Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Le case per gli impiegati di stato

«Corriere della Sera», 6 luglio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 736-741

 

 

 

È cominciata sulla «Gazzetta del popolo» e sul «Giornale d’Italia» una campagna vivacissima, condotta principalmente dal dott. Preziosi, intorno alle cooperative per le case degli impiegati di stato. Vale la pena di analizzare il problema nei suoi termini essenziali.

 

 

Il primo punto che mi sembra necessario di fermare è questo: che la cooperazione non c’entra né punto né poco. La sostanza della operazione è la seguente: lo stato favorisce i suoi impiegati che vogliono costruirsi una casa, oltreché con l’esenzione per 20 anni, prorogabile a 25, dalle imposte e sovrimposte sui fabbricati, concedendo ad essi un mutuo di favore presso la Cassa depositi e prestiti al 4% e pagando una buona parte degli interessi. Ad esempio, all’impiegato il quale vuole costruirsi una casa del costo di 100.000 lire (4 o 5 camere, cucina, corridoi, camerino da bagno o locale equivalente), lo stato fa dare un mutuo di 100.000 lire dalla Cassa depositi e prestiti al 4 per cento. Sulle 4.000 lire di interesse, 2.500 sono pagate dallo stato e 1.500 dall’impiegato. Il quale paga inoltre 650 lire all’anno a titolo di ammortamento del capitale per 50 anni. Calcolando lo 0,50% del costo, ossia 500 lire, per le spese di amministrazione, riparazione, assicurazione ed altre, l’appartamento ora indicato costerebbe all’inquilino un fitto complessivo di 2.650 lire all’anno, pagando il quale, dopo 50 anni, egli od i suoi eredi diventerebbero pieni e liberi proprietari dell’appartamento. Basta enunciare questa circostanza per rimanere persuasi che la cooperazione non ha nulla a che fare con il problema delle case agli impiegati. Lo stato ha voluto favorire gli impiegati singoli, come individui. Unicamente perché sarebbe stato imbarazzante aver rapporti con ognuno degli impiegati separatamente presi, questi furono pregati di riunirsi in consorzio o cooperativa (ora è di moda il nome di cooperativa, come anni fa lo sarebbe stato quello di società di mutuo soccorso) per fare la costruzione in comune, far le pratiche insieme, ecc. ecc. Ma, costrutta la casa, la cosidetta cooperativa cessa di esistere o continua solo per l’ordinaria amministrazione, come accade per tutte le case possedute ad appartamenti. La Cassa depositi e prestiti accende ipoteca contro i singoli impiegati e da essi si fa cedere, per ulteriore garanzia, una quota parte dello stipendio.

 

 

Messa dunque fuori causa la cooperazione, rimane il quesito: ha fatto bene od ha fatto male lo stato a concedere questo favore ai singoli suoi impiegati? Io dico che ha fatto male; ma debbo riconoscere che il guaio nasce da due altri malanni derivanti dalla odierna politica demagogica statale:

 

 

Primo malanno: il sistema dei calmieri e dei vincoli ai fitti delle case a nessuna classe è stato così dannoso come a quella degli impiegati trasferiti da una città all’altra. I calmieri tengono bassi i fitti degli inquilini beati possidentes; ma spingono alle stelle i fitti dei pochi locali liberi. L’impiegato trasferito, arrivando in residenza, si sente chiedere 300, 500, 800, 1.000 lire al mese di fitto per case modeste; paragona inorridito la richiesta con le sue 600, 800, 1.000, 1.200 lire di stipendio e si dà alla disperazione. Come vuolsi non chieda aiuto allo stato, che egli serve, e da cui attende i mezzi di vita?

 

 

Secondo malanno: lo stato, che ha aumentato da 1 a 6, da 1 a 5, da 1 a 4 i salari e gli stipendi dei suoi operai e delle categorie inferiori degli impiegati (vedi le dimostrazioni ripetutamente fornite dal sen. Riccardo Bianchi nelle sue relazioni al senato), non ha aumentato, per viltà demagogica, gli stipendi (caro viveri compresi) dei suoi impiegati superiori se non da 1 a 2 e talvolta anche meno. Entro i limiti in cui vivevano prima – né si può pretendere che la guerra li facesse vivere meglio, tenuto conto altresì dell’abitudine di lavorare meno – i primi possono continuare a vivere; i secondi non possono. Chi riceve 4 volte lo stipendio antico, potrebbe pagare un fitto 4 volte superiore. Chi riceve 2 volte, non può.

