L’attuazione della giustizia tributaria

Tratto da:

Per la giustizia tributaria

La Stampa

Data di pubblicazione: 21/02/1901

L’attuazione della giustizia tributaria

«La Stampa» 21[1] febbraio 1901

Per la giustizia tributaria, Torino-Roma, Roux e Viarengo, s. d. [1901], pp. 37-46

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925)[2], Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 267-271

 

 

 

 

È opinione comunemente diffusa che un ordinamento tributario non possa essere considerato accettabile in un paese civile se non soddisfi alla condizione di essere giusto.

 

 

Variano però – e molto – le idee intorno a ciò che possa essere considerato come giusto od ingiusto; e, a seconda delle diverse scuole economiche, svariati sistemi si propugnano per giungere ad attuare l’ideale di giustizia che sta nel cuore di tutti.

 

 

Vi ha chi vorrebbe colpire con l’imposta i capitali già formati, lasciando esenti il provento del lavoro manuale od intellettuale; mentre altri preferisce avocare allo stato una quota determinata dei redditi dei cittadini da qualunque fonte provengano.

 

 

Viva lotta si combatte pure tra quelli che ritengono giusto che i cittadini siano colpiti da tributo in uniforme proporzione ai loro redditi; e quelli che preferiscono una proporzione progressiva. Sembra, cioè, ad alcuni giusto che tutti paghino, ad esempio, l’1% del reddito, qualunque sia l’ammontare del reddito, 1.000 o 100.000 lire; mentre altri vuole che su un reddito di 1.000 lire si paghi l’1%; su un reddito di 10.000 il 2%; su 20.000 il 3%, ecc. ecc., crescendo l’aliquota coll’aumentare del reddito.

 

 

Sarebbe impresa troppo lunga, e qui non opportuna, discutere la bontà e la legittimità di codesti ed altri parecchi sistemi che si mettono innanzi per attuare il canone della giustizia tributaria. La contesa non è terminata nel campo della teoria, e nella pratica non si ha alcun esempio di stati che abbiano accolto l’uno o l’altro concetto nella loro integrità.

 

 

Importa far rilevare piuttosto come tutti questi concetti si informino sostanzialmente ad un’idea fondamentale: che chi ha paghi in proporzione (strettamente proporzionale ovvero progressiva) ai suoi redditi od ai suoi capitali.

 

 

Né basta. Siccome lo stato presta servizi desiderati od almeno utili a tutti i cittadini, come la giustizia, la sicurezza, la difesa contro lo straniero, e fornisce inoltre altri richiesti invece solo da talune classi, come l’istruzione media e superiore, così si ritiene giusto che a tutti si faccia pagare, in proporzione alle rispettive fortune, un’imposta per sopperire alle spese generali, e si richieggano tasse speciali a quelli che domandano servizi utili in modo particolare ad essi soli.

 

 

Lasciando da parte questi servizi speciali, che si pagano da coloro che li richieggono, sembra a prima vista giusto che i servizi generali siano compiuti col provento di una unica imposta proporzionale ai redditi.

 

 

Senonché quest’unica imposta sul reddito o sul capitale non sarebbe a sufficienza produttiva. Oggidì le spese dello stato – a ragione od a torto – sono cresciute talmente che l’imposta unica dovrebbe dare proventi colossali e dovrebbe elevarsi ad aliquote altissime sul reddito o sul capitale di quella nazione che l’adottasse.

 

 

In Italia, ad esempio, nell’esercizio finanziario 1898 – 99, le spese effettive ammontarono a 1.626 milioni, a cui si devono aggiungere 454 milioni di spese effettive comunali e 94 milioni di spese provinciali; in tutto, secondo l’ultimo annuario statistico, 2.174 milioni. Ora la ricchezza privata ammontava in Italia, secondo calcoli eseguiti una decina d’anni fa, a 54 miliardi, e non si può supporla cresciuta – anche a voler essere esageratamente pessimisti – a più di 70 miliardi, cosicché, adottando il coefficiente del 15%, che un insigne statistico inglese, il Giffen, ha constatato per l’Inghilterra, il reddito totale del nostro paese non può essere superiore ai 10 miliardi.

