Le condizioni degli emigranti italiani nel Brasile (Un’intervista con un torinese residente a San Paulo)

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 11/07/1899

Le condizioni degli emigranti italiani nel Brasile

(Un’intervista con un torinese residente a San Paulo)

«La Stampa», 11 luglio 1899

 

 

 

Ogni tanto compaiono sui giornali notizie sui coloni italiani nel Brasile e più particolarmente nello Stato di San Paulo, dove si accentra il grosso della emigrazione italiana. Per lo più sono notizie tristi, di ferimenti e di soprusi patiti dall’italiano, ignorante e debole, per opera di inumani fazendeiros e dei loro segugi, senza che la Polizia intervenga, se non forse per aiutare il forte contro il debole.

 

 

Mi è sembrato perciò interessante di esporre qui alcune notizie che potei avere in una lunga ed interessante intervista col signor Velasco, un torinese, appartenente ad una reputata famiglia di banchieri, il quale da oltre nove anni ha impiantato una fiorente Casa bancaria nella città di San Paulo e si trova perciò in contatto continuo ed intimo, per ragioni d’affari, colla massa dei nostri emigranti. Il Velasco ha acquistato già, benché giovane, una notevole posizione nella colonia italiana. Fino a poco tempo fa egli fu infatti presidente della Società a San Paulo, il più importante sodalizio della nostra colonia in quello Stato. Certamente – rispondeva il giovane ed intelligente banchiere alle mie interrogazioni – noi italiani siamo poco ben visti dalla popolazione brasiliana. Pezzenti, straccioni, carcamanos, gente che viene a portarci via i denari: questi sono i gentili e cortesi appellativi che i brasiliani puri sogliono rivolgere contro di noi.

 

 

E questa loro attitudine di disprezzo è stata fomentata dalla avidità di denaro che gli italiani hanno sempre dimostrato in tutte le occasioni. Viene ucciso un marinaio nel porto di Rio durante la insurrezione della flotta contro il generale Floriano Peixoto? Il rappresentante italiano non reclama onori funebri alla salma, ma invece 100 mila lire, somma che il generale diede per ingraziarsi l’Italia in quei momenti difficili, ma di cui rimase a lungo nella mente dei brasiliani una impressione di esorbitanza strana ed usuraia.

 

 

Scoppiano i tumulti di San Paulo, in cui la popolazione aizzata dal Governo locale e centrale, desideroso di sottrarsi al pagamento di una grossa indennità all’Italia che si stava allora discutendo in Parlamento, si gitta contro alcuni negozi italiani?

 

 

Il Governo italiano pretende ed ottiene che una pioggia di contos di reis vada a rallegrare le tasche di molti italiani, parecchi dei quali non aveano provato se non dei danni morali, talvolta immaginari anche questi. Insomma noi non possiamo chiedere se non denari e sempre denari, e questo ha nociuto alla reputazione nostra presso la parte più colta ed intelligente della popolazione brasiliana.

 

 

La quale ci ama poco, ci disprezza, ma comprende che noi siamo un elemento indispensabile della sua vita economica. Quegli stessi che ci rimproverano che noi portiamo via i denari loro, vanno a gara a sussidiare compagnie incaricate di trasportare contadini e braccianti sui loro territori.

 

 

Perché il Brasile ha una gran fame di forti braccia umane lavoratrici. I brasiliani nativi sono indolenti, pigri, chiacchieroni, superbi, politicanti; sono tutto fuori che lavoratori. Bizzarro miscuglio di razze diverse, essi si credono il più gran popolo del mondo. I loro professori, che spesso non conoscono la materia che insegnano, sono i più grandi scienziati del mondo; i loro ingegneri, che sbagliano i piani e fanno rifare due o tre volte gli impianti della fognatura e dell’acqua potabile, non la cedono agli inglesi per nulla. Il loro esercito, un miserabile miscuglio di neri, mulatti ed avventurieri di tutte le nazionalità, è superiore allo stesso esercito tedesco.

 

 

Però in fondo alla loro infinita boria ed alla profonda coscienza di essere il primo popolo della terra, i brasiliani comprendono che è preferibile stare a pigliare il fresco sulle verande od a discutere a perdifiato nei numerosi congressi e congressini, che non lavorare e faticare per tener su l’enorme baracca della vita economica del loro sterminato e vergine paese. Prima aveano i negri; ma, dopo l’abolizione della schiavitù, che molti ritengono ancora un gravissimo errore, i neri si sono sbandati da ogni parte, internandosi nei boschi a vivere dei doni spontanei della natura o venendo nelle città a campare di elemosina o ad esercitare i mestieri più facili ed occasionali. Nelle fazende non rimase nessuno, eccetto forse qualche aguzzino.

