L’azione del partito socialista nei paesi di piccola proprietà terriera

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

Data di pubblicazione: 16/03/1894

L’azione del partito socialista nei paesi di piccola proprietà terriera[1]


«Critica Sociale», 16 marzo 1894

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 3-5

 

 

In questo numero della «Critica» abbiamo spinto avanti la questione dell’atteggiamento dei socialisti di fronte al problema tributario, questione che troverà, crediamo, il suo definitivo svolgimento nel fascicolo prossimo. E intanto ne «abbordiamo», un’altra, delle questioni più spinose per il nostro partito: quella della piccola proprietà fondiaria, che in date regioni, anche d’Italia, sembrerebbe opporre una specie di pregiudiziale insuperabile a qualunque nostra propaganda.

 

 

Un egregio e colto giovane di Dogliani (Cuneo), nostro abbonato, ci ha scritto già da varie settimane la lettera seguente:

 

 

Caro Direttore,

Consentite una domanda, che vi parrà indiscreta forse in questo momento in cui tante altre questioni richiedono più di questa l’attenzione vostra e quella dei lettori della «Critica»? Voi avete spiegato più volte la vostra attitudine verso la piccola proprietà ed avete anche fatto adesione al programma del partito operaio francese; ma sotto alle vostre proposte di provvedimenti difensivi dei piccoli proprietari si scorgeva predominante in voi il convincimento che la piccola proprietà e la piccola cultura fossero destinate ad una più o meno rapida scomparsa. Ancora recentemente il Malagodi a proposito delle campagne emiliane, il Jaurès per la Francia, ripetevano la stessa affermazione, che ha trovato nel campo scientifico un valente sostenitore nel Loria (Analisi della proprietà capitalista, vol. secondo, pp. 204-21).

Se si suppone vera siffatta tendenza generale, è perfettamente comprensibile la condotta dei socialisti che cercano con provvedimenti a favore dei piccoli proprietari di alleviare i mali inevitabili nel trapasso ad una forma superiore dell’evoluzione economica. Ma (ed è qui che sta tutta la sostanza della mia domanda) che condotta devono tenere i socialisti dove la piccola proprietà è ancora in fiore, dove la terra si va frazionando sempre più senza per questo polverizzarsi all’infinito, dove la piccola proprietà coltivatrice conserva ancora tutta la vitalità che le deriva da una vita semimillenaria?

 

 

Permettete un esempio: io ho voluto studiare le vicende storiche della distribuzione della proprietà fondiaria a Dogliani, nel circondario di Mondovì. Orbene: la grande proprietà in quel luogo non è mai esistita; i proprietari, che erano 485 nel 1677, erano diventati 638 un secolo fa ed ora sono 1.300. I proprietari al di sopra di 38 ettari nel 1793 erano 12, ora sono 4; allora aveano il 23,38% del territorio mentre ora ne detengono solo il 4,96 percento. È diminuito assolutamente anche il numero di quelli che possiedono da 7,60 ettari a 38, detenendo anche essi una minor parte del territorio (41,35% contro 48,36%), ed il centro di gravità nella scala dei possessi è passato ai minori proprietari coltivatori.

 

 

Ho addotto un esempio particolare, perché qui mi soccorrevano le cifre, ma questo può dirsi un fenomeno generale a tutte le Langhe, ad una gran parte del Monferrato ed in genere alle regioni colligiane piemontesi. Non parlo delle montagne, perché là il fenomeno dell’eccessivo sminuzzamento della terra ha assunto caratteri patologici e dannosi alla cultura agraria.

Di fronte alla tenacia della piccola proprietà nei paesi, in cui perdura ancora vivace e nei quali dà buoni risultati per la produzione e per la cultura della terra, che atteggiamento può prendere la critica e l’azione della parte socialista? Come riuscirete ad attaccare il congegno di una organizzazione terriera, la cui fine non può parere vicina a chi la osservi spassionatamente? Su chi riuscirete voi ad addossare la responsabilità delle cattive condizioni nelle quali da qualche anno si trovano i contadini proprietari e contro le quali si dibattono ora inutilmente, timorosi di nuovi danni dipendenti ancor questi da fenomeni naturali, come la invasione della filossera?

 

 

Notate ancora: in quei paesi la esistenza, quando vi sia, di alcune grandi e medie proprietà condotte a fitto od a mezzadria non deve indurre a credere che i proprietari ritraggano redditi cospicui dalle loro terre. Quando non sono passive, sono così sovraccariche di ipoteche, che a gran fatica i componenti la così detta borghesia campagnola riescono a sbarcare il lunario. Tutti ad un modo, contadini e signori, stanno male. Dunque che cosa potrebbe in queste condizioni fare il partito socialista?

 

 

Confesso che, dopo averci pensato su molto, non son riuscito ad una conclusione pratica, se non forse ad una che a voi parrà intinta troppo di pece cooperativista. Converrebbe istituire delle casse rurali che imprestassero, ad un mite interesse ed a scadenza lontana, denari ai contadini, sorvegliando accuratamente l’impiego che di quei denari facessero i mutuatari; ed allargare, ove già esistono, l’azione dei sindacati per la compra e la vendita dei prodotti agrari, sottraendo così i coltivatori dalle ugne rapaci dei mediatori. Si farebbe con ciò, ove fosse possibile istituire e fare prosperare simili istituzioni, una guerra efficace contro le banche usuraie e l’usura bottegaia che dei paesi a piccola proprietà sono i parassiti più funesti? Contro di esse per ora io non so immaginare altri metodi di lotta, ed io credo che a questa lotta sarebbe utile applicare gli sforzi del partito vostro.

 

 

 


[1] Ad illustrare la tesi dell’articolo si riproduce in seguito uno studio compiuto dall’autore l’anno prima, sui dati dei registri catastali del comune di Dogliani.

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