Tratto da:

La Stampa

L’avvenimento d’oggi. La forza d’attrazione della monarchia sabauda

«La Stampa», 7 ottobre 1901

 

 

 

Oggi Vittorio Emanuele III visita Milano.

 

 

Questo avvenimento, che potrebbe andare confuso con le consuete visite che il nuovo Re d’Italia fa alle principali città nostre, acquista speciale significazione dall’atteggiamento tenuto dai partiti politici, i quali ora si trovano al potere a palazzo Marino.

 

 

Forse nei mesi che fecero seguito alla grande vittoria dei partiti popolari, radicali, repubblicani e socialisti non sarebbe stato possibile al sindaco eletto di questi partiti salutare la visita del Re con un manifesto simile a quello che ieri fu affisso su per le cantonate di Milano.

 

 

In questo manifesto il sindaco Mussi, – di cui ancora si ricorda la meditata assenza alla stazione di Milano nell’ora in cui vi transitava re Umberto, – porge in nome di Milano rispettosi omaggi al capo dello Stato ed alla graziosa Regina. E, dopo aver ricordato come il Re si compiaccia studiare con intelletto ed amore gli ardui problemi sociali, afferma che i suoi concittadini, attingendo sempre novella forza nella virtù fecondatrice del lavoro e nella libertà affronteranno con coraggio i problemi dell’avvenire, contando sul senno e sul cuore del popolo del Principe.

 

 

Linguaggio significativo codesto, a cui risponde la parola del maggiore periodico della democrazia lombarda, il Secolo. Nel cui articolo di fondo di ieri spira un’aura di cavalleresca lealtà verso la Monarchia plebiscitaria d’Italia.

 

 

«A Milano, – scrive il giornale radicale lombardo, – re Vittorio avrà le accoglienze oneste, degne delle tradizioni di ospitalità di questa cittadinanza e degne di lui.

 

 

«La nostra è una città tipica che conserva, dopo tanti secoli e tanti mutamenti, il carattere dell’indipendenza comunale; e si ricorda ancora che una volta ai Re che qui venivano largheggiava nella più splendida maniera, tenendoli però, per vecchia consuetudine, fuor delle sue mura. Oggi invece accoglie cordialmente entro le porte il capo dello Stato, il Re d’Italia consacrato dai plebisciti».

 

 

Ed il giornale continua enumerando i meriti singolari di re Vittorio, modesto di costumi, esempio di virtù domestiche e pubbliche, amante della giustizia, fedele alla parola data ed interprete verace del sentimento del Paese.

 

 

«In Milano, – così chiude l’articolo, – il Re vedrà uomini cresciuti fra le lotte dei partiti, nell’indipendenza del pensiero, che si mostreranno a lui lealmente rispettosi, senza aver bisogno di rinnegare per questo alcun ideale, e che son disposti ad aiutarlo in tutte le cose buone, per amore della Patria comune».

 

 

Così oggi sindaco democratico eletto con voti di socialisti, e giornalisti radicali che rappresentano i partiti popolari, si inchinano ossequenti, insieme alla intera popolazione milanese, dinanzi al giovane Re che onora di sua visita la capitale lombarda.

 

 

Il fatto, che forse invano si sarebbe osato sperare alcun tempo addietro, è degno di essere rilevato.

 

 

Esso prova innanzi tutto la grande forza di attrazione della Monarchia plebiscitaria che regge i destini del nostro Paese.

