Le cause dello scisma e le tendenze verso una intesa dei popoli di lingua inglese

Tratto da:

Gli ideali di un economista

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/07/1918

Le cause dello scisma e le tendenze verso una intesa dei popoli di lingua inglese

«La Riforma Sociale», luglio-agosto 1918, pp. 400-403

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 171-178

 

 

 

Il Beer è lo scrittore delle tre opere: Origins of the British Colonial System (1578-1660), The Old Colonial System (1660-1754, di cui però è venuta fuori sinora soltanto la prima parte, dal 1660 al 1668, in due volumi) e The British Colonial Policy (1754-1765), tutte pubblicate dagli editori Macmillan di New York; ed in esse egli ha gittato nuova luce sulle origini e sulla vita del vecchio sistema coloniale inglese nelle isole occidentali ed in quelle che poi diventarono le tredici colonie originarie nord-americane. Ricerche pazienti di archivio e studio della letteratura contemporanea gli permisero di giungere a conclusioni in parte nuove e sempre documentate intorno ai rapporti fra madre-patria e colonie. Principalissima tra le conclusioni a cui il Beer giunse in quei suoi quattro volumi, modello di seria indagine economica, in cui l’erudizione più scrupolosa si sposa ad una penetrante visione storica, sembra a me quella secondo cui la secessione delle tredici colonie della madre patria non fu dovuta, come dice la tradizione volgare, ad una deliberata oppressione fiscale esercitata dall’Inghilterra sulle colonie. Il celebre principio no taxation without representation ha un significato più complesso di quanto comunemente si crede. La madre patria non intendeva imporre tributi a suo arbitrio ed a suo beneficio sulle colonie. Essa intendeva risolvere un problema impellente: come far contribuire le colonie alle spese che la madre patria sosteneva per la loro difesa contro gli Indiani e contro i francesi del Canadà e della Luisiana? La madre patria era disposta a sostenere l’onere maggiore di quelle spese, considerandole utili all’impero in generale; ma desiderava che la parte minore fosse sostenuta dalle colonie, a cui vantaggio diretto esse ricadevano. Né le colonie, specie quando erano premute dai pellirosse o quando i francesi minacciavano alla frontiera, disconoscevano la giustizia del richiesto pagamento. Ma erano tredici, indipendenti le une dalle altre, prive di un sistema comune di imposte, prive anzi di un comune sistema di rappresentanza di governo, con interessi parziali divergenti, sicché non riuscivano a mettersi d’accordo. Alcuni tra i più eminenti coloni, come Beniamino Franklin, lamentavano il fatto ed avrebbero voluto che la madre-patria si facesse iniziatrice di una organizzazione statale superiore, capace di risolvere il complesso problema. Purtroppo però nel secolo XVIII non si erano ancora compiuti gli esperimenti di governo federale che nel Canadà, nell’Australia e nell’Africa del Sud diedero alle colonie lo strumento di un’azione comune. Quello che era un onesto tentativo di ripartire equamente le imposte e di creare un governo coloniale federale parve ai coloni tirannia ed oppressione fiscale. La madre patria, che guardava agli interessi generali ed ai rapporti internazionali, non riuscì ad intendersi con i coloni, la cui visione del mondo era ristretta al territorio locale ed il cui interesse a contribuire alle spese comuni era diminuito il giorno in cui la Francia cedette il Canadà all’Inghilterra e venne a mancare la più forte minaccia alla sicurezza dei coloni. La rivoluzione americana fu il trionfo del municipalismo e della ristrettezza di vedute del colono avaro contro la coscienza degli interessi generali che, sebbene imperfettamente, era sentita dagli statisti inglesi. E ben lo seppe Washington, il quale dovette lottare a lungo contro la ripugnanza delle singole colonie ad unirsi, a mantenere un esercito comune, e fare le spese del governo federale; e solo vi riuscì, quando, abbandonando il primo tentativo di federazione di Stati, si accolse nel 1787 il concetto di un unico Stato federale, capace di emanare leggi proprie e di ripartire imposte e di mantenere un esercito ed una flotta. La costituzione del 1787, tuttora vigente, fu la rivendicazione dell’Inghilterra, poiché questo e non altro voleva la madre-patria quando tentò di stabilire, forse una scarsa abilità, ma con indubbio disinteresse, un sistema generale d’imposte nelle colonie.

