allo stretto pur vivendo nel deserto, non possono scegliere i suoli più fertili e le situazioni più favorevoli né coltivare quelle ampie estensioni di terreno le quali soltanto, in proporzione ai lavoranti, possono compensare con la massa del prodotto i metodi estensivi di cultura che si devono adottare ai margini delle terre abitate. Se, invece, la terra è largita con trascurata profusione, nascono grandi mali di altra specie. Ampie estensioni di terreno diventano proprietà di chi le lascia incolte e spopolate.

 

 

Tratti di deserto si alternano con terreno coltivati da agricoltori laboriosi; e le difficoltà naturali delle comunicazioni aumentano a dismisura. Gli abitanti non sono soltanto sparsi su vasta estensione di paese, ma sono separati l’uno dall’altro da paludi o boscaglie inaccessibili; i coltivatori sono tagliati fuori o lontanissimi dai mercati sui quali dovrebbero vendere l’eccedenza dei loro prodotti od acquistare le merci di cui hanno bisogno. Il lavoro, il commercio, la divisione dei compiti, l’associazione per scopi pubblici, il nascere delle città, il culto pubblico, l’educazione, la diffusione delle notizie, l’acquisto della istruzione più elementare e persino la influenza civilizzatrice delle semplici relazioni di divertimento trovano gravissimo ostacolo nella impossibilità in cui si trovano gli uomini di collaborare vicendevolmente» (secondo, 203-4).

 

 

32. La incertezza nei metodi di concessione si accompagna inevitabilmente al favoritismo:

 

 

«L’unità e la costanza di vedute trionfarono in questo punto solo: [la massima variabilità e la frequentissima mutazione di metodi]. Dappertutto si usò larghezza senza limiti cosicché in tutte le colonie ed in quasi ogni parte di ogni colonia, il governo vendette assai più terra di quella che i concessionari avevano allora od hanno ora il tempo di coltivare. Eppure in tutte le colonie fino a ieri e in alcune ancora adesso, fu ed è difficilissimo o quasi impossibile per una persona priva di influenza di ottenere la concessione di appezzamenti anche piccolissimi» (secondo, 210).

 

 

«I frequenti mutamenti di metodi sono dannosissimi non solo perché dispiacciono probabilmente a coloro che poco prima hanno ottenuto una concessione ed a quelli che desiderano ottenerla subito dopo ma anche perché rendono irregolare incerto e misterioso questo importantissimo ramo dell’amministrazione. Il popolamento e l’immigrazione sono scoraggiati, perché la gente della colonia e della madrepatria perde ogni fiducia nella permanenza di qualsiasi metodo e manca di qualsiasi famigliarità con i metodi che si susseguono l’un l’altro…. Se le concessioni sono date con parzialità, e cioè con favori a particolari persone o classi, tutti coloro i quali non profittano dei favori, e costoro, naturalmente, sono il maggior numero, si inferociscono, con scapito grande della popolarità del governo» (secondo, 205).

 

 

Casi estremi di larghezza sono citati nel rapporto: «quasi tutto il territorio dell’isola del principe Edoardo, circa 1.400.000 acri, fu concesso in un giorno solo, in tenute amplissime, quasi tutte a favore di assenteisti ed a condizioni le quali non furono affatto osservate…. La maggior parte della terra è tuttora posseduta da assenteisti, che la tengono in vista di speranze future; ad assicurarsi le quali non occorre oggi alcuna attenzione, sebbene esse possano un giorno o l’altro concretarsi a causa delle crescenti necessità degli abitanti. Frattanto, gli abitanti sono soggetti a scomodi notevoli anzi a danni seriissimi a causa dello stato della proprietà terriera. I proprietari assenti né coltivano né lasciano coltivare ad altri la terra. Essi la mantengono allo stato desertico» (secondo, 241 – 42).

 

 

La maggior parte delle terre pubbliche sono così state alienate, senza vantaggio per il popolamento e la cultura: oltre ai 1.400.000 acri dell’isola del principe Edoardo, 4.400.000 acri nel New Brunswick – e qui almeno alla Corona rimangono ancora 11 milioni di acri di cui 5 atti a cultura immediata – e quasi 6 milioni nella Nuova Scozia, dove ne restano disponibili appena 300.000. Nel basso Canadà su 6.169.963 acri esistenti nei distretti misurati, quasi 4.000.000 sono già stati concessi; nell’alto Canada’ su 17 milioni di acri dei distretti misurati, appena 1.200.000 rimangono disponibili e di questi 500.000 paiono già impegnati per soddisfare a promesse governative (secondo, 219).

