L’autarcia e i suoi danni

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Giornale d’Italia

Data di pubblicazione: 03/09/1943

L’autarcia e i suoi danni

«Il giornale d’Italia», 3 settembre 1943

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 303-306

 

 

 

 

Se si vuole definire che cosa voglia dire la parola divenuta oggi notoria, sebbene non popolare, ci si trova anzitutto dinnanzi ad un equivoco vocabolaristico; ché, a parlare propriamente, autarchia è presa in due sensi non sinonimi, l’uno politico e l’altro economico. È “autarchico” l’ente, stato, comune o provincia, il quale ha facoltà proprie di governo per le quali non dipende da altri enti superiori. In questo senso la parola autarchia si identifica con quella di dominio, padronanza, signoria politica; ed è il suo senso proprio.

 

 

In senso economico, autarchia vorrebbe invece significare bastevolezza, autosufficienza, la condizione di quella persona od ente o stato, il quale basta a se stesso e non ha, per questa o quella merce o derrata, bisogno di ricorrere ad altri.

 

 

Si dice, ad esempio, autarchico rispetto al grano quello stato il quale produce nel territorio nazionale tutto il grano necessario alla alimentazione del suo popolo.

 

 

I greci distinguevano con due parole simili, ma non uguali, i due significati ed il collega Brondi, che per il primo analizzò in Italia la differenza in una nota all’Accademia delle scienze di Torino, propose di trasportare in lingua italiana l’uso greco, usando la parola autarchia per significare autodominio politico ed autarcia per indicare la autosufficienza economica.

 

 

Taluno ritiene poco rilevante la distinzione, reputando che la autarcia od autosufficienza economica sia la condizione e quasi la prefazione della autarchia od autodominio politico. L’essere bastevoli a sé economicamente, parrebbe così la condizione indispensabile per essere anche bastevoli a se stessi, ossia compiutamente indipendenti politicamente.

 

 

La cosa è grandemente dubbia. In qual modo, si può chiedere, uno stato di cose come quello dell’autarcia od autosufficienza economica, la quale non è conseguibile se non quando lo stato si allarghi sino a comprendere il mondo intiero, può garantire la indipendenza politica dei singoli stati, per i quali è assurdo che essa possa essere raggiunta mai se non per rarissima eccezione?

 

 

L’autosufficienza economica può essere un fatto in tempi e luoghi primitivi, quando, essendo i bisogni umani limitatissimi, ogni famiglia od ogni tribù viveva dei beni da essa medesima prodotti. L’ideale di Gandhi, il quale fila il cotone con la rocca a mano, può essere un simbolo di protesta contro l’Inghilterra, ma riporterebbe l’India indietro di millenni.

 

 

Nei moderni tempi civili, quando i bisogni degli uomini si sono tanto moltiplicati e cresciuti, quando la divisione del lavoro ha consentito l’aumento incredibile dei beni messi a disposizione degli uomini, quando in ogni paese si deve ricorrere a materie prime prodotte in svariatissime altre contrade, quando ogni uomo si specializza nel produrre un bene od un servigio solo, anzi spessissimo una minuta frazione di un sol bene o servizio, autarcia od autosufficienza vuol dire ritorno a condizioni primitive preistoriche di civiltà, ad un tenor di vita che nessun popolo moderno sopporterebbe mai a lungo. Giova tuttavia proporsi l’autosufficienza come strumento temporaneo, lamentevole sinché si voglia, ma necessario e quasi fatale in tempo di guerra!

 

 

Non è qui il luogo di discutere le condizioni dalle quali dipende la vittoria in guerra. Troppe sono queste condizioni, e per lo più non economiche, perché sia possibile farvi anche un fugace accenno. Mi ristringerò ad alcune poche riflessioni pertinenti in modo specifico alla autosufficienza.

 

 

Poiché le guerre si conducono per vincere e non per perdere e poiché per vincere occorre, fra l’altro, abbondanza di mezzi e di uomini, possiamo chiederci: l’autosufficienza od autarcia conduce a quell’abbondanza di mezzi e di uomini che è una delle condizioni essenziali della vittoria? La risposta è una sola, ed è univoca: no. La autosufficienza economica significa produrre in paese anche quelle merci e quelle derrate che altrimenti, se con leggi proibitive o dazi o sussidi o contingentamenti non se ne rendesse artificialmente conveniente la produzione all’interno, si importerebbero dall’estero. Lasciate a se stesse, nove decimi delle merci autarciche cesserebbero d’un tratto di essere prodotte e al posto loro sottentrerebbero di nuovo il cuoio naturale, la gomma elastica delle piantagioni, il petrolio estratto dai pozzi, il cotone la lana naturali, il caffè genuino. Gli uomini, salvo poche eccezioni di beni nuovi rispondenti a nuove o cresciute esigenze, tornerebbero, se potessero, a rifornirsi delle merci e delle derrate genuine perché migliori e meno costose dei surrogati autarcici.

 

 

Quale è il significato di questa verità essenziale ed evidente? Che noi, se vogliamo produrre merci autarciche dobbiamo sopportare costi maggiori. E questa verità a sua volta è sinonimo di un’altra: che noi, per ottenere col surrogato lo stesso risultato, lo stesso rendimento che otterremmo colla merce genuina, dobbiamo sottostare ad uno sforzo maggiore. A parità di risultato, dove prima impiegavamo l’opera di 10 uomini, siamo costretti ad impiegare il lavoro di 12, 15, di 20 e più uomini.

 

 

Non occorrono ragionamenti complicati per riuscire alla constatazione ora fatta, la quale, se appena appena vi si rifletta, è terrificante. In un momento in cui tutti gli sforzi della nazione in guerra debbono essere tesi per ottenere la vittoria, in un momento nel quale importa per la vittoria utilizzare nel modo più perfetto la capacità produttiva degli uomini; in un momento, nel quale importa lasciar liberi i servizi diretti della guerra guerreggiata, il numero massimo di soldati e di ufficiali, ecco che la politica di autosufficienza economica ci persuade ad utilizzare male gli uomini, a far loro compiere un grande sforzo per ottenere un piccolo risultato, ecco che, invece di produrre molto a basso costo, noi ci sforziamo di produrre poco ad alto costo.

 

 

Dicesi che la autosufficienza è una dolorosa necessità di una guerra nella quale si deve osare anche questo metodo antieconomico, al par di altri, come le emissioni di carta moneta, parimenti dannose e deprecande. Dicesi che la autosufficienza è l’ultima ratio alla quale si deve ricorrere quando altri mezzi fanno difetto; ma si riconosce che la vittoria, scopo della guerra, si consegue tanto più pianamente quanto meno si è obbligati a far appello alla autosufficienza, ossia alla automutilazione delle nostre capacità di produrre merci genuine e buone e atte ad essere scambiate con altre merci genuine e buone. La qual verità aveva già riconosciuto in memorande pagine la Commissione italiana sulle spese della grande guerra passata, quando dimostrò che la vittoria era stata conseguita dall’Italia nonostante il protezionismo doganale che in quel tempo, prima del 1914, era una mitissima varietà di quella politica che poi si intitolò di autarchia. La commissione non disse e qui non si vuole affermare che in tempo di guerra a quell’arma non si debba ricorrere, quando vi si sia forzati; ma l’arte del condurre le guerre consiste anche nel non essere forzati a compiere cosa che si sa essere dannosa a noi stessi; o, meglio, consiste nell’essere forzati a far cosa costosa e dannosa nella misura minima veramente indeprecabile.

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