Le condizioni del bilancio e l’economia nazionale

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/12/1910

Le condizioni del bilancio e l’economia nazionale

«Corriere della sera», 4 dicembre 1910

 

 

 

Esposizione finanziaria economica: ecco in una parola l’impressione sintetica del documento che l’on. Tedesco ha letto ieri alla Camera. Il ministro del tesoro non ha fatto delle volate di pensiero o di stile; ma il suo discorso è stato lucido, serrato e sincero. È il migliore elogio che si possa fare di un’esposizione finanziaria.

 

 

Vi è sovratutto un riassunto sintetico della fatica gigantesca sostenuta dal bilancio in questi ultimi tempi che fa pensare. Si, è vero: il bilancio italiano da dodici anni è in avanzo, in un decennio ha convertito un debito del tesoro di quattrocento milioni in un credito di ventun milioni e mezzo, ha fronteggiato il costante aumento delle spese effettive, accresciute in un decennio di 550 milioni, ha potuto permettere sgravi di imposte e di dazi, ribassi di tariffe ferroviarie, postali e telegrafiche, avocazione allo Stato di spese degli enti locali ed altre agevolezze tributarie, con una perdita complessiva d’entrate per circa 90 milioni. È vero che, senza debiti ne` ripartizioni delle spese in un lungo periodo, il bilancio nostro ha potuto e può sopportare a tutto il 30 giugno 1911 l’onere di 138 milioni conseguente dal terremoto; coi mezzi normali ha provveduto e continua a provvedere alle spese straordinarie per la difesa nazionale; permette di risolvere efficacemente con somme rilevanti i gravi problemi della scuola e dell’igiene; sopporta il carico di 67 milioni per interessi e ammortamento del debito ferroviario; somministra, con l’avanzo del tesoro, i fondi occorrenti per le spese urgenti delle pubbliche calamità; può reggere a forti nuovi pesi per il miglioramento economico dei funzionari dello Stato.

 

 

Tutto ciò è vero ed è mirabile; ma non bisogna dimenticare, come del resto ha messo in evidenza l’on. Tedesco nella primissima parte del suo discorso, che al bilancio, o meglio al contribuente italiano, si sono dovuti chiedere, ancor non è molto, nuovi sacrifici, aumentando i balzelli sui tabacchi, sugli zuccheri, sugli spiriti e apprestando nuove gravezze sugli affari. Già dunque è oltrepassato il segno fino al quale il bilancio sopperiva, col naturale incremento delle entrate, alle nuove spese. L’avanzo del bilancio è in buona parte dovuto alle parecchie diecine di milioni fruttate dalle nuove imposte. Se nuove spese si vogliono, bisogna aver chiara in mente la necessità di consentire nuove imposte. Di questa necessità non si dorranno per fermo coloro che amano la prudenza e la sincerità nella pubblica finanza. Gli avanzi copiosi e facili furono sempre fecondi di sprechi inutili del pubblico danaro: ond’è che il ritorno ai tempi meno larghi sarà di nuovo salutare, come lo fu in passato, all’Italia.

 

 

Intanto questa necessità di regolare rigidamente le spese in rapporto alle convenienze di imporre nuovi tributi, ha già prodotto un benefico effetto: quello di porre ai governanti il quesito se la larghezza del passato sia stata efficacemente, economicamente utile; se ai sacrifici e all’abnegazione del contribuente abbia sempre corrisposto la sapienza degli amministratori nello spendere le maggiori entrate loro offerte con lieto animo. Sarebbe certo azzardato rispondere affermativamente all’onesta domanda; ed il dubbio è rincalzato da alcune cifre suggestive che l’on. Tedesco ha riferito nel suo discorso.

 

 

Pensate: dal 1882 al 1 luglio 1910 le spese per gli impiegati e gli agenti dello Stato crebbero da 171 a 326 milioni, ossia di 155 milioni di lire.

