Le borse e il ribasso della rendita

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/10/1907

Le borse e il ribasso della rendita

«Corriere della sera», 9 ottobre 1907

 

 

 

Il fatto finanziario più significativo di questi ultimi giorni è senza dubbio il ribasso della rendita italiana 3,3/4 per cento. Questa, che nel 1906 aveva oscillato fra il corso massimo di 106 e il corso minimo di 101.25, che nel 1907 si era tenuta costantemente al disopra di 101.50, anche quando era appena avvenuto il distacco del coupon, è ribassata sino a 100.425, prezzo il quale, tenuto conto dei 93 centesimi circa di interesse maturato, fa discendere il corso parecchio al disotto della pari.

 

 

Chi si contentasse, come altri fa, di una spiegazione per analogia, potrebbe invocare i corsi tutt’altro che elevati dei principali consolidati europei (corsi del 2 ottobre):

 

 

Reddito netto %

Rendita francese 3% (Parigi) Fr.

94.30

3.18

turca 4%

92.45

4.32

ungherese 4%

33.80

4.26

spagnuola 4%

23.07

4.29

russa 5%

90.93

5.60

prussiana 3,1/2% (Berlino) M.

94.50

3.70

Consol. inglese 2,1/2% (Londra) L. st.

82.25

3.16

Rend. giappon. 4%

84.65

4.72

 

 

Lasciamo pure da parte i redditi elevati dei consolidati russi e giapponesi, e non teniamo neppure conto dei corsi, appetibilissimi pei capitalisti, delle rendite turca, ungherese e spagnuola, per quanto la rendita turca sia amministrata da una delegazione europea, la spagnuola poggi su un bilancio da alcuni anni assai prospero e con cospicui avanzi, e la ungherese non desti per il momento preoccupazioni politiche. Rimangono le rendite francese, inglese e prussiana, le quali appartengono a Stati la cui solidità e onestà sono altissime nella estimazione universale. Ora la prussiana 3,1/2 per cento rende al netto sui corsi di borsa il 3.70 per cento, ossia qualche cosa di più della rendita italiana, la quale frutta in apparenza il 3.75 per cento, ma in realtà, tenuto conto della conversione fra quattro anni in 3.50 per cento, rende soltanto qualcosa di più del 3.50 per cento. Sotto un certo rispetto anche la francese e l’inglese, malgrado fruttino appena il 3.18 e il 3.16 per cento netto sui corsi di borsa, attirano i capitalisti meglio della rendita italiana, poiché questa non può ragionevolmente sperare di elevarsi molto al disopra della pari, mentre le rendite francese ed inglese hanno un margine di aumento nel loro valore capitale sino alla pari pel caso che il tasso dell’interesse tornasse in avvenire a scemare.

 

 

Senonché questi raffronti internazionali sono insufficienti a spiegare in tutto il ribasso della rendita nostra. Ogni titolo ha indole propria, rispondente alle condizioni economiche del paese, alle abitudini di risparmio, alla solidità del bilancio, ecc.; e potrebbero benissimo ribassare le rendite di tutti i paesi nostri vicini, senza che l’italiana dovesse essere toccata. Quando il Bankers’ Magazine volle darsi ragione del ribasso persistente del consolidato inglese, che undici anni or sono, nel 1896, era salito a 114, per discendere ad 82 circa in questi mesi, dovette fare una analisi assai minuta delle condizioni di domanda ed offerta di questo massimo titolo internazionale. E fu dimostrato allora che il consolidato era ribassato non solo perché il suo reddito era stato ridotto dal 2,3/4 al 2,1/2 per cento, mentre sul mercato il tasso dello sconto era aumentato da una media dell’1,25 per cento nel 1892-99 ad una media del 3.25 per cento nel 1900-907, ma anche perché nuovi titoli erano venuti a fargli concorrenza per gli impieghi nei quali prima esso dominava incontrastato. Obbligazioni indiane, obbligazioni di Municipi e di contee inglesi, emesse in gran copia per far fronte ai bisogni della politica municipalizzatrice, obbligazioni di colonie, nuovi consolidati inglesi 2,3/4 per cento emessi durante la guerra anglo-boera, tutto ciò costituiva una massa di titoli sicuri, consentiti dalle leggi alle casse di risparmio postali, alle Società di assicurazioni, agli amministratori di patrimoni di opere pie e di pupilli, ecc., ecc. Che meraviglia che tutti coloro i quali sono obbligati a cercare la massima sicurezza, preferissero titoli altrettanto sicuri del consolidato inglese, ma fruttiferi di un reddito un po’ più elevato? Si aggiunga che la guerra anglo-boera ha fatto diminuire assai gli ammortamenti del debito pubblico, in virtù dei quali i commissari ogni anno compravano sul mercato ed annullavano una quantità non indifferente di titoli. L’offerta cresciuta e la domanda scemata contribuirono a produrre il loro effetto naturale di un ribasso considerevole nel corso del consolidato inglese.

