Le aliquote tributarie e la svalutazione della lira

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/11/1923

Le aliquote tributarie e la svalutazione della lira

«Corriere della Sera», 8 novembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 437-440

 

 

 

Ho già accennato altra volta alla trasformazione profonda che nel peso delle medesime invariate aliquote ha prodotto la svalutazione avvenuta nella moneta; ma l’argomento merita di ritornarvi sopra di proposito.

 

 

Il problema, dopo l’abolizione dell’imposta di successione nel gruppo familiare, e l’attenuazione delle aliquote per gli altri parenti, ha importanza, per lo stato, per l’attuale e la futura complementare sui redditi; mentre, per i comuni, riguarda l’imposta di famiglia. Merita tuttavia di essere trattato, sia perché è opportuno applicare alla futura complementare le riduzioni già decretate per l’imposta successoria, sia perché i comuni non sempre hanno seguito il governo nella politica di riduzione delle aliquote.

 

 

Suppongasi che prima della guerra si ritenesse giusto colpire, con l’imposta di famiglia o con qualsiasi altra imposta personale a tipo progressivo, un reddito di lire 3.000 con l’aliquota dell’1 percento. Suppongasi che quel reddito fosse già depurato da pesi e carichi di famiglia e fosse quindi il netto imponibile. Se ora, a nove anni di distanza, noi seguitiamo a colpire con l’1% il medesimo reddito di lire 3.000, noi tassiamo con l’1% non già una massa di reddito equivalente all’antica, ma una massa quattro volte minore. Se noi, tanto per intenderci, chiamiamo reale il reddito espresso in lire buone antiche e nominale il reddito espresso in lire nuove piccole, troveremo che il reddito attuale nominale di lire 3.000 è uguale ad un reddito antico reale di lire 750; e, se prima si riteneva giusto e possibile colpire con l’1% il reddito di lire 3.000, non è e non deve essere giusto colpire con lo stesso 1% il reddito reale di lire 750. La capacità contributiva di un reddito reale di lire 750 è ben diversa e minore, anche se nominalmente seguitiamo a parlare di 3.000 lire, di quella di un reddito reale di lire 3.000. Applicare la stessa aliquota di prima vuol dire di fatto avere spostato tutte le aliquote all’insù. Il che è reso manifesto dal seguente specchietto comparativo:

 

 

 

 

 

 

Tariffa dell’imposta %

Redditi nominali rimasti invariati nella tariffa dal 1914 al 1922

I redditi monetari controindicati hanno nel 1922 la stessa capacità d’acquisto che nel 1914 avevano i redditi seguenti

Per avere nel 1922 un reddito monetario avente la stessa capacità d’acquisto e la stessa capacità contributiva dei redditi esposti nella tariffa del 1914 bisognerebbe avere i seguenti redditi

1

 

2

 

3

 

4

 

1

3.000

750

12.000

2

5.000

1.250

20.000

3

10.000

2.500

40.000

4

20.000

5.000

80.000

5

40.000

10.000

160.000

6

60.000

15.000

240.000

7

100.000

25.000

400.000

 

 

Nella tabella si è supposto che le 3.000 lire d’oggi corrispondano a 750 lire nel 1914, ossia che la capacità d’acquisto della lira si sia ridotta ad un quarto. È una ipotesi conforme all’incirca ai fatti quali risultano dai bilanci di famiglia pubblicati dagli uffici municipali del lavoro. Il che vuol dire che, per avere una cifra attuale di reddito corrispondente alle 3.000 lire d’una volta, bisognerebbe avere un reddito di 12.000 lire.

 

 

Dallo specchietto risulta manifesto che l’aver conservata invariata l’antica tariffa equivale ad un effettivo inasprimento delle aliquote dal doppio al triplo. Nel 1914 chi avesse avuto un reddito imponibile da lire 750 a lire 2.500 (colonna 3, dove ci sono i corrispondenti reali dei redditi nominali odierni) sarebbe stato esente dall’imposta. Oggi invece paga dall’1 al 3 per cento. Chi avesse avuto un reddito di lire 5.000 pagava il 2 per cento. Oggi, a quel reddito reale corrisponde uno nominale monetario di lire 20.000; e questo paga il 4 per cento, ossia il doppio. Nel 1914 colui che aveva un reddito di 10.000 lire pagava il 3 per cento. Oggi a quel reddito reale corrisponde uno nominale di 40.000 lire ed esso paga il 5 per cento. Il reddito massimo della tariffa, che è, per ipotesi, di 100.000 lire non vale in oggi più di 25.000 lire effettive. A questo avrebbe corrisposto nel 1914 una aliquota di circa il 4,25 per cento. Oggi, quel reddito paga il 7 per cento.

 

 

Se si raddoppiano tutte le aliquote, come è accaduto balordamente per l’imperversare di tanti enti tributari sul medesimo contribuente, nascono cose mostruose:

 

 

Tariffa raddoppiata dell’aliquota %

Redditi nominali

Redditi reali

2

3.000

750

4

5.000

1.250

6

10.000

2.500

8

20.000

5.000

10

40.000

10.000

12

60.000

15.000

14

100.000

25.000

 

 

Un reddito di 5.000 che prima della guerra pagava il 2 per cento, ora non è vero che pagherebbe solo il doppio. Questa è la verità formale, nominale. In realtà, per avere le 5.000 lire di prima, bisogna avere oggi 20.000 lire e queste pagherebbero l’8 per cento. L’aliquota sarebbe quadruplicata.

 

 

Le constatazioni qui fatte pongono in luce un pericolo, non avvertito nei tempi di moneta a valore costante, della progressività. Nell’interesse della finanza e per non produrre scompigli, lo stato in tempi di moneta variabile, deve preferire le imposte proporzionali, ad aliquota costante, a cui non possono muoversi gli appunti sopra fatti. Laddove però trattasi di imposte a base personale e progressiva, fa d’uopo rivedere tutte le aliquote in funzione della svalutazione monetaria; bisogna aumentare i minimi esenti, crescere gli abbuoni per carichi di famiglia ed abbassare la curva della tariffa. Ma, per essere giusta, la tariffa non deve limitarsi ad addolcimenti nei gradi più bassi. Ciò equivarrebbe a creare un vero privilegio di classe. Bisogna rivedere l’intiera tariffa, spostando le aliquote anche nei gradi più elevati. Sulle 10.000 lire bisogna imporre all’incirca la stessa aliquota che si considerava o si considererebbe giusta per un reddito di lire 2.500; sulle 40.000 quella delle 10.000, e sulle 100.000 quella delle 25.000 lire. In Germania ed in Austria dove la svalutazione monetaria è più accentuata, hanno dovuto ripetutamente rivedere le tariffe, per non mettere alla disperazione contribuenti nominalmente agiati ed in realtà miserabili.

 

 

D’altro canto, fissare le aliquote in funzione a lire carta può essere pericoloso per lo stato medesimo, ove la lira carta si rivaluti ed i redditi nominali rimpiccioliscano. Quindi, fa d’uopo:

 

 

  • o fissare una scala permanente di aliquote in relazione ad una scala di redditi espressa in lire oro. Ed in tal caso ogni anno i redditi in lire carta dovrebbero ridursi in lire oro, secondo un criterio da determinarsi al principio dell’anno;

 

 

  • ovvero, pur valutando i redditi in lire carta, variare ogni anno la scala delle aliquote così da metterla in relazione alla capacità contributiva manifestata dal possesso di redditi o capitali enunciati in lire carta. Solo così è possibile tutelare nel tempo stesso le ragioni dei contribuenti e dell’erario.

 

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