 

 

La separazione delle colonie dalla madre-patria fu inevitabile, data la incapacità in cui le due parti della medesima nazione erano di comprendersi. Forse fu anche benefica, perché consentì alle due parti di sviluppare caratteristiche proprie e feconde. Ma è possibile che essa abbia oramai dato tutti i frutti di cui era capace; e che oramai il processo storico abbia a ritornare su se stesso, dando luogo ad una nuova unione, in forma diversa ed adatta ai tempi, tra i due grandi rami della famiglia anglo sassone.

 

 

Dieci anni fa, nella conclusione di The British Colonial Policy, il Beer scriveva: «Si può immaginare facilmente e non è affatto improbabile, che la evoluzione politica dei prossimi secoli possa avere un andamento siffatto che la rivoluzione americana perda la grande significazione che oggi essa ha ed appaia semplicemente una separazione temporanea di due popoli congiunti, la cui intima somiglianza fu oscurata da differenze superficiali nascenti da condizioni economiche e sociali diverse».

 

 

La guerra mondiale ha presentato all’attenzione di tutti quello che era un problema visto da pochi pensatori e storici. Parlare oggi di unione fra Stati Uniti ed Impero inglese è prematuro; ma non è prematuro parlare di intesa ed alleanza fra le due sezioni dei popoli parlanti lingua inglese, che col tempo potrà dar luogo a forme nuove e superiori di organizzazione statale. Il tentativo gigantesco di predominio della Germania sull’Europa prima e poi sul mondo è una minaccia diretta al tipo di civiltà britannico e nord americano ed ha costretto gli Stati Uniti ad uscire dal loro isolamento superbo, persuadendoli che l’americanismo era un ideale antiquato e che la vecchia dottrina di Monroe non soddisfaceva più alle esigenze nuove della politica mondiale, a cui gli Stati Uniti non possono non partecipare.

 

 

Sarebbe impossibile esporre compiutamente il pensiero del Beer, misurato, alieno da voli lirici, immune dalle passioni belliche, le quali scemano il valore permanente di tanta parte della letteratura provocata dalla guerra. Anche questo è un libro d’occasione; ma scritto da uno storico insigne, il quale guarda alle grandi correnti ed ai fatti essenziali che la guerra mise in più chiaro rilievo. Ricorderò solo qualcuno dei punti essenziali che la lettura dell’opera del Beer fa risaltare:

 

 

  • Un’intesa fra i due grandi rami della famiglia parlante lingua inglese è divenuta più facile ora che gli Stati Uniti non sono più un paese debitore verso la Gran Bretagna e non sono quindi più mossi da quei sensi di invidia, di animosità e di ribellione che spingono i debitori contro i creditori. Già da due decenni gli Stati Uniti avevano sostanzialmente cessato di essere un paese debitore. La guerra ha accelerato il processo di liberazione ed ha creato nuovi vincoli inversi, non pericolosi, ed atti a stringere i legami economici fra le due parti;

 

 

  • L’intesa non si deve compiere più fra gli Stati Uniti e l’Inghilterra ma fra gli Stati Uniti e la British Commonwealth of Nations, quella comunità britannica di nazioni indipendenti che è la maggiore creazione politica del secolo XIX. Non è intesa fra l’antica madrepatria e le antiche colonie, ma fra due grandi confederazioni mondiali, appartenenti alla medesima famiglia storica. L’intesa deve in sostanza «fondarsi sul fatto immutabile che questi popoli sono strettamente affini ed hanno essenzialmente i medesimi ideali ed istituzioni politiche», parlano la medesima lingua, hanno la stessa letteratura, pensano alla stessa maniera, obbediscono alla uguale norma dell’ossequio alla volontà della maggioranza concretata nella legge;

 

 

  • In nessuna parte del mondo i loro interessi sono in conflitto; e nei punti essenziali essi collimano: porta aperta nella Cina, serbata indipendente, difesa degli Stati dell’America meridionale contro le oppressioni altrui, difesa della Francia, dell’Italia, del Belgio, dell’Olanda, della Scandinavia e della Grecia contro la minaccia di predominio politico delle potenze centrali. Il mezzo per raggiungere lo scopo è unico: la conservazione del dominio dei mari in caso di guerra. Separati, i due rami della famiglia inglese soccomberebbero sotto al peso schiacciante; uniti, essi sono certi di raggiungere la sicurezza quasi assoluta del proprio sviluppo avvenire, grazie ad una marina da guerra e ad una manna mercantile invincibili. Il che metterà l’intesa dei popoli di lingua inglese al riparo dalla necessità di mantenere enormi eserciti stanziali, con il conseguente pericolo di creare uno stato di spirito militarista ed aggressivo. Basterà la nazione armata, con larghissimi quadri, da riempire in occasione di guerre;