 

 

Il rimedio sarebbe stato che il tesoro avesse cresciuto tutti gli stipendi nella medesima proporzione. Probabilmente avrebbe speso meno d’ora, poiché le categorie le quali pesano sono le più numerose. I direttori generali sono 110, i prefetti circa 80, i professori d’università 1.000; ed hanno un peso minimo in confronto alle masse serrate di centinaia di migliaia di impiegati inferiori a cui lo stipendio fu cresciuto in proporzioni forti. Bastava non aumentare a nessuno lo stipendio, tutto compreso da 1 a 6, per potere crescere anche quello degli impiegati superiori da 1 a 3 od a 3 e mezzo. Ohibò! ché lo vietano la ipocrisia demagogica degli «umili» e le chiacchiere insulse delle «pingui prebende» dei direttori generali, per i quali è un delitto arrabattarsi ad arrotondare lo stipendio a 2.000 lire al mese, sebbene dirigano talvolta amministrazioni con movimenti di miliardi di lire! Ma poiché l’ingiustizia è potentissima ed i ministri riconoscono in privato la sperequazione che in pubblico non osano affrontare dinanzi allo sbraitare dei partiti estremi, ecco che si ricorre alle vie traverse: missioni, incarichi, studi, commissioni interalleate, commissioni di controllo in Germania ed in Austria. Ma son briciole per pochi privilegiati. Ad un numero un po’ più grande, non però a tutti, si concede la casa a sottoprezzo, col meccanismo che sopra ho descritto. Definita secondo la sua natura, la casa a sotto prezzo è una integrazione dello stipendio, che da solo sarebbe, sovratutto per le categorie più alte, insufficiente a pagare i fitti che ora si chiedono per le case libere e quelli che si chiederanno in futuro in mercato libero.

 

 

Il sistema presenta, in confronto all’aumento di stipendio, un vantaggio apparente; ed è che, per ora, esso costa di meno di una generale integrazione degli stipendi per tutti gli impiegati che vi avrebbero diritto. Solo una minoranza ottiene la casa, ossia il concorso dello stato al pagamento del fitto. Gli altri sperano; e chi vive sperando, muore cantando o si sfoga a scrivere lettere ai giornali. Il vantaggio è apparente; poiché la vista del favore ottenuto dai pochi arrivati prima, eccita le bramosie di tutti gli altri. Di qui nascono danni svariati:

 

 

  • 1) la solita ipocrisia demagogica vieta di dire apertamente che il concorso di stato al pagamento dei fitti dovrebbe spettare solo o di preferenza agli impiegati i cui stipendi aumentarono meno della media. In linea di giustizia stretta, partendo dalla premessa fatta, avrebbero dovuto privilegiare della casa a sottoprezzo gli alti funzionari, da capo sezione, da professore di scuole medie, da colonnello in su. Certamente, in proporzione al loro numero, gli alti funzionari furono i favoriti, perché più influenti. Tuttavia, in cifra assoluta, preponderano gli «umili»; ed i giornali tuonano contro le cooperative dei «commendatori». Avrebbero dovuto avere più case gli impiegati civili dei ferrovieri, essendo notorio che questi ultimi videro aumentati i loro stipendi, grado per grado, di più degli impiegati civili. Invece pare sia accaduto tutto l’opposto. Sicché in definitiva la spesa cresce; e il vantaggio di spendere di meno se ne va in fumo.
  • 2) trattandosi di concorso dato col denaro pubblico, avrebbe dovuto essere usato con la massima parsimonia. È esagerato criticare i termosifoni, che sono un mezzo più economico di riscaldamento delle stufe impiantate nei singoli locali; e se in qualche casa si misero dei pavimenti in legno nelle stanze di dimora consueta, non pare che ciò sia il finimondo. Ma in parecchi altri casi si esagerò davvero: bagni impiantati non a spese dell’inquilino, ma del prestito di stato; e così pure cucine di lusso. Talvolta si ebbero finimenti non compatibili col concetto della casa economica;
  • 3) peggio di tutto, dei concorsi di stato cominciavano a valersi privati per scopi diversi da quelli voluti dal legislatore. Ci sono impiegati i quali fecero o si ripromettevano di fare – la cosa non è ben chiara, perché le case degli impiegati appena ora cominciano a diventare abitabili a Roma – una speculazione a scelta: rimanere nella vecchia casa calmierata, a fitti infimi, e subaffittare la casa di stato, che essi pagano, supponiamo, 2.650, ad un prezzo superiore, per esempio 5.000 o 6.000 o 10.000 lire; ovvero subaffittare la casa vecchia, sul naso del padron di casa, e col lucro pagare e al di là il fitto della casa di stato.