 

 

33. Forse ancora più nocive di quelle concesse per favore sono le concessioni inspirate al concetto di fare cosa vantaggiosa ad istituti o uomini benemeriti: Le cosidette «riserve del clero» e cioè le terre per legge riservate a vantaggio del culto, le quali nel basso e nell’alto Canadà ammontavano nel 1839 a più di 3.000.000 acri, erano sparse, a lotti per lo più di 20 acri l’uno, ad intervalli regolari sull’intiero territorio del paese. Se la ragione delle riserve ecclesiastiche era nobile, gli effetti erano stati economicamente pessimi: «Coloro a cui favore i terreni erano stati assegnati non tentarono mai e non poterono mai tentare con successo, di coltivare o popolare le loro proprietà; epperciò i terreni furono sottratti agli agricoltori e tenuti in stato disertico, con grave danno di tutti i coloni dei dintorni» (secondo, 221 – 2).

 

 

Astrazion fatta dal caso particolare del clero, il principio è dannoso per se stesso: «Il sistema di compensare servizi resi allo stato con concessioni di terre pubbliche ha prodotto e tuttora cagiona danni così gravi ai veri e proprii coloni che è difficile immaginarli se non se ne sia stati testimonii. Il principio medesimo delle concessioni in compenso di pubblici servizi è cattivo, perché in ogni caso provoca concessioni di terre al di là di quanto la collettività richiede e grandemente al di là dei mezzi di coltivazione e di popolamento posseduti dai concessionari….

 

 

Nell’alto Canadà 3.200.000 acri sono stati concessi ai «lealisti» ossia ai profughi dagli Stati Uniti, i quali presero residenza nella provincia prima del 1787 ed ai loro figli, 730.000 ai combattenti (militiamen), 450.000 ai soldati e marinai licenziati, 255.000 a magistrati ed avvocati, 136.000 a membri del consiglio esecutivo (ministri) e alle loro famiglie, 50.000 a consiglieri legislativi e alle loro famiglie, 36.900 a membri del clero in privata proprietà, 264.000 a persone che si erano obbligate a compiere misure delle terre pubbliche, 92.526 ad ufficiali dell’esercito e della marina, 500.000 per dotazione di scuole, 48.520 al colonnello Talbot, in premio dei suoi meriti di pioniere, 12.000 agli eredi del generale Brock, eroe della guerra del 1812, e 12.000 al dott. Mountain, già vescovo di Quebec.

 

 

Nel basso Canadà, astrazion fatta dalle concessioni ai lealisti profughi, rispetto a cui l’ufficio delle terre della Corona non fu in grado di fornirmi dati, 450.000 acri sono stati concessi a combattenti, 42.000 a consiglieri esecutivi, 48.000 al governatore Milnes, 100.000 al signor Cushing e ad un’altra persona, in compenso di informazioni date in un caso di alto tradimento, 200.000 ad ufficiali e soldati, 1.457.209 a capi di gruppi di coloni…. Nell’alto Canadà una proporzione piccolissima, forse meno di un decimo, della terra così concessa è stata occupata, ed una ancor minore è stata dissodata e coltivata. Nel basso Canadà, ad eccezione di alcuni pochi distretti al confine con gli Stati Uniti, i quali sono stati relativamente bene popolati, a dispetto dei proprietari, da coloni di ventura americani (squatters), si può dire che diciannove ventesimi delle concessioni sono ancora spopolati, in stato desertico» (secondo, 222 – 23).

 

 

Se agiati, i concessionari non si decisero a stabilirsi su terre lontane; se poveri, le cedettero presto a speculatori, i quali le tengono aspettando che esse crescano di valore col tempo. I lealisti o le loro vedove le vendettero per un boccone di pane, da 2 a 5 lire sterline per lotti di 200 acri. «Il prezzo di rivendita delle terre dei lealisti andò da un gallone di rum a forse 6 lire sterline per lotto» (secondo, 224).