 

 

  • L’antica teoria dello Stato, sovrano assoluto ed indipendente entro i limiti del proprio territorio, si dimostra sempre più in contrasto con le necessità attuali e feconda di pericolosi conflitti. Essa porta allo Stato isolato, e poiché questo è una assurdità economica, conduce al bisogno di “sicurezze” e di “garanzie” esterne. L’idea dello Stato che non riconosce vincoli su di sé, che esige obbedienza incondizionata ed esclusiva dai propri sudditi contrasta col fatto che i sudditi in misura crescente hanno relazioni economiche, intellettuali, morali fuori del territorio statale. Per garantire quelle relazioni, lo Stato vuole diventare bastevole a se stesso; vuole mettere le mani sulle foci dei fiumi, sulle miniere, sulle foreste, sui mari, sulle colonie. È il celebre ritornello tedesco dell’”aria che manca”, del “posto al sole”, delle “garanzie reali”, le quali conducono fatalmente al dominio del mondo da parte di una razza privilegiata e predestinata. Non vi è via di mezzo: o si conserva l’idea dello Stato formatasi nei secoli dal XVI al XIX, Stato sovrano, chiuso, perfetto, e si giunge fatalmente allo Stato egemonico mondiale. Ovvero si riconosce che quell’idea è antiquata; che vi è una necessaria interdipendenza fra Stati; che nessuno di essi può aspirare alla sovranità assoluta ed illimitata, ma anzi i legami interstatali sono la necessaria condizione per un più ricco e largo sviluppo dell’attività dei singoli Stati e noi giungiamo all’idea della società delle nazioni.

 

 

Ma questa per oggi rimane un ideale lontano, a cui si deve giungere per gradi. Un passo gigantesco sulla via della società di nazioni uguali fu compiuto con la creazione della British Commonwealth of Nations, che male si esprime con la espressione comune di “impero inglese”, quando non di un impero si tratta, ma di una società di Stati liberi, indipendenti ed eguali. Un passo ulteriore sarà compiuto con la conclusione dell’intesa od alleanza anglo-americana. E se d’altro canto sorgerà una lega latina – Francia ed Italia, a cui potranno aggiungersi poi la Spagna, il Portogallo e forse gli Stati dell’America meridionale – la creazione di una unione germanica centrale non potrà più riuscire pericolosa. Anzi le varie unioni saranno il più saldo fondamento pensabile alla futura società delle nazioni. «Quando si studia il corso della evoluzione storica, diventa chiaro che l’instaurazione della legge e della giustizia nei rapporti fra uomo e uomo e fra gruppo e gruppo è divenuta possibile solo grazie alla formazione di aggregati politici sempre più ampi. Quando questo processo è volontario, esso è indice di progresso. Il mondo comincia appena ora a comprendere che lo Stato non è unicellulare e che possono entro di esso coesistente parecchie e concorrenti sudditanze. L’ideale dello Stato nazionale è sempre vigoroso, ma la comunità britannica delle nazioni (British Commonwealth of Nations) dimostra concretamente che può esistere un più alto tipo di associazione politica in cui la legge e la giustizia formano una congerie disseminata di popoli, ad ognuno dei quali è assicurato il libero ed intiero sviluppo di loro propri ideali. Le prospettive di un eventuale regno della legge e del governo della ragione nel mondo sarebbero in verità ben negre se l’avvenire non recasse in grembo organizzazioni politiche ancora più vaste, le quali permettano la più ampia libertà alle nazioni ed agli Stati, unendoli nel tempo stesso per il raggiungimento dei comuni scopi dell’umanità. In una intesa dei popoli parlanti lingua inglese si possono vagamente intuire i lineamenti di una nuova, non mai vista forma di associazione politica, la quale, preservando ad ogni parte la sua intiera libertà, tutte le unisca permanentemente non solo per la difesa della comune civiltà e dei comuni ideali, ma anche in difesa della libertà di tutti i popoli minacciati dalle spade di coloro i quali si prosternano dinanzi al tabernacolo della forza organizzata».

 

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