Le condizioni della marina italiana

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 31/08/1899

Le condizioni della marina italiana

«La Stampa», 31 agosto 1899

 

 

 

Con questo titolo Giorgio Molli, l’ex-marinaio, ha pubblicato un libro[1] che dà seriamente da pensare a chi lo legge con qualche attenzione. Spigoliamo dall’interessante volumetto alcuni fra i fatti e le considerazioni più importanti fra quelli che vi si trovano in abbondanza. Dopo quarant’anni di vita nazionale noi abbiamo una marina mercantile dove non si conta neppure un solo vapore degno di competere, non diremo coi postali inglesi, francesi o tedeschi, ma neppure coi giapponesi o coi belgi; abbiamo una marina sovvenzionata che è un museo di ferravecchi ed una marina militare che è ridotta quanto a navi moderne, quali le esige la guerra contemporanea, a tre corazzate (Umberto I, Sardegna e Sicilia) d’un tipo che ha già quindici anni di esistenza e quindi non corrisponde alle esigenze attuali; a due corazzate che saranno pronte fra un anno (Saint-Bon ed Emanuele Filiberto), simili a navi che altre Potenze hanno già armate da tre o quattro anni; a due corazzate che saranno pronte fra cinque o sei anni (Brin, Regina Margherita), mentre il Giappone ne ha due quasi identiche già armate; a due incrociatori corazzati di un tipo molto modesto che data da sei anni (Vettor Pisani, Carlo Alberto); a tre incrociatori d’un tipo alquanto più moderno e meglio armato (Garibaldi, Varese, Ferruccio), di cui due saranno allestiti fra un anno circa e il terzo fra due; e ad una dozzina fra torpediniere e destroyers in costruzione ed armamento. Questa è la flotta moderna d’Italia, la quale deve difendere una linea costiera di 6785 chilometri, mentre un esercito di tanto più numeroso è impiegato a difendere una frontiera terrestre di 1900 chilometri, divisa fra tre nazioni e protetta dal baluardo naturale delle Alpi. I sacrifici sostenuti per riuscire ad un risultato così meschino furono davvero gravi.

 

 

Il bilancio della marina italiana, in un trentennio, dal 1868-69 al 1897-98, ha assorbito la somma di 2153 milioni; partendo dalla modesta quota di 38 milioni, attinse il suo massimo nell’esercizio 1888-89 con 156 milioni, per ridiscendere a 92 nel 1895-96-97 e risalire a 98 nell’ultimo esercizio. Indubbiamente fu gravissimo danno alla nostra marina questa disgraziata riduzione dal bilancio, ma ancora non giustifica lo stato di sfacelo attuale.

 

 

Notevoli somme si sarebbero ancora potute dedicare alla riproduzione del naviglio, ove, per questo rispetto, non si fossero fatte economie esagerate, pur di conservare i posti inutili e le laute sinecure nella burocrazia ministeriale, negli arsenali e nella flotta.

 

 

Mentre non si costruivano navi, si tennero in esercizio tutti gli arsenali e i cantieri, cioè Spezia, Napoli, Castellammare, Taranto e Venezia; né si osò licenziare un solo operaio, poiché gli operai dei cantieri sono una notevole forza elettorale. Non si toccarono neppure gli impiegati. Attualmente, con un bilancio di 98 milioni, la forza combattente ascende a circa 23 mila uomini.

 

 

Orbene, per quella somma, per quelle poche migliaia di combattenti, c’è tutto un piccolo esercito parassitario di 1930 funzionari ed ufficiali non combattenti! Al Ministero della marina vi sono 80 alti impiegati per soli 92 subalterni, e 35 fra commessi ed inservienti.

 

 

Le costruzioni sono ridotte ai minimi termini; fra esse e le riparazioni la spesa effettiva è ridotta ai 20 milioni annui all’incirca, cioè il lavoro di un modesto cantiere privato, di quelli per cui bastano quattro o cinque ingegneri ed una ventina di subalterni, tanto più che la nostra marina non costruisce che scafi; le macchine le costruisce e le monta in posto l’industria privata, le artiglierie, la Direzione competente. Ebbene, a così scarso lavoro, oltre gli ufficiali del genio navale e di vascello immobilizzati a terra, troviamo adibiti: 257 commessi, 191 capi tecnici e 160 disegnatori.

 

 

Se non si costruiscono navi, è naturale che non si possano collocare artiglierie e tubi per lancio di siluri sulle navi che non esistono, eppure la Direzione di artiglieria e torpedini, oltre agli ufficiali, dispone di 373 commessi, 125 capi tecnici, 84 disegnatori, coadiuvati da 65 scritturali, 93 contabili e loro aiuto con 86 guardiani di magazzino. A completare il personale burocratico ecco 264 commissari di bordo con 28 allievi!