 

 

A sostituire i neri, i brasiliani chiamarono gli italiani. E questi vennero in gran copia, di modo che ora nel solo Stato di San Paulo, grande come l’Italia, su una popolazione di tutte le razze e di tutti i colori inferiore ai 2 milioni gli italiani sono tra 800 e 900 mila. La maggior parte vive nelle campagne.

 

 

Nella città di San Paulo su 250 mila abitanti, 80 mila sono italiani, appartenenti a tutte le loro regioni d’Italia. Uno dei difetti della emigrazione nostra è quello di conservare gli antichi caratteri regionalisti.

 

 

Vivono in quartieri diversi ed hanno abitudini disparate. Questa diversità è tanto nota che i Governi brasiliani, nei contratti di introduzione gratuita di emigranti, mettono la clausola che sul numero totale vi siano tanti piemontesi, lombardi, veneti, napoletani. I piemontesi, i napoletani ed i siciliani sanno farsi rispettare; e contro i soprusi dei padroni e della polizia sanno far valere le loro ragioni colle armi.

 

 

Nei tumulti di San Paulo, i brasiliani uccisi o feriti gravemente dai nostri furono più di 100, mentre ai nostri vennero meno forse una ventina. Non si dà mai il caso che un piemontese od un siciliano non riesca a farsi pagare i salari dovutigli; al bisogno si servono da sé, se i padroni non vogliono tirar fuori i quattrini pattuiti.

 

 

I veneti invece sono le pecore della emigrazione italiana; quando un padrone disonesto e brutale si rifiuta a saldare il conto o dà loro delle busse invece di denari, essi non sanno far altro che venire a piangere ed a lamentarsi dal console italiano. Il console, posto a carico di regioni vastissime e sovraccarico di lavoro, di rado riesce a far rendere loro giustizia.

 

 

Nel complesso però le sorti dei nostri emigranti sono buone e tendono a migliorare di anno in anno a misura che scompaiono le abitudini schiavistiche, disgraziatamente troppo radicate negli animi dei nativi. A San Paulo (città) gli italiani esercitano ogni sorta di mestieri; sarti, calzolai, fabbri, muratori, sopratutto negozianti al minuto. I negozi e le botteghe sono tutti nelle mani di italiani. Molti hanno accumulato delle discrete fortune che tengono nascoste per tema del fisco e per non essere costretti a contribuire alle oblazioni di beneficenza a favore degli italiani poveri.

 

 

Ci sono dei calzolai, falegnami, ecc., che hanno sostanze da 200 a 300 mila lire, tutte messe insieme col lavoro e col risparmio. Quantunque lentamente, si va formando anche un ceto italiano signorile e ricco. Alcuni anni fa sarebbe stato impossibile (mentre ora avvenne facilmente) la formazione di un Comitato di beneficenza di venti signore distinte e per bene. Qualche tempo fa si volle dare un pranzo a non so quale ministro italiano; vennero pochi ed in giacche di svariati colori. Ora al pranzo dato al ministro Antonelli i commensali erano più di 100, tutti in marsina e cravatta bianca.

 

 

Piccoli indizi, ma che provano come il livello della nostra emigrazione nella città di San Paulo vada elevandosi. A San Paulo, se si comincia a mangiare discretamente, il merito è degli italiani. Era impossibile, alcuni anni fa, pensare ad avere a tavola verdura, frutta, uova, pollame, latte, burro e formaggio; e quando si voleva di questa roba era d’uopo farla venire in scatole di latta da lontano, e la si riceveva per lo più rancida e cattiva.

 

 

Ora, attorno a San Paulo, si distendono a vista d’occhio, per chilometri e chilometri, i giardini, i frutteti, le cascine con prati artificiali; la verdura ed il pollame abbondano sul mercato. Tutto ciò è opera esclusiva di italiani, molti dei quali si sono arricchiti in tale industria a cui gli indolenti nativi non aveano mai pensato. Alcuni coloni stanno tentando ora di aggiungere alla lucrosa fabbricazione del burro fresco quella del parmigiano; e se i loro sforzi saranno coronati dal successo, la fortuna non mancherà di premiare gli ardimentosi italiani.