 

 

Forse cause d’indole somigliante, per quanto di intensità assai minore, hanno contributo a produrre il ribasso graduale del 3,3/4 italiano dal massimo di 106 nel 1906 al minimo di 100,42 nel 1907. Il quale ribasso sarebbe del resto minore se quel massimo di 106 non avesse avuto qualche cosa di artificiale, dovuto alla conversione che l’anno scorso si preparava.

 

 

È un fatto naturalissimo che, alla vigilia della conversione, il tesoro e il consorzio bancario incaricato di essa abbiano cercato di sostenere i corsi della rendita per far ritenere svantaggiosa la rinuncia ad un titolo che valeva parecchi punti più della pari.

 

 

Che influenza abbia avuto questo fatto non è possibile constatare in modo preciso né sembra sia stata molta; ma è facilmente comprensibile che, liquidata l’operazione e sciolto il Consorzio, il corso del titolo 3,3/4 per cento abbia un po’ per volta ripreso il suo corso normale.

 

 

Notiamo un’altra circostanza: che fra quelli i quali oggi più si spaventano del ribasso della rendita, vi sono parecchi che in altre occasioni hanno cercato di dimostrare ai capitalisti la inopportunità di prediligere esclusivamente gli impieghi di tutto riposo in rendita e la convenienza di altri impieghi più remuneratori. Alle Casse di risparmio postali dello Stato e per esso alla Cassa dei depositi e prestiti si consigliò di staccarsi un po’ dai titoli governativi; e l’on. Maggiorino Ferraris voleva che i rivoli del risparmio popolare andassero a fecondare l’agricoltura col Credito agrario di Stato. E qualcosa si ottenne poiché, ad es., parecchi grandi comuni italiani hanno recentemente ottenuti grossi prestiti per imprese prettamente industriali. Così pure le Casse di risparmio autonome sono state indotte a dare importanza crescente alle operazioni di sconto e di anticipazione a scapito degli impieghi diretti in titoli pubblici. Quanto ai privati, è superfluo notare come nel 1905 e nel 1906 la tendenza ad investire in titoli di Stato sia scemata assai e siano aumentate le partecipazioni alle imprese industriali di ogni fatta. Chi si potrebbe dolere di questo mutamento iniziale nelle tendenze dei nostri capitalisti pubblici e privati? Nessuno per fermo, se si rifletta che soltanto così fu possibile la espansione industriale e commerciale odierna. Se tutti avessero seguitato a comprare rendita, ora che questa era in massima parte già ritornata dall’estero e aveva superato la pari, essa avrebbe in breve tempo raggiunto prezzi iperbolici, senza nessun vantaggio per lo Stato, il quale fino al 1920 non può fare altre conversioni, e con danno dei privati acquisitori.

 

 