 

 

L’on. Salandra anzi, nel discorso tenuto il 22 marzo di quest’anno, come ministro del tesoro, aveva detto che l’aumento era stato di 225 milioni in soli dieci anni. La differenza fra le cifre addotte dai due ministri probabilmente è dovuta al fatto che l’on. Salandra comprese, e l’on Tedesco escluse, i miglioramenti concessi agli agenti delle ferrovie, dei telefoni, agli straordinari ed agli avventizi. Se si tenesse conto dei 21 milioni promessi ora ai ferrovieri, e delle altre molte decine di milioni necessarie per i maestri, per i postelegrafici ecc., si toccherebbero forse i 300 milioni di aumento.

 

 

Qualunque sia la cifra, una osservazione si può fare: ed è che dei 155 milioni di aumenti ammessi dall’on. Tedesco, 73 milioni rispondono ad un miglioramento di stipendi ed a maggiore rapidità di carriera, e ben 82 milioni furono invece dovuti al cresciuto numero degli impiegati e degli agenti. Non è piccolo il miglioramento ottenuto dagli impiegati negli stipendi e nella loro carriera, né è stato lieve sacrificio per i contribuenti dover pagare 73 milioni di più di tributi per migliorare del 29% (su 171 milioni agli impiegati iniziali, e su 82 agli impiegati venuti dopo) la condizione economica dei pubblici funzionari. Ma se fosse stato possibile di risparmiare la assunzione in tempo di metà dei nuovi impiegati, spendendo 41 invece di 82 milioni di lire, e se si fossero dedicati i 41 milioni disponibili a migliorare le sorti di quelli già in carica, l’aumento medio degli stipendi, non del 29, bensì del 54% sarebbe stato!

 

 

E che forse sarebbe stato impossibile frenare in tal guisa l’aumento del funzionarismo? No certo, quando fosse venuta in soccorso la buona volontà degli impiegati medesimi, intenti a rendere tutti più produttivo il loro lavoro. L’esperienza del passato dovrebbe ammonire gli impiegati: che il loro miglioramento deve essere soprattutto meritato; che, passata l’epoca delle facili larghezze, e posto chiaro il dilemma fra nuove imposte e miglioramenti nei congegni burocratici, il paese pretenderà sia dapprima sperimentata la seconda via, e sia fatto ogni sforzo affinché anche nei servizi pubblici, come nelle imprese industriali, si raggiunga l’intento di ottenere il massimo effetto utile col minore dispendio di forze possibile.

 

 

Se dall’esame del bilancio pubblico si passa agli indici delle condizioni economiche del paese, l’esposizione dell’on. Tedesco conforta chi scrive, massimamente perché essa nulla dice intorno ad un provvedimento che si era vociferato dovesse essere ieri annunciato: l’aumento della circolazione bancaria. Sarebbe stata invero incomprensibile l’azione del Governo il quale si fosse impressionato oltre misura di una ristrettezza monetaria momentanea, oggi in via di dileguarsi gradualmente, e avesse, su quella fuggevole base proposto di allargare i limiti della circolazione bancaria.

 

 

Avevo nell’ottobre scorso, quando più acuto era il disagio e più viva l’impressione dell’aumento del tasso dello sconto al 5 e mezzo per cento, incoraggiato vivamente Governo e banche di emissione a resistere energicamente ad ogni pressione per un aumento nella circolazione. Il silenzio odierno del Governo e la constatazione fatta dall’on. Tedesco che «gli istituti sono in grado di dominare anche i contrari eventi» provano che l’aumento della circolazione era invocato ad alte grida solo dai gruppi meno interessati del mondo industriale e commerciale, a cui è dovere resistere.

 

 