 

 

Quando furono date istruzioni affinché non si concedessero lotti maggiori di 200 acri e in casi eccezionali di 1.200 acri a persona, si ricorse all’espediente dei «leaders and associates», oggi si direbbe delle false cooperative, in cui figuravano da 10 a 50 teste di legno, con un capo. Ed il capo nella maggior parte dei casi faceva propria tutta la concessione. Il caso dei combattenti fu ancora più deplorevole. Costoro, spaventati dalla lontananza e dallo stato dei lotti ad essi concessi, rivendettero i loro diritti speculatori i quali non ebbero mai l’intenzione di stabilirvisi e tennero quasi tutti il terreno allo stato naturale. (secondo, 226).

 

 

34. Altra grave causa di insuccesso fu la mancanza di una precisa misurazione dei terreni concessi. Senza una buona mappa non vi può essere sicurezza nella proprietà della terra, né certezza rispetto alla situazione, ed ai confini di poderi che sono segnati sulle carte o ricordati nei contratti. Nel New Brunswick «spesso gli stessi lotti di terreno furono oggetto di ripetute concessioni». Nell’alto Canadà «vi sono località in cui quasi neppure un lotto è delle dimensioni o nel luogo assegnato ad esso nelle carte. Confusione ed incertezza si ebbero perciò per quasi tutte le proprietà, con non poco litigare».

 

 

Secondo il commissario delle terre della corona nel basso Canadà: «In seguito ad una nuova esatta misurazione si trovò che neppure un lotto concorda con le mappe ufficiali. Le linee che dividono i lotti, invece di essere perpendicolari come dovrebbero essere secondo la mappa, corrono diagonalmente, cosicché tutti i lotti, più di 300, sono spostati dalla loro vera posizione. Le linee che dividono le sezioni sono così irregolari che taluni lotti sono due volte e mezzo più ampi di altri, che secondo la mappa invece dovrebbero essere dell’uguale superficie. Laghi occupano quasi tutto il posto di certi lotti…. Misure così difettose saranno causa di interminabili litigi; ed è impossibile sapere quanti casi possano sorgere di doppie concessioni dello stesso terreno a differenti persone».

 

 

Un altro geometra: «Mi venne a mano l’altro giorno una patente di concessione di quattro lotti. Si riscontrò che tre lotti non esistevano…. E la imprecisione delle misure è così notoria che molti rifiutano di vendere dando garanzia per la validità del titolo» (secondo, 231 – 6)

 

 

35. Oltreché incerto, il titolo di proprietà è lento a venire. Un commissario, parlando dell’alto Canadà, dice: «Nessuna lagnanza più frequente sul labbro dei coloni di quella contro l’indugio degli uffici nel concedere le terre. Accadde frequentemente a me di conoscere coloni i quali, avendo speso tutto il denaro posseduto nell’attendere la concessione, erano rimasti senza mezzi…. Tipico il caso di un richiedente il quale doveva certo denaro…. Nel frattempo, la patente di concessione di terre a suo favore faceva il corso regolare attraverso gli uffici. Egli pregò i creditori di attendere sino al rilascio della patente, su pegno della quale egli avrebbe potuto ottenere la somma necessaria a pagarli. I creditori attesero per qualche tempo; ma, divenuti impazienti, chiesero il suo arresto e lo mandarono in prigione. La patente era quasi pronta; ma egli dovette rimanere quindici giorni in prigione prima che fosse firmata dal governatore» (secondo, 236 – 7).

 

 

Un mediatore in terre elenca le formalità necessarie ad ottenere la patente: «Quando il compratore ha pagato l’ultima rata del prezzo, il documento è rinviato dall’ufficiale delle terre della corona al misuratore generale perché questo fornisca i dati. Il documento con i dati delle misure è mandato poscia al commissario delle terre della Corona; e di lì al segretario del governatore, il quale ordina al segretario provinciale di stendere in forma legale la patente. Redatta la patente, il governatore la firma e vi fa apporre il gran sigillo della provincia. A questo punto la patente è rinviata al commissario delle terre della corona per essere registrata; dopodiché si dice che la patente è perfetta. Spesso, lungo i passaggi attraverso tanti uffici, riferimenti e carte si perdono in uno o in un altro ufficio…. Talvolta le carte si ritrovano ma troppo tardi, essendosi dovute rinnovare. Il tempo più breve per perfezionare un titolo è di sei settimane, ed il più lungo otto anni. Il tempo mediamente necessario per perfezionare una patente, dopo il pagamento intiero del prezzo, è di 15 mesi intieri…. Il sistema presente è così profittevole per gli agenti che, parlando da agente, mi dispiacerebbe vederlo abolito. Uno degli inconvenienti per il pubblico è la necessità di affidarsi ad agenti pratici dei labirinti attraverso a cui le pratiche devono passare» (secondo, 237 – 39).