Senonché arrivati a questo punto bisogna distinguere fra due ordini di fatti profondamente diversi: l’investimento dei nuovi risparmi e la trasformazione dei vecchi impieghi. Se gl’investimenti in azioni ed obbligazioni nuove di intraprese commerciali ed industriali, i mutui e le aperture di credito a commercianti, industriali, proprietari di case e terreni, Stato ed Enti locali si fossero tenuti entro i limiti del risparmio annuo la crisi o non si sarebbe manifestata o sarebbe stata assai meno profonda di quanto non sia. Se supponiamo il risparmio nazionale annuo a mezzo miliardo di lire (nulla di più controverso ed elastico di queste cifre, che citiamo soltanto a cagion d’esempio) e se gli impegni assunti dai risparmiatori per nuovi investimenti di qualunque fatta si fossero limitati a questa cifra, oggi poche persone si troverebbero negli imbarazzi; forse solo gli speculatori di borsa allo scoperto. Invece si sa come vanno le cose in tempo di prosperità; tutti si immaginano di potere guadagnare più di prima, di poter risparmiare in proporzione e si decidono in conseguenza a fare affari su più vasta scala. Chi poteva sottoscrivere 1000 azioni da 100 lire, ne sottoscrive magari 1500 perché suppone di poter pagare, essendo i versamenti scaglionati, coi maggiori risparmi futuri o magari colla vendita vantaggiosa di altre azioni da lui possedute e che tutti dicono destinate ad aumentare. Un commerciante, avendo sperimentato una notevole prontezza e facilità nei pagamenti da parte dei suoi clienti, calcola che il suo capitale possa girare sei volte all’anno e con 100 mila lire di capitale suo o mutuato fa affari per 600 mila lire all’anno. Una Società anonima, con un capitale di 1 milione, si avvede di poter fare affari per una cifra superiore a quella corrispondente al suo capitale; e ricorre perciò al credito bancario, mentre aspetta di aver consolidato la sua nuova situazione in modo da poter emettere nuove serie di azioni ed obbligazioni. Gli avvenimenti di questi ultimi sei mesi hanno messo in un crudele imbarazzo tutti costoro. Il privato capitalista non ha potuto realizzare gli sperati guadagni e per ritirare le 1500 azioni sottoscritte è costretto a vendere altri buoni titoli esistenti nel suo portafogli, facendoli ribassare di prezzo. Il commerciante vede che i suoi clienti non pagano più colla usata puntualità e a sua volta è costretto a chiedere more nei pagamenti o ad implorare sconti maggiori. La Società anonima constata l’impossibilità assoluta di emettere nuove azioni ed obbligazioni su un mercato pervaso dalla sfiducia e deve chiedere alla banca il prolungamento delle anticipazioni che andavano a scadere. Ciò fa sorgere voci di incagli nella banca, le cui azioni diminuiscono di valore. E così la crisi si propaga.

 

 

Avevano cominciato a ribassare i titoli cattivi; ed a poco a poco hanno finito per scemare fortemente i titoli buoni ed ottimi, aventi larga clientela in borsa, finché oggi ribassano forse più i titoli buoni che i cattivi. Molti, per un motivo o per l’altro, per far fronte a sottoscrizioni di nuove azioni, per ottenere capitali liquidi per proprio commercio, hanno bisogno di denaro; e per procacciarselo, vendono i titoli buoni, i quali unicamente si possono vendere, mentre i cattivi non troverebbero compratori a nessun patto. Il movimento un po’ per volta si è diffuso, sino a giungere alla rendita italiana. Qual titolo migliore da vendere, quando si ha bisogno di danaro? Qui anche l’offerta di grossi lotti fa ribassare i corsi di pochi centesimi o di pochi decimi di punto, mentre in un mercato demoralizzato anche l’offerta di un lotto di 25 azioni può cagionare una oscillazione sensibile nei corsi. Si aggiunga il solito contorno degli speculatori che approfittano di questa tendenza per esagerarla ed avremo forse spiegati i ribassi ultimi della rendita. Ribassi dolorosi perché rispondono ad una condizione punto lieta del nostro mercato finanziario.

 

 

Quanti avevano sperato che la giornata dell’8 agosto segnasse il punto più basso delle quotazioni dei titoli di borsa, si sono ingannati. L’ottobre ha veduto giornate ancora peggiori. È ora eccessivo ottimismo sperare che si sia toccato davvero il fondo colla depressione inflitta al nostro massimo titolo? Eppure gli indici del movimento economico seguitano ad essere buoni, i profitti industriali sono ancora promettenti, salvo in qualche industria speciale, i raccolti agrari buoni, fin troppo abbondante quello delle uve, le riscossioni erariali ottime; ed anche la situazione monetaria sulle principali piazze europee non appare così tesa come si immaginava durante l’estate. Dicesi che in generale l’ottobre sia un mese cattivo per le borse, e l’esperienza del 1907 non sembra contrastare alla regola. Se però è esatta l’analisi che sopra facemmo delle cause del ribasso dei nostri migliori titoli e sovratutto del titolo principe, la rendita 3,3/4 per cento, la depressione dovrebbe avere carattere temporaneo. Quando i capitalisti avranno finito di pagare le azioni sottoscritte, i commercianti avranno ridotto prudenzialmente il giro dei loro affari, le Società anonime avranno saggiamente economizzato sugli utili annui tanto da poter rimborsare le anticipazioni più moleste, la fiducia dovrà pur rimanere. Ed il risparmio nuovo, che oggi sembra insufficiente ai bisogni, non essendo attratto da nuovi impieghi, ritornerà a quelli vecchi, e titoli pubblici, azioni ed obbligazioni private riacquisteranno pregio. Resta il pericolo di panici che aggravino il male e lo convertano da temporaneo in duraturo. I capitalisti se ne guardino e non contribuiscano essi medesimi con offerte non ponderate a crescere la propria sventura.

 

 

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