Le condizioni della rinascita

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/01/1922

Le condizioni della rinascita

«Corriere della Sera», 25 gennaio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 528-531

 

 

 

Sui giornali si discorre molto da qualche giorno della ricostituzione della Banca italiana di sconto. Non ho nessuna informazione in proposito; né queste sostanzialmente gioverebbero per ciò che da un punto di vista generale si deve dire.

 

 

La esistenza di una quarta banca di credito mobiliare è senza dubbio utile. Non per il motivo, che di solito si adduce, della necessità di impedire la formazione di un monopolio bancario nel nostro paese. Monopolio si avrebbe quando una sola banca, per esempio la Banca commerciale, che si cita per essere pubblicamente indiziata come rea di tale proposito, avesse la disponibilità della maggior parte o di una parte ragguardevole del risparmio italiano. È noto che, invece e per fortuna, le cose stanno ben diversamente: su 26,6 miliardi di depositi a risparmio e in conto corrente, esistenti al 31 luglio 1921, ben 7,9 miliardi sono a disposizione delle casse postali di risparmio, ossia della Cassa depositi e prestiti – la vera «prima» banca italiana e banca di stato per giunta – 1 miliardo si trova presso gli istituti di emissione e 7,5 presso le casse ordinarie di risparmio, che sono anch’esse istituzioni pubbliche. Quindi, 16,4 miliardi su 26,6, ossia circa i tre quinti dei depositi italiani sono messi a disposizione dello stato e di enti pubblici, i quali certamente non se ne servono per favorire gli intenti monopolistici di una banca privata. Un altro grosso blocco si trova presso enti che esercitano il credito a favore del piccolo e medio commercio, della media e modesta industria ed agricoltura: 3,7 miliardi presso le banche popolari, 0,5 presso i monti di pietà e 0,4 presso le casse rurali. Restano 5,6 miliardi depositati presso le banche ordinarie, che non sono soltanto le quattro grandi, ma parecchie altre in aggiunta. Si tenga poi nota dei banchi privati e del risparmio direttamente impiegato dai possessori e si vedrà come in Italia esista una vera democrazia bancaria. Ce n’è per tutti i gusti: per la grande e per la piccola industria, per gli enti pubblici e per i privati, per i capitalisti e per i cooperatori. Basta godere di credito e di buon nome e si può ottenere tutti i mutui desiderati. S’intende, entro i limiti del denaro che c’è ed al prezzo che il denaro vale. Nove decimi delle lagnanze contro le restrizioni del credito provengono da gente la quale immagina che le banche e le casse di risparmio possano «fabbricare», il denaro a volontà; quando esse invece possono dare solo quel che hanno ed al prezzo corrente, il quale oggi è rincarato, ma forse non è ancor arrivato al punto a cui tende ed a cui è già arrivato negli Stati uniti, paese che dicono ricco ed il quale sta uscendo dalla crisi in parte appunto in virtù dell’altezza enorme dell’interesse a cui laggiù le banche fanno prestiti.

 

 

Ciononostante, sarebbe una sciagura che in Italia restassero solo tre grandi banche private: Commerciale, Credito e Banco di Roma; perché, sebbene