 

 

36. Il risultato finale di tutti gli inconvenienti elencati è così descritto dal commissario principale dell’emigrazione nell’alto Canadà: «Nei distretti nuovi l’ostacolo principale alla colonizzazione è lo scarso numero degli abitanti. Sugli 80.000 acri di terra del distretto, un sesto è riservato al clero ed un sesto alla corona; dei cinque ultimi rimanenti, una parte notevole è assorbita da lealisti combattenti ufficiali ed altri; la maggior parte delle quali concessioni resta desertica.

 

 

Questi blocchi di terreni incolti pongono il vero e proprio colono in una condizione pressoché disperata; egli difficilmente può sperare di vedere durante la sua vita il distretto abitato da una popolazione abbastanza densa da mantenere mulini scuole uffici postali chiese mercati e botteghe; e senza tutto ciò la civiltà torna indietro. In simili circostanze i coloni non possono costruire strade, né tenerle in buono stato, se aperte dal governo…. Nel 1834 incontrai sulla strada un colono che ritornava dal mulino, con la farina e la crusca di tredici bushels di frumento (quintali 3,5); egli aveva due buoi ed un cavallo attaccati al carro e, dopo un’assenza di nove giorni, sperava di essere di ritorno a casa la sera dopo. Per quanto il carico fosse leggero egli mi disse che aveva dovuto parecchie volte scaricarlo in tutto od in parte e dopo avere condotto il carro attraverso la palude, aprirsi la via nel bosco dove la palude era guadabile; caricarsi i sacchi sulle spalle e riporli sul carro. Attribuendo all’uomo ed al carro il valore di due dollari al giorno, il costo del trasporto ammontava a venti dollari. Siccome il nolo dai Canadà all’Inghilterra è di 2 s. 6 d. per bushel, il consumatore della madrepatria poteva farsi venire il frumento e macinarlo con spesa minore di quella sostenuta da questo disgraziato per superare una distanza di meno di 90 miglia» (secondo, 239 – 40).

 

 

37. Paragonato alle incertezze, ai favoritismi, agli indugi imperanti nel Canadà, il metodo: «Negli Stati Uniti, dopo il 1796, la concessione delle terre pubbliche ancora disponibili ha luogo a norma di una rigorosa legge dal congresso; non di leggi differenti per le varie parti del paese, ma di una legge sola per tutte le terre pubbliche…. Il sistema combina i principali requisiti della massima perfezione.

 

 

Esso è uniforme in tutta la vasta federazione, non è mutabile se non dal congresso e non è mai stato sostanzialmente mutato; esso agevola l’acquisto delle terre nuove e tuttavia, imponendo a queste un prezzo, limita le concessioni ai reali bisogni del colono; è semplicissimo cosicché tutti lo comprendono; impone misure precise ed evita indugi inutili; dà un titolo immediato e sicuro; non consente favoritismi, ma distribuisce la terre pubbliche a tutte le classi e persone a condizioni perfettamente uguali. Il sistema ha favorito l’immigrazione ed il popolamento in misura di cui la storia del mondo non reca altro esempio; ed ha fornito al governo federale redditi che talvolta superarono quattro volte la spesa pubblica» (secondo, 209 – 10).

 

 

38. Profondo è il contrasto presentato dai territori posti ai due lati, americano e britannico, della linea di frontiera per quanto riguarda il frutto del lavoro, l’incremento delle ricchezze e il progresso della civiltà.

 

 

«Basta rovesciare la descrizione fatta per un lato per avere quella dell’altro lato. Dalla parte americana, tutto è attività ed affaccendamento. La foresta è stata schiarita ampiamente; ogni anno in terre prima vuote si formano nuovi centri e sorgono migliaia di poderi; il paese è intersecato da strade ordinarie; ferrovie e canali sono costrutti od in via di costruzione; le vie di comunicazione sono affollate e piene della vita di numerose vetture e battelli a vapore. L’osservatore è colpito dai numerosi porti sui laghi e dalle navi che vi fanno scalo; dovunque siano necessari sorgono ponti, scali e pontili comodi. Case, magazzini, opifici, osterie, villaggi, borghi e anche grandi città nascono quasi dal nulla.