 

 

Nelle campagne, dove si coltiva il caffè, il predominio indisputato nella agricoltura è degli italiani. Si sono fatte pitture atroci delle sofferenze degli italiani nelle fazende, trattati come bestie, peggio dei neri antichi. La verità si è che se vi sono alcuni grandi proprietari feroci e tiranni, la maggior parte, quantunque poltroni, son gente che capisce il proprio interesse; del resto lo comprendono per conto dei padroni gli intendenti, ai quali sono affidate le fazende.

 

 

Ora i proprietari e gli intendenti di una cosa si sono accorti: che gli italiani sono ammirabili lavoratori. La coltura del caffè, dopo l’avvento dei nostri, fu come rinnovata. Coi neri sarebbe stato impossibile superare la terribile crisi nei prezzi del caffè. Invece cogli italiani, dopo un periodo di arenamento, in cui non si pagavano più e non si ricevevano più denari, la coltura proseguì più rigogliosa di prima.

 

 

Certamente nello Stato di San Paulo, come in tutti quei luoghi, dove predomina la cultura del caffè, gli emigranti italiani non possono d’un tratto diventare piccoli proprietari. La coltura del caffè non comporta la piccola proprietà.

 

 

Una fazenda per essere remunerativa non deve mai scendere al disotto di una certa estensione. Inoltre l’impianto di una azienda caffeteira esige forti spese, a cui l’emigrante non può assolutamente far fronte. La terra si ha bensì a buon mercato e nelle parti lontane anche gratuitamente; è però necessario disboscarla, livellarla, piantarvi granoturco per due o tre anni per nettare il terreno. Dopo si inizia la coltura del caffè, la quale diventa remunerativa solo al terzo anno. Un emigrante privo di capitale non può aspettare per tanto tempo senza correre il rischio di morire di fame. A lui occorre allogarsi subito come contadino salariato nelle grandi fazende esistenti, pagato ad un tanto per mille piante curate, o con una partecipazione al prodotto. Se la ascensione è lenta, è però sicura per una famiglia laboriosa ed energica di lavoratori.

 

 

Il Velasco afferma essere numerosissime le famiglie di contadini che prima della crisi del caffè ritornarono in patria con un capitale da 20 a 30 mila lire. Ancora adesso sono molti coloro che nel volgere di cinque o sei anni riescono a mettere insieme una decina di mille lire. I Banchi italiani di San Paulo, che spedivano prima del ’95 circa 60 mila lire al giorno in patria, adesso spediscono ancora 30 mila lire. In Italia per accumulare somme simili, dovrebbero passare parecchie generazioni di contadini, almeno nella maggior parte delle regioni agricole. Sono già numerosi quei contadini che dopo avere, lavorando sui fondi altrui, raggranellato un capitale che loro permetta di aspettare, comprano od ottengono a vilissimo prezzo della terra coperta di foreste e la trasformano in fazende.

 

 

Nei distretti agricoli, lungo i fiumi e le ferrovie, sorgono a migliaia le fazende possedute da nostri connazionali. Gli italiani costituiscono inoltre la maggioranza degli intendenti, ai quali è affidata l’amministrazione delle fazende brasiliane. Non mancano fra i coloni italiani coloro che hanno fondato degli interi paesi, e vi hanno costituito aziende agricole, fabbriche industriali, scuole, case, chiese, ecc.

 

 

Sarebbe da augurarsi, conchiudeva il Velasco, che molti fra i giovani attivi ed intelligenti che ora languiscono in Italia disoccupati od in impieghi meschini, andassero in quei paesi nuovi e ricchi di risorse infinite. È necessario però andarvi agguerriti per non trovarsi di fronte a difficoltà insuperabili fin dapprincipio.

 

 

A San Paulo, ad esempio, un grande Banco Italiano potrebbe operare con profitto, a somiglianza dei Banchi inglesi e tedeschi, i quali distribuiscono anche negli anni peggiori di crisi dividendi del 10, 15 e 20 per cento. Ma la difficoltà maggiore sta nel trovare il personale capace ad amministrarlo con onestà ed oculatezza. Perché alcuni dei giovani, che ora si danno alle carriere liberali, non potrebbero mettersi in grado di soddisfare a questa nuova domanda che sorge nelle colonie italiane di un personale direttivo serio, capace ed intraprendente?

 

 

Io esprimo il voto, che pel bene del nostro paese le speranze del Velasco (degno pioniere egli stesso del movimento migratorio delle giovani generazioni appartenenti alle classi dirigenti) siano prontamente esaudite. Sarebbe questo il mezzo migliore di sfollare i nostri licei e le nostre università e di accrescere la ricchezza dell’Italia, attivandone i rapporti commerciali colle colonie italiane dell’America latina.

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