 

 

L’imposta unica dovrebbe essere applicata coll’aliquota del 16,25% per lo stato, del 4,50 per i comuni e dell’1% per le province, ossia in tutto quasi del 22% sui redditi privati per ottenere una somma corrispondente all’attuale fabbisogno.

 

 

Ognuno comprende come ciò sia praticamente impossibile. Il fisco, per quanto lo si supponga oculatissimo, non riescirebbe a scoprire forse nemmeno metà dei 10 miliardi del reddito nazionale; sì che lo stato dovrebbe fare fallimento o ridurre le spese in modo che oggi dai più non si crede possibile.

 

 

È necessario dunque – ed è una necessità riconosciuta da tutti gli stati moderni – non ricorrere ad una sola imposta sui redditi per far fronte alle spese generali, ma acconciarsi ad un sistema di imposte molteplici, che riescano a trarre di tasca al contribuente con sottili e diversi accorgimenti i molti milioni necessari allo stato senza farlo troppo strillare, ed in guisa approssimativamente conforme a giustizia.

 

 

Anche in questo i principii tramandatici dal conservatore Robert Peel e dal liberale Gladstone, ed applicati in Inghilterra da lungo volgere di anni, ci sono fecondi di utili ammaestramenti.

 

 

Scegliendo l’anno 1899, noi ci troviamo dinanzi ad un bilancio attivo di 108 milioni e un terzo di lire sterline.

 

 

Su questi, circa 50 milioni sono forniti dai consumi; ma non da consumi di prima necessità o da dazi protettivi per alcune classi di produttori. Ogni imposta sulla fame è scomparsa; ed è scomparsa pure ogni imposta pagata dai contribuenti in minima parte allo stato ed in massima parte ad altri produttori. La scomparsa ha avuto una benefica influenza sul bilancio dello stato e sul benessere della nazione; basti accennare che quei 50 milioni sono incassati per mezzo di tributi su pochissimi oggetti: spiriti, birra, vino, tè, caffè, zibibbo, tabacco, cicoria, cacao, fichi ed uva secca, carte da giuoco, polvere da sparo; tutti consumi ritenuti dai più di lusso e pagati da poveri e da ricchi egualmente, se non in proporzione alla loro ricchezza, almeno in occasione di atti i quali denotano il possesso di un reddito superiore al minimo necessario per l’esistenza.

 

 

Non si toglie il pane di bocca al povero; non lo si obbliga a salar meno la minestra od a pagar più cara la luce del petrolio, come accade in Italia; ma soltanto si pretende il pagamento d’una tassa da chi vuol bere un bicchiere di birra o di vino, o vuole avvelenarsi coll’alcool, o vuole consumare tè o caffè o tabacco. Dato che il fabbisogno dello stato è alto e non può essere coperto anche se si impongono tributi altissimi sui redditi, il metodo seguito in Inghilterra è quello che urta meno il sentimento generale di giustizia.

 

 

Certo è necessario, affinché i tributi sui consumi di lusso siano molto produttivi, che il paese sia ricco; ma a questo Peel e Gladstone aveano provveduto togliendo i dazi protettivi che comprimevano lo sviluppo dell’industria nazionale e riducendo le aliquote delle imposte sui redditi entro limiti sopportabili.

 

 

Perché nel bilancio inglese del 1899 non mancavano invero i proventi delle imposte dirette.

 

 

Le tasse sugli affari gittavano quasi 7 milioni e due terzi di lire sterline; le imposte di successione 11,4 milioni; e la imposta sul valor locativo 1.600.000 lire sterline.