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Tra i problemi che dovranno essere maturamente studiati, l’esposizione finanziaria accenna con predilezione a quelli che concernono i metodi futuri di emissione dei titoli di debito ferroviario, le provvidenze per l’industria serica, per quella cotoniera e siderurgica, e per combattere il rincaro delle carni. Sono problemi gravi, intorno a cui non è meraviglia siano discordi le opinioni. Il Governo accenna, a cagion d’esempio, alla convenienza di studiare «se potranno adottarsi opportuni rimedi per rimuovere, agevolando la diminuzione del lavoro nelle fabbriche e l’aumento della esportazione dei prodotti manufatti, la causa principale della depressione cotoniera, l’esuberanza cioè della produzione». Non è inopportuno notare, ad illustrare le difficoltà dello studio annunziato dal Governo che ancora ieri a Milano, in una numerosa adunanza di cotonieri, il succo che a me sembra più chiaro della lunga discussione – almeno a quanto si può giudicare dai giornali – fu di aver riconosciuto essere assolutamente sconsigliabile, anzi inopportuno, ricorrere al Governo per un rialzo del dazio sul cotone greggio, per ottenere un aumento del drawback, che costituisse un premio di esportazione. Dalla quale rinunzia ad una richiesta, che da parecchi mesi si affermava essere l’unica ancora di salvezza della industria, do lode ai cotonieri; e non mi meraviglio che l’adunanza si sia sciolta senza una deliberazione precisa e concorde, tant’è difficile anche ai competenti dare consigli al governo in simili complesse materie!

 

 

Pure degnissima di studio è la questione dei provvedimenti per soddisfare i bisogni del cresciuto consumo della carne. Sembra che il rincaro della carne sia dovuto in non piccola parte all’aumentato valore del latte, che rende conveniente portare al macello i vitelli in giovanissima età, onde risparmiare il latte a favore dell’industria casearia; e propongono taluni che si vieti o si multi la macellazione dei vitelli di età inferiore all’anno, e di peso inferiore ai 200 kg. Che avverrà, ribattono altri del prezzo del latte, ove i vitelli tornino a consumare una parte cospicua? Le indagini governative potranno riuscire a illuminare il complesso problema; ma temiamo forte queste indagini possano indurre il legislatore a favorire, a ragion veduta, più i vitelli che il latte.

 

 

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Tecnicamente il più interessante poi fra i problemi posti nell’esposizione Tedesco è quello della scelta del miglior metodo di emissione dei titoli di debito pubblico ferroviario. Il problema può essere studiato con calma, poiché, fortunatamente, nel 1911 non si dovranno fare emissioni di sorte alcuna. Finora i titoli si emisero, con l’intermediario di consorzi bancari, al pubblico in grossi blocchi di 85 o 260 milioni, da sottoscriversi a data fissa. Il ministro osserva che, malgrado i risultati siano stati soddisfacenti, sarà opportuno studiare se non convenga meglio provvedere al collocamento graduale, quasi insensibile, dei titoli da emettersi ogni anno, per mezzo delle succursali della Banca d’Italia e degli uffici postali. In sostanza è questo il metodo seguito, e con fortuna, dalle grandi società ferroviarie francesi e da taluni dei nostri istituti di credito fondiario per provvedere al collocamento delle loro obbligazioni.

 

 

Il metodo è ottimo quando però le obbligazioni abbiano un largo mercato, e cioè`, quando vi sia una clientela affezionata di capitalisti, i quali facciano una domanda continua di titoli agli sportelli degli enti emittenti.

 

 

Allora l’emissione fatta tacitamente in maniera continua si fa a ottimi prezzi, risparmia mediazioni e riesce a collocare stabilmente i titoli presso un pubblico scelto e devoto di risparmiatori. Godono di questa larga notorietà e di questo facilissimo mercato i titoli di debito ferroviario, sia il 3 e 1/2 che il 3%? Purtroppo bisogna rispondere di no. Saranno necessari parecchi anni, e forse un decennio, innanzi che questi titoli nuovissimi siano riusciti a farsi un mercato. Talché a me sembra che si imponga il quesito: non sarebbe addirittura opportuno studiare se non convenga vendere al minuto, per mezzo degli uffici postali, per 150 milioni di lire all’anno, non dei nuovi titoli redimibili, bensì della vecchia notissima nostra rendita italiana 3 e 3/4, 3 e 1/2%? La rendita ha un tale pubblico largo e devoto che 150 milioni di lire sarebbero assorbiti ai prezzi correnti, ogni anno, senza veruna difficoltà. Certo, le concessioni di prezzo che l’erario dovrà fare ove lo impongano le condizioni del mercato monetario, saranno di gran lunga meno forti di quelle che ha già consentite e dovrà consentire in futuro ove si ostini a emettere sul mercato titoli, sia pure più vantaggiosi, ma ignoti al gran pubblico.

 

 

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