 

 

La nostra marina è ridotta a così poca cosa che a mala pena si possono costituire due squadre, l’una attiva e valida, l’altra condannata a prudente riserva; ebbene, quell’amministrazione della marina che lasciò cadere in tanto sfacelo la nostra marina, si compiace di avere dodici vice-ammiragli e tredici contr’ammiragli con sessantuno capitani di vascello! Nei cantieri dello Stato abbiamo in costruzione tre navi soltanto, ed ormai nei cantieri stessi non si costruiscono che gli scafi delle navi, ed abbiamo per tanta opera 80 ufficiali del genio navale.

 

 

Noi dobbiamo vergognarci non solo confrontando la nostra marina con quella dell’Inghilterra, Francia e Germania, ma anche con quella austriaca. Essa ha un modesto bilancio di ben 36 milioni di lire con cui provvede a dodicimila uomini e ad un interessantissimo rinnovamento del materiale. La nostra industria delle acciaierie compra fuori d’Italia delle vecchie navi in ferro per demolirle, mentre a Spezia e a Napoli ed a Venezia la regia marina ha tante navi non buone ad altro, ed a cui sui libri vengono assegnati valori fantastici.

 

 

Sarebbero, se non altro, dei milioni in oro che, per qualche tempo cesserebbero di andare all’estero. Il danno della nostra marina è stato ed è ancora forse un malanno più amministrativo che tecnico; gli innumerevoli, e spesso grossolani, errori tecnici non furono che la conseguenza dell’intimo vizio, dell’intima cancrena di una pessima amministrazione. Il bilancio della marina italiana non può assumere le dimensioni di quello francese; procuriamo almeno che i denari siano bene spesi. La marina francese è male amministrata; essa progredisce enormemente, ma con un dispendio colossale; la marina austriaca, con un bilancio modestissimo, fatte le debite proporzioni, progredisce in ben maggiore misura della francese.

 

Dunque, se i denari cavati al Paese saranno bene spesi, il sacrificio riuscirà minore e più tollerabile. Frattanto la nostra situazione internazionale va di giorno in giorno peggiorando nei riguardi della marina da guerra. Intorno al 1889-90 la nostra marina toccò il massimo della sua potenza. Fu per questa cagione che la Francia, da quell’epoca, ha di tanto aumentato il suo bilancio.

 

 

Oramai la nostra flotta non sostiene più il paragone di nessun’altra fra quelle degli Stati che potrebbero attaccarci. Ogni giorno che passa toglie valore alle nostre povere vecchie navi; ogni giorno che passa si accentua maggiormente il dislivello fra la nostra marina e quelle straniere.

 

 

Le costruzioni nuove da guerra nel 1898 furono le seguenti:

 

 

 

Tonnellate

Inghilterra: Nuove navi da guerra varate

153,000

Stati Uniti ” “

56,000

Giappone ” “

47,000

Russia ” “

29,000

Francia ” “

25,000

Italia ” “

3,000

 

 

In base ai bilanci esistenti ed alle somme disponibili per le costruzioni in corso, la produzione media di nuove navi sarebbe la seguente per i tre prossimi anni:

 

 

Inghilterra 125,000
Francia 75,000
Italia 15,000

 

 

Non si tratta adunque di una inferiorità esistente soltanto, ma di una inferiorità avvenire, ancora più disastrosa, più minacciosa per noi. Di questo passo noi ci avviamo a tale schiacciante inferiorità da non rappresentare più sul mare che un valore affatto insignificante. Tutte le autorità competenti, afferma il Molli, sono d’accordo nel ritenere che il minimo di potenza della marina italiana, perché corrisponda alle supreme necessità della patria difesa, escludendo superbe e ambiziose idee offensive, deve essere ragguagliato alla metà della potenza della flotta francese.

 

 

Per colmare le lacune della improvvida e fatale incuria dell’ultimo decennio, urge la costruzione di tante navi da costituire un complesso di circa 150,000 tonnellate; per riparare i dislivelli dell’avvenire, occorre assicurare la riproduzione del naviglio nella misura almeno da 35 a 40,000 tonnellate all’anno.

 

 

La ingente spesa resa necessaria da un siffatto programma navale è davvero necessaria per la difesa nazionale! E se è necessaria come può conciliarsi colla riconosciuta strettezza del nostro bilancio? La costituzione di una forte marina da guerra non urge altresì per la protezione della nostra prosperità economica e delle nostre colonie e non deve essere accompagnata da un parallelo progresso nella nostra marina mercantile? E quali sono i mezzi migliori per favorire questo sviluppo della marineria mercantile? Domande interessanti, alle quali sembra necessario rispondere prima di potere tracciare con sicurezza il programma navale del prossimo periodo di vita italiana.

 

 

 



[1] Torino, Francesco Casanova, editore, 1899, L. 1.50.

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