 

 

Le poste ed i telegrafi, i beni della corona, i diritti diversi davano quasi 19 milioni di lire sterline al lordo.

 

 

Il residuo della antica imposta fondiaria, quasi un censo fisso gravante sulla terra a profitto dello stato, fruttava 770 mila lire sterline.

 

 

Tutte imposte, come si può agevolmente giudicare, poco gravose e facilmente sopportate dai contribuenti, in quanto costituiscono o un canone fisso già ammortizzato, come l’imposta fondiaria, o un’imposta sul lusso, come quella sul valor locativo degli appartamenti molto ampii, sulle vetture e domestici, oppure un’imposta pagata abbastanza di buon grado, come quella di successione.

 

 

Sono imposte però le quali hanno una scarsa elasticità, perché non si possono contrarre o ridurre rapidamente a norma dei bisogni del bilancio, variabili da un anno all’altro per circostanze impreviste, come per una guerra che accresce le spese militari o per una crisi commerciale che scema il gettito dei consumi di lusso.

 

 

A questo provvedeva nel bilancio del 1899 l’income tax, ossia l’imposta sui redditi superiori alle 4.000 lire italiane. L’imposta era destinata, nel pensiero dei suoi creatori, a colmare i deficit del bilancio. Nel 1899 fruttava 18.000.000 di lire sterline in base ad un’aliquota di 8 pence su ogni lira sterlina, ossia del 3,20% del reddito.

 

 

Quando il ministro del tesoro ha bisogno di maggiori entrate, non ha che da aumentare di 1 d. per lira sterlina l’aliquota dell’income tax e 52 milioni di lire nostre entrano in più nelle sue casse. Passato il bisogno, l’aliquota viene novamente ridotta.

 

 

Così alla guerra di Crimea si provvide in parte accrescendo l’aliquota dell’imposta sul reddito. La quale fruttò 6 milioni 117 mila lire sterline nel 1853-54; lire sterline 10.513.369 nel 1854-55; lire sterline 14.814.757 nel 1855-56; lire sterline 16.089.933 nel 1856-57 per ridiscendere a lire sterline 11.586.114 nel 1857-58 ed a 6.683.587 nel 1858-59.

 

 

Quando sarà finita la guerra del Transvaal si potrà osservare il medesimo fenomeno di espansione e contrazione del prodotto dell’income tax. L’aliquota negli ultimi anni variò nel seguente modo: 1877: 3 d.; 1879: 5 d.; 1881: 6 d.; 1882: 5 d.; 1883: 6 1/2 d.; 1884: 5 d.; 1885: 6 d.; 1886: 8 d.; 1888: 7 d.; 1889: 6 d.; 1894: 7 d.; 1895: 8 d.; 1900: 1 scellino.

 

 

La soluzione che gli inglesi cresciuti alla scuola del Peel hanno dato al problema tributario soddisfa nel tempo stesso a molteplici esigenze. Soddisfa alle necessità della giustizia, perché colpisce i consumi di lusso ed i redditi superiori ad un minimo che è ora di ben 4.000 lire; della produttività fiscale perché si basa su consumi a larga base e profondamente radicati nelle abitudini della popolazione; della elasticità perché si può con una modificazione dell’aliquota accrescere o diminuire il gettito dell’imposta sul reddito per sopperire alle spese straordinarie; ed infine della convenienza economica perché sono escluse tutte le imposte che, per il soverchio fiscalismo o per la protezione concessa a talune industrie a scapito di altre, possono comprimere lo sviluppo della ricchezza nazionale.

 

 

Certo l’Italia per la sua molto minore ricchezza e le sue differenti condizioni economiche generali non potrebbe adottare un sistema esattamente simile a quello inglese. Ma anche soltanto l’imitazione, nei limiti del possibile, potrebbe essere di gran giovamento.

 



[1] Con il titolo I limiti della giustizia tributaria.[ndr]

[2] Con il titolo Per la giustizia tributaria IV.[ndr]

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