 

 

Ancora: l’impiegato che aveva ottenuto l’assegnazione di un appartamento di 100.000 lire aveva od avrebbe il diritto di riscattarlo, pagando tanto consolidato 5%, quanto è necessario per assicurare alla Cassa depositi e prestiti il servizio del mutuo per la parte spettante all’impiegato. Vedemmo che il canone è di 1.500 lire per fitto e 650 lire per rata di ammortamento, oltre le spese (calcolate in 500 lire) che naturalmente rimangono sempre a suo carico. Poiché 1.500+650 = 2.150 lire corrispondono a 43.000 lire di capitale nominale di consolidato 5%, l’impiegato può riscattare la casa versando 43.000 lire nominali di consolidato, che oggi si compra con 33-34.000 lire in contanti. Taluni dicono che non occorra versare; ma basti depositare per 50 anni 43.000 lire nominali affinché la Cassa depositi e prestiti riscuota i frutti, ottenendone poi la restituzione alla fine dei 50 anni. La lettera della legge non consente però tale ulteriore vantaggio. Anche se si tratta di versamento definitivo, senza restituzione, esso è parso subito abbastanza allettatore perché, dicono, privati speculatori ed impresari di case facessero iscrivere nelle cooperative impiegati prestanome, dando ad essi una grossa mancia, per acquistare per 33.000 lire, più la mancia, la casa che costa 100.000 lire.

 

 

Contro questi abusi, il ministero dell’industria era corso da tempo ai ripari ed ora, sotto l’impulso della campagna giornalistica, ha pubblicato nuove norme restrittive: divieto del riscatto, prima che siano passati tanti anni, obbligo dell’impiegato in caso di riscatto, di accollarsi il pagamento anche delle 2.500 lire – seguito, per semplicità, nell’esempio schematico dato – di concorso dello stato; con che il prezzo di riscatto diventerebbe di 100.000 lire, ossia farebbe perdere i vantaggi del concorso; divieto di subaffitto; osservanza rigorosa di norme relative al numero, superficie e caratteristiche economiche degli ambienti ecc. ecc.

 

 

Come al solito, le norme restrittive esistenti e quelle venture, inevitabili in regime di favori di stato, produrranno effetti buoni ed effetti cattivi. Tra questi ultimi, si può annoverare la tendenza ad abolire di fatto quello che era il vantaggio principale del sistema: ossia la creazione di un ceto di impiegati pubblici proprietari liberi ed individuali del proprio appartamento, spinti a risparmiare per effettuare il riscatto prima della propria morte, sì da lasciarne la proprietà piena ai figli. Il sistema si va trasformando in quello, vagheggiato dai socialisti, di un diritto di uso, limitato da regolamenti e da norme generali, senza interesse nell’inquilino ad introdurre a proprie spese migliorie ed abbellimenti – e se domani aboliranno del tutto il diritto al riscatto? – e con il timore che nuove vampate demagogiche lo obblighino a restringersi od a fargli pagare un fitto maggiore di quello convenuto. Ero socio anch’io di una cooperativa di impiegati in Torino, l’unica che ivi ebbe un decreto di finanziamento; ma, tutto sommato, ho preferito rinunciare alla qualità di socio ed alla futura assegnazione del costruendo appartamento, essendomi persuaso che, in regime libero, dovrò forse pagare un fitto maggiore al padron di casa; ma con questi potrò sempre liberamente convenire il prezzo in relazione ai miei desideri. In una casa di stato c’è il rischio che, dopo installato, un ispettore venga a prendere le misure e, trovando troppo spazio, cacci l’inquilino ed i suoi libri chissà dove!

 

 

D’altro canto, era ed è intollerabile che gli impiegati i quali hanno ottenuto il privilegio – in confronto agli altri, posti nelle stesse condizioni – dell’integrazione dello stipendio, esagerino nella integrazione con bagni, piastrelle, tappezzerie eleganti e con subaffitti e vendite a scopo di lucro. Sarà perciò necessario che si crei una burocrazia la quale abbia per iscopo di impedire gli «abusi». Ossia: fastidi per la buona gente e maglie larghissime per lasciar passare i furbi, i quali sapranno sempre farla in barba agli ispettori, come oggi la fanno ai commissari degli alloggi.

 

 

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