Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Lavori pubblici e disoccupati

«Corriere della Sera», 27 dicembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 1017-1019

 

 

 

Le dichiarazioni fatte dal ministro dei lavori pubblici meritano un attento esame da parecchi punti di vista. In attesa di conoscere più particolareggiatamente il programma di lavori concordato col tesoro, non è inopportuno rilevare il significato di una tesi la quale è tornata parecchie volte sulle labbra dell’on. Carnazza: quella che la esecuzione delle opere pubbliche dichiarate indifferibili sia necessaria per dar lavoro ai 350.000 operai disoccupati esistenti in Italia.

 

 

Probabilmente l’opinione del ministro deve essere interpretata nel senso che le opere pubbliche indifferibili possano fornire occupazione a quella parte dei 350.000 disoccupati la quale convenientemente può essere applicata ai lavori pubblici. È difficile sapere quale peso abbia questa parte; ma certamente essa non può giungere sino all’assorbimento dell’intiera disoccupazione. L’operaio, trasportato fuori della sua industria, dà un rendimento assai minore del dovuto; e poiché le opere pubbliche indifferibili dovranno essere compiute col massimo di economia – lo spreco di un centesimo sarebbe oggi incomportabile – è evidente che gli assuntori dei lavori o le amministrazioni pubbliche dirette esecutrici potranno assumere solo una parte, forse non rilevante, delle maestranze disoccupate.

 

 

Bisogna tener conto altresì della repugnanza che gli operai, anche disoccupati, sentono per andar fuori della loro abituale dimora. Ragioni comprensibili di famiglia e di minor rendimento del salario da ciò li trattengono, ma vi contribuisce altresì la mentalità creata in essi dagli anni ultimi di debolezza governativa, per cui si creavano lavori, anche inutili e anche risibili, pur di dar lavoro sul posto ai disoccupati. Questo fu uno degli aspetti più corruttori della politica dei lavori pubblici nel dopoguerra; fu causa che la disoccupazione artificialmente sorgesse ed ingigantisse, essendo chiara per un contadino la convenienza di abbandonare il lavoro dei campi per lucrare buoni salari in lavori di terrazziere più facili ed assai meglio remunerati. Siccome da questi errori funesti il ministro dei lavori pubblici si terrà oggi lontano, così si ridurrà per lui la possibilità pratica di occupare molti disoccupati; ed occupabili diverranno solo coloro i quali sono adatti, per la loro perizia, al lavoro che devono compiere e sono disposti a recarsi dove il lavoro deve, per ragioni tecniche ed economiche, essere compiuto. I disoccupati devono andare verso l’opera pubblica e non l’opera pubblica verso i disoccupati. Il che monta a dire che la decisione sulla necessità di compiere un’opera pubblica deve essere presa per se stessa, tenendo conto esclusivamente dei meriti dell’opera pubblica medesima e trascurando affatto lo scopo sussidiario di dar lavoro ai disoccupati. A quelli tra questi i quali hanno volontà e capacità di lavorare si provvederà anzi assai meglio decidendo soltanto quei lavori i quali vengono davvero primi nell’ordine della necessità: poiché questi sono i lavori nei quali esclusivamente è opportuno che il tesoro impieghi i capitali ricavati coi debiti e quindi sottratti alle imprese industriali private, anch’esse bisognose di far debiti e disposte quindi ad impiegare disoccupati.

 

 

Il problema si riduce invero a questo: che il tesoro non può investire un miliardo, ad esempio, nel compiere opere pubbliche senza chiedere questo miliardo al credito, ossia senza emettere buoni del tesoro o titoli pubblici consimili. In tempi di disavanzo, questa è la necessità dolorosa e innegabile. Non si colloca un mattone, non si smuove un metro cubo di terra senza fare un debito corrispondente. Si possono perciò occupare disoccupati solo col caricare altrettanto debito al tesoro. Ma, così operando, il tesoro sottrae capitali alle imprese industriali private le quali sono nel momento presente affamatissime di credito. I programmi di lavoro, ad esempio, delle imprese idroelettriche si noverano a miliardi; e l’unico limite posto alla loro capacità di fare impianti, ossia di occupare disoccupati, è dato dal caro prezzo dei capitali che dovrebbero prendere a mutuo, caro prezzo determinato anche dalla offerta incessante di buoni del tesoro fatta dallo stato. E quel che si dice delle imprese idroelettriche si può ripetere per altre industrie, le quali vorrebbero procedere ad aumenti di capitale, ma non lo possono, per l’eccessivo prezzo del denaro. Se l’industria edilizia trovasse denaro al 4%, essa, grazie all’esenzione tributaria dei 25 anni, ricomincerebbe a lavorare su vasta scala e basterebbe forse ad assorbire tutti i disoccupati capaci e volonterosi d’Italia. Laonde si potrebbe sostenere la tesi che il miglior modo di occupare disoccupati sia per il governo di astenersi dall’emettere più buoni del tesoro, ossia dal compiere lavori pubblici. Forse la conclusione, per essere assoluta, eccessiva; ma è bastevolmente fondata per riaffermare la tesi sopra esposta: che ministro dei lavori pubblici e ministro del tesoro debbono, nel compilare l’elenco dei lavori improrogabili, fare astrazione compiutamente dal problema dei disoccupati. I lavori pubblici non risolvono oggi quel problema, ma forse lo aggravano. Ogni lavoro pubblico, sottraendo capitali ad altri impianti e lavori privati, corre il rischio di scemare la domanda di lavoro; e la scema infatti ogni volta che ad un lavoro privato produttivo e capace di assorbire molto lavoro, sostituisce un lavoro pubblico meno redditizio e meno capace di fornir lavoro ai disoccupati. La politica dei lavori pubblici è dunque un problema di stato. Deve lo stato decidere, per esclusive considerazioni pubbliche, quali lavori siano davvero improrogabili nel momento presente. Ma che cosa vi è di più improrogabile del risanamento del bilancio?

 

 

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