 

 

Giunta alla Corona regale d’Italia, attraverso una lotta titanica, durante la quale Principe e popolo si trovarono sempre uniti a combattere fianco a fianco le battaglie dell’indipendenza non solo contro lo straniero, ma altresì contro alle altre dinastie sorde alla voce dei tempi nuovi, la Monarchia italiana, sorta a grandezza sulle rovine delle monarchie antiche, seppe comprendere che la sua forza non era nei principii arcaici del diritto divino, ma nel libero consenso popolare. E seppe mantenersi profondamente e schiettamente monarchia cittadina e popolare. Cosicché sembrò inevitabile e naturale che tra il 1850 ed il 1870 in lei si affidassero uomini che nella giovinezza travagliata e nella età matura avevano combattuto a lungo per l’ideale di una repubblica unitaria e federale. A poco a poco tutti i grandi patrioti che avevano veramente amato l’Italia videro che nulla si sarebbe ottenuto proseguendo ideali diversi e contrastanti, e si raccolsero sotto la bandiera monarchica, santificata dal sacrifizio di un Re martire e raffermata dalla parola del Re Galantuomo.

 

 

Oggi si ripete il medesimo fenomeno. Non sono più mazziniani e federalisti, seguaci del partito d’azione e garibaldini che si uniscono al grido di «Italia e Vittorio Emanuele», non sono più uomini politici che passano dalla repubblica alla monarchia perché quella li divide mentre questa li unisce. Le lotte puramente politiche intorno alle forme costituzionali non sono più consentanee all’ora presente, nella quale urgono sovratutto i problemi sociali ed economici, le questioni del lavoro e della distribuzione della ricchezza.

 

 

Ed oggi la Monarchia – che nell’epoca gloriosa del patrio risorgimento aveva raggruppato tutte le vive forze politiche, anche quelle che parevano più repugnanti alla forma monarchica – si dimostra adatta a compiere la medesima opera di assorbimento dei partiti estremi che combattono per le rivendicazioni sociali.

 

 

E non è a caso che il Principato monarchico ottiene gli omaggi dei partiti popolari; poiché è nella natura della Monarchia di mantenersi estranea e superiore alle lotte fra le varie classi sociali e capace di comporre quei conflitti che potessero diventare troppo acerbi e troppo pericolosi.

 

 

Il presidente di una repubblica è sempre l’emanazione di un partito o di una classe sociale, e, pur quando sia compreso dei doveri della carica altissima, non può dimenticare che egli deve a quel partito od a quella classe il suo trionfo.

 

 

Laddove il Re può colla sua influenza moderatrice intervenire a togliere od a lenire i conflitti fra le classi, da cui non fu eletto; può assicurare con un regime di libertà e di pace aiuto e conforto alle masse lavoratrici, senza essere sospettato di malanimo contro altre classi od altri partiti.

 

 

È perciò che la Monarchia italiana, popolare nelle sue origini ed al popolo avvinta da tenacissimi vincoli di storia e di interessi, può oggi, e potrà ancora meglio in futuro, ottenere largo consenso fra quei partiti estremi che sorsero in nome di principii sociali apparentemente contrari alle istituzioni presenti. E tale consenso otterrà attuando dei postulati radicali e socialisti, quanto è veramente utile ad efficace a rialzare le sorti delle classi lavoratrici.

 

 

Ma perché questo scopo sia meglio raggiunto è necessario che gli uomini politici di parte costituzionale abbandonino quelle lotte di natura puramente politica e personale che a nulla giovano fuorché a perpetuare nel Parlamento dissidii infecondi. Più facile riuscirà allora eziandio che gli uomini appartenenti a partiti extra-costituzionali non solo consentono a tributare essequio reverente al Principe ed a lavorare con lui per il bene della patria comune; ma abbandonino ancora le ultime reliquie del frasario repubblicano e si stringano di nome, come già sono di fatto, attorno alla bandiera della Monarchia popolare.

 

 

La quale, ripetiamo concludendo, non attrae gli antichi ribelli per contingenza passeggera di uomini e di fortuna, ma perché nell’ora presente il Monarca ben seppe interpretare il principio modernamente fecondo e rinnovatore della istituzione regale: operare, al di fuori ed al di sopra dei conflitti di partito e di classe, al bene della intera comunanza sociale, sollevando i miseri e riconciliandoli colla società, di cui essi formano parte integrante.

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