Le agitazioni studentesche. Il caso Boncinelli a Torino per un opuscolo contro i professori

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/12/1905

Le agitazioni studentesche. Il caso Boncinelli a Torino per un opuscolo contro i professori

«Corriere della sera», 4 dicembre 1905

 

 

 

(per lettera al Corriere della Sera)

 

 

Torino, 3 dicembre, notte

 

 

L’agitazione universitaria torinese e le parole del ministro Bianchi alla Camera hanno un significato che va oltre il caso solito dei tumulti studenteschi e che merita di essere rilevato. Da qualche tempo la Scuola d’applicazione degli ingegneri di Torino, che ha sede nello storico castello del Valentino,è turbata da avvenimenti dolorosi destinati a lasciare dietro di sé una lunga traccia di recriminazioni e di accuse. Al principio di quest’anno, venuto a morte il cav. Betrone, segretario della Scuola, si scopre un ammanco di 40 mila lire nei fondi da lui amministrati. La cosa era enorme: ma dimostrava tutt’al più la eccessiva fiducia del Consiglio direttivo, del Ministero, di tutti su un uomo che in vita era considerato come lo specchio dell’onestà. Del fatto avrebbe dovuto interessarsi soltanto l’autorità giudiziaria, ma si innestarono sopra accuse di falsi, di certificati di lauree indebitamente rilasciati, di esami sostenuti da chi non aveva il diritto di darli, ecc. ecc. Gli studenti parteciparono all’agitazione e invocarono luce completa su queste dicerie che ledevano l’onorabilità della Scuola e scemavano il valore morale delle lauree conseguite nella Scuola di Torino. E le inchieste vennero, una amministrativa e l’altra giudiziaria. Della prima nulla sappiamo; e quanto alla seconda una ordinanza del giudice istruttore Copperi del 27 maggio dichiarava stabilita «la inanità delle accuse, assodando nel modo più tranquillante che né vi furono alterazioni dolose sui registri, né sui verbali di esami, né rilasci di diplomi di lauree in dipendenza di alterazioni, né creazioni di diplomi».

 

 

La sentenza, esplicita e chiara, avrebbe dovuto togliere ogni dubbio sulle accuse elevate contro l’intiera scuola, in occasione della scoperta delle truffe commesse da un segretario prevaricatore. Ma non fu così il fatto. Come al solito, dopo Pasqua gli studenti cominciarono a tumultuare per chiedere la sessione straordinaria o suppletiva di esami. Il Consiglio direttivo resistette: ed essendosi fatti gravi i tumulti, furono sospesi dagli esami gli studenti Boncinelli, De Grecis e Casolegno, al quale ultimo fu poi fatta grazia. Subito gli studenti dissero che era una vendetta dei professori contro il Boncinelli e di De Grecis, rei di avere prima telegrafato al Ministero chiedendo un’inchiesta sulle accuse di brogli, truffe, ecc. Venne un terzo inquirente e fu il senatore Colombo, il quale concluse nello stesso senso del giudice inquirente Copperi: ma il Boncinelli si lagna che la sua inchiesta fatta a vapore e senza che egli fosse sentito, malgrado avesse in lettera raccomandata chiesto udienza al Colombo.

 

 

E qui siamo arrivati ai fatti odierni. Finito il periodo della sospensione, il Boncinelli pubblica un opuscolo verde dal titolo strano. «Pro veritate et justitia: La quinta inchiesta ovvero gli orrori al Valentino». Il Consiglio direttivo della Scuola ritenendo l’opuscolo lesivo della disciplina scolastica, sospende di nuovo provvisoriamente il Boncinelli dagli esami e lo chiama ad interrogatorio dinanzi ai professori. Tumulti fra gli studenti che interrompono le lezioni anche all’Università, la quale non ha nulla a che fare colla scuola del Valentino: pretendono che la punizione al Boncinelli sia revocata e che i professori si querelino contro di lui dinanzi ai tribunali. Il Consiglio dei professori, sentito il Boncinelli, il quale si limita a ripetere le accuse dell’opuscolo, lo sospende definitivamente dagli esami di quest’anno, in un’adunanza tenuta sotto la pressione dei clamori di un migliaio di studenti inferociti tengono Comizi alla Camera del lavoro: i deputati locali presentano interrogazioni in Parlamento: ed il ministro dichiara che i professori hanno avuto torto a sospendere il Bonicelli, si augura che ritornino sulla loro deliberazione riammettendolo agli esami: e, pur riconoscendo infondate le accuse del noto opuscolo già dichiarate false dalle passate inchieste, dice che l’opuscolo fu pubblicato fuori dell’Università e che i professori possono, se vogliono adire i tribunali.