 

 

Ogni villaggio ha le sue scuole e i suoi templi. Oltre a questi, ogni borgo vanta i suoi edifici municipali, le sue librerie, e probabilmente una o due banche ed altrettanti giornali; e le città con le loro belle chiese, i loro grandi alberghi e borse e tribunali e palazzi municipali, di pietra e marmo, così nuovi e freschi da ricordare la foresta che poco prima sorgeva nello stesso luogo, sarebbero oggetto di ammirazione in ogni regione del vecchio mondo. Dal lato britannico, ad eccezione di alcuni pochi luoghi favoriti, dove si vede qualche approssimazione alla prosperità americana, tutto sembra deserto e desolato. Vi è una ferrovia sola in tutta l’America britannica, fra il San Lorenzo ed il lago Champlain, lunga appena 15 miglia.

 

 

L’antica città di Montreal, la naturale capitale commerciale del Canadà, non sostiene menomamente, sotto qualunque punto di vista la si consideri, il paragone con Buffalo, nata pur ieri…. Nei distretti rurali…. una popolazione sparpagliata, povera, priva in apparenza di iniziativa, sebbene resistente e laboriosa, separata da ampi tratti di foresta, senza borghi e mercati, quasi senza strade, vivente in rozze case, contenta di una rude sussistenza ricavata da terra mal coltivata, presenta il contrasto più istruttivo con gli intraprendenti e prosperi vicini del lato americano….

 

 

Lungo tutta la frontiera, da Amherstburg all’oceano, il valore di mercato della terra è molto maggiore dal lato americano che da quello britannico. In non pochi luoghi la differenza giunge al mille per cento e talvolta anche a più. La differenza media, fra l’alto Canadà e gli Stati di New York e di Michigan è notoriamente di parecchie volte cento per cento…. Il prezzo della terra incolta nel Vermont e nel New Hampshire vicino alla frontiera è di cinque dollari per acre e nei distretti vicini britannici di appena un dollaro. Dalla nostra parte un’estensione un po’ ampia di terra è del tutto invendibile, anche a questi bassi prezzi; mentre dalla parte americana la terra cambia continuamente mano….

 

 

Né si può dire che la differenza sia dovuta alla maggiore fertilità del terreno americano; anzi il contrario è vero. Gli immigranti inglesi frequentemente, dopo una breve sosta nel Canadà, se ne vanno negli Stati Uniti; e taluno valuta persino al sessanta per cento la proporzione degli emigranti britannici perduta per il Canadà…

 

 

Sono lungi dall’asserire che il valore molto inferiore dei terreni nelle colonie britanniche e la riemigrazione degli immigranti siano intieramente dovuti alla mala gestione nella concessione delle terre pubbliche. Altri difetti ed errori governativi devono aver contribuito a questi lamentevoli risultati, ma mi faccio eco dell’opinione di tutti i più intelligenti e, mi si conceda di aggiungere, di alcuni dei più leali sudditi di Vostra Maestà nell’America del nord quando affermo che quella ne fu la principale causa» (secondo, 212 – 18).

 

 

39. Nei limiti nei quali la esperienza storica è valida, il rapporto di Lord Durham dice che la colonizzazione è destinata ad avere tanto maggior successo quanto più la concessione delle terre pubbliche è compiuta sulla base di criteri certi, invariabili nel tempo con uguaglianza di trattamento per tutti i coloni disposti a pagare per contanti un prezzo moderato sì ma non irrilevante, e con rapido rilascio di un titolo di proprietà non soggetto a clausole incerte di decadenza e definito con precisione rispetto alla località ed alla misura della superficie concessa. Le preferenze da qualunque ragione mosse, anche di benemerenze pubbliche, le incertezze nei titoli di proprietà e le lungaggini nel rilasciarli, il basso prezzo o la gratuità delle concessioni ostacolano l’appoderamento ed il popolamento delle terre nuove.

 

 

40. Se il valore delle conclusioni ora dette sia particolare alle terre dell’America settentrionale nel primo terzo del secolo passato o possa estendersi ad altri tempi e luoghi sarebbe problema assai interessante da discutere. Sulla terra vissero e vivono razze diverse da quella bianca e uomini diversi da quelli posti a cavallo tra il decimottavo e decimonono secolo. Sono ad essi applicabili le conclusioni del rapporto di Lord Durham? Il cronista si ristringe a porre il problema e si augura che, ad agevolarne l’esame, sia dato leggere in qualche relazione ufficiale avvenire pagine altrettanto fresche e sincere ed istruttive quanto quelle che si ammirano nel vecchio libro qui riesumato.



[1] Il primo impero britannico morì il 3 settembre 1783, data del trattato definitivo ( preliminari erano stati firmati il 30 novembre 1782) di Parigi, il quale consacrava la indipendenza degli Stati Uniti d’America dalla corona britannica. Un primissimo impero britannico avanti lettera potrebbe essere considerato quello che l’Inghilterra ebbe sulla Francia medievale e culminò nel sacrificio di Giovanna d’Arco; ma per essere tanto lontano da noi, se ne può fare astrazione.

 

 

La distinzione fra i successivi imperi britannici è, naturalmente, arbitraria, come quella fra i vari evi storici, antico medievale e moderno. Lo Zimmern, ad, esempio (in Empire britannique et societè des nations, Paris, 1930) ne conta tre; il primo dei quali, suppergiù corrispondente al mio, sarebbe finito nel 1776, all’epoca della rivolta delle tredici colonie americane; il secondo avrebbe durato dal 1776 sino alla fine della grande guerra; ed il terzo, caratterizzato dal sorgere della comunità britannica delle nazioni, sarebbe cominciato verso il 1921. Dalle cose dette nel testo è chiarita la ragione di non accettare siffatta periodologia. Tra il 1783 al 1839 non visse un impero, ma una collezione di colonie più o meno affezionate od avverse alla madrepatria, Il nuovo o secondo impero nacque quando sorse nel 1839 un’idea capace di creare una nuova figura di stato. L’attuale comunità britannica delle nazioni è l’attuazione, più chiara ed ampia, dell’idea medesima, Lo Zimmern, parla di apogeo del secondo impero all’epoca della grande guerra, Si ebbe allora l’apogeo od invece al momento del discorso di giubileo di Giorgio quinto, quando questi proclamò la morte del potere del parlamento britannico sull’impero e rivendicò a se la potestà suprema, come simbolo dell’unione degli stati della corona britannica divenuti uguali ed indipendenti? In verità re e statisti dichiarano le idee che taluni pochi pensatori hanno tratto dalla visione del mondo reale: Lord Durham nel 1839 proclama l’uguale diritto dei cittadini britannici a governarsi da sè dovunque si trovino; Lionel Curtis, dopo essere stato parte grande nel consigliare l’estensione del diritto ai vinti boeri, redige nel 1914 The Project of a Commonwealth e nel 1917 pubblica il libro fondamentale della formazione storica divenuta adulta: The Commonwealth of Nations – an Inquiry into the nature of citizenship in the British Empire, and into the mutual relations of the several communities thereof (London, Macmillan, 1917). Il quadro più vivo e compiuto di ciò che è oggi la comunità britannica delle nazioni è The New British Empire, del professore di Harvard W. Y, Elliot, (Mac – Graw – Hill Book Co, New York, 1932). I documenti principali importanti in materia vi si leggono in appendice. Come è controversa la distinzione tra i due o tre imperi, così può essere impugnata la mia determinazione della data di nascita al 31 gennaio 1839. Probabilmente i più riterranno esagerata l’importanza data al rapporto di Lord Durham. Richiamo, per giustificarmi, il diritto di precedenza, asserito sopra, al momento in cui l’idea fu espressa dal pensatore (che nel caso attuale era anche un uomo politico) sul momento in cui l’idea è fatta propria ed attuata dallo statista. Si intende che l’idea ha diritto di precedenza quando essa è capace di essere tradotta in atto e prima o poi l’attuazione abbia luogo.

[2] La recensione è condotta non sui libri azzurri pubblicati per ordine della Camera dei comuni dall’11 febbraio al 12 giugno 1839, ma sulla ristampa che ne fece in tre volumi Sir C. P. Lucas, professore all’università di Oxford, con tipi della Oxford’s Clarendon Press nel 1912, col titolo Lord Durham’s Report on the Affairs of British North America. Il primo volume (pp. sesto – 335) contiene l’ampia introduzione di Sir C. P. Lucas, nella quale sono narrati e discussi l’occasione, il contenuto, gli scopi ed i risultati del celebre rapporto. Il secondo (pp. quarto – 399) contiene il rapporto propriamente detto di Lord Durham; laddove il terzo (pp. quarto – 380) riproduce le più importanti delle appendici al rapporto. Un elenco completo fa conoscere che le appendici omesse sono tutte di rilevanza secondaria e puramente locale, ad eccezione forse dei verbali degli interrogatori. La nuova edizione, segnalabile per accuratezza, è arricchita dai testi di taluni dispacci scambiati fra il segretario agli affari esteri e Lord Durham e da un’inedita relazione di Charles Buller sulla missione canadese di Lord Durham.

[3] Nella ricordata introduzione del Lucas sono minutamente elencate e studiate le limitazioni poste da Lord Durham al diritto di autogoverno della colonia rispetto agli affari di interesse comune con la madrepatria. Ma le limitazioni erano destinate a cadere per l’operare logico del principio che arbitri delle proprie sorti debbono essere, dovunque si trovino, nella madrepatria o nelle colonie, i governati.

[4] Non è compreso nell’impero, per la sua irrelevanza e la sua provvisoria rinuncia allo stato di autogoverno, il dominio di Terranova; e vi si comprende con accezione particolare l’Irlanda del sud, perché di fatto il governo De Valera concepisce in modo tutto suo il vincolo con la Corona. Profondamente significativo è però il fatto che l’abdicazione di Edoardo ottavo abbia provocato in Irlanda una, non chiesta, dichiarazione di volontà di rimanere nel seno della Comunità britannica delle nazioni. Potrà essere compresa la federazione indiana quando, fra sanzionato e iniziato, il quale deve metterla a paro degli altri stati sovrani della comunità britannica delle nazioni.

[5] Il dominio del mare non sarebbe forse stato, neppure nella guerra passata, serbato dalla flotta britannica se quella italiana non avesse tenuto in rispetto quella austriaca; e se le flotte italiana, francese e giapponese non avessero collaborato con quella britannica alla polizia dei mari. Un laico in cose marittime non può azzardarsi a precisare maggiormente la constatazione.

[6] Non la volontà del presidente Wilson e l’affondamento del «Lusitania» furono le cause vere dell’intervento; ma il riprodursi nel 1914 sul continente americano delle condizioni venute meno con la pace di Parigi del 1763. La cessione avvenuta in quell’anno del Canadà francese all’Inghilterra fu colpo gravissimo al primo impero britannico. Le tredici colonie americane, sorte dalla emigrazione di ribelli e di non conformisti, le quali erano attaccate alla madrepatria dalla necessità dell’aiuto dell’esercito metropolitano contro gli assalti alle spalle dei franco – canadesi, videro, coll’assoggettamento del nemico tradizionale alla stessa Corona, venir meno quest’unica ragione di attaccamento all’Inghilterra, sicché antiche disputabili e in gran parte formali lagnanze di soprusi tributari presero corpo e diventarono motivo di separazione. Nel 1914 gli Stati Uniti videro che la vittoria della Germania avrebbe distrutto l’equilibrio delle forze mondiali su cui poggia la loro sicurezza. Una Germania padrona dell’Europa e dominatrice dell’Atlantico voleva dire un Giappone dominante senza rivali sul Pacifico. Come avrebbero potuto gli Stati Uniti resistere alla duplice pressione? Risorgeva, sotto la mutata specie della Germania e del Giappone, l’antico incubo del secolo diciottesimo della Francia padrona dell’Europa e solidamente assisa nel centro del continente americano alle spalle delle tredici colonie britanniche. Perciò gli Stati Uniti intervennero per salvare non l’Europa, ma sé stessi da un’egemonia mondiale. Sugli effetti della pace di Parigi del 1763, cfr. principalmente George L. Beer, British Colonial Policy 1754 – 1765. New – York, 1907, cap. nono.

[7] La storia e la bibliografia di questo concetto, cogli svolgimenti successivi recati da G. R. Carli, Carlo Cattaneo Angelo Messedaglia si leggono in La terra e l’imposta dello scrivente, in Annali di economia, 1924.

Torna su