 

 

I nodi della questione, il quesito che le parole del ministro pongono è molto interessante: è o non è esatto affermare che si debba scindere nella persona di chi si fa pubblico accusatore dei suoi professori la figura dello studente, che dovrebbe continuare a frequentare tranquillamente i corsi e dare gli esami, dalla figura dell’uomo privato che i professori accusati di prevaricazioni, crudeltà ecc.. nell’esercizio delle loro funzioni, dovrebbero trascinare dinanzi ai tribunali? Come si vede noi siamo di fronte ad un problema consimile a quello che le Leghe postelegrafiche, ferroviarie e burocratiche di ogni sorta vorrebbero risolvere in un certo senso nei rapporti fra superiori ed inferiori nelle pubbliche amministrazioni. Liberi gli inferiori di insultare come cittadini privati i loro superiori all’infuori dell’ufficio: e liberi i superiori di querelarli in Tribunale ad incremento dei guadagni e della gloria degli avvocati – deputati: tutto ciò non dovrebbe influire per nulla sui rapporti burocratici e disciplinari. Il caso di Torino è alquanto diverso poiché professori e studenti non possono considerarsi legati fra loro dallo stesso vincolo gerarchico che vi è nella burocrazia: ma presenta non si può negarlo, un problema del pari interessante.

 

 

Ancora: chi sarà che deve querelarsi quando uno studente pubblichi un opuscolo ritenuto diffamatorio? La direzione della scuola od i professori singoli? Nel caso specifico l’opuscolo Boncinelli contiene due specie di accuse, diversissime fra loro: 1. Di irregolarità che sarebbero state commesse dalla Direzione della scuola, ammettendo, per esempio, un cotale studente a subire gli esami di un corso al quale non era iscritto e consentendogli di fare in un anno un corso biennale: 2. Di incertezze e reati che sarebbero stati commessi da singoli professori, a cui si rimprovera di fare una indecorosa speculazione sulle dispense, di bocciare per crudeltà e cattiveria e vendetta agli esami, di fornire, mediante pagamento il tema delle esercitazioni pratiche agli allievi esaminandi e chi più ne ha più ne metta.

 

 

La querela, secondo il ministro, da chi dovrebbe essere data: dalla Direzione a nome dei professori innominati o dai professori accusati di colpe e reati commessi non si sa da chi e in qual tempo? Situazione confusa e come fare a querelarsi contro uno studente il quale si lagna che gli studi al Valentino servono solo a far diventare «falsi, abietti e birbanti» perché gli allievi sarebbero «in balia di gente di continuo alcoolizzata o maniaca o venale che lesa nei propri interessi vuol turare la bocca colle minaccie o colla solita arma delle bocciate». Già questo stesso linguaggio da comizio dimostra una scarsa serenità di mente in chi ha scritto l’opuscolo sugli orrori del Valentino. Ma dimostra anche che la via additata dal ministro Bianchi ai professori torinesi non è facile a seguire.

 

 

Avevo ragione di dire che il caso Boncinelli è interessante. Un nuovo codice diventa necessario: sui rapporti fra professori e studenti. Nel quale il primo articolo certamente dirà che ai professori è proibito di bocciare gli studenti i quali, in un opuscolo o in un comizio pubblicato o tenuto fuori dalle aule scolastiche, li abbiano accusati di essere maniaci, alcoolizzati, di bocciare per spirito di bassa vendetta, di far perdere per spirito di camorra i più begli anni agli studenti.

 

 

Il che non toglie che la situazione alla Scuola di Torino sia poco chiara e che occorra qualche provvedimento straordinario per ricondurre la calma fra gli studenti e la fiducia ai genitori. Ma qui la colpa è dei ministri che ora, perché gli studenti sono discesi in piazza e i deputati muovono interrogazioni, sconfessano i professori e si lavano la mani di ogni cosa incaricando i tribunali di sbrogliare la matassa. Se dopo la scoperta dei furti dell’ex-segretario, fosse stato sciolto il Consiglio direttivo che aveva certamente peccato di troppa fiducia, e nominato un commissario regio superiore ad ogni sospetto e fornito quell’autorità che purtroppo professori e direttori non hanno in genere e tanto meno avevano allora nel caso speciale al Valentino, probabilmente le cose non sarebbero giunte agli estremi: di vedere diventare materia da comizio le controversie scolastiche: e sostenuti gli esami in mezzo a minaccie di uscieri e di carta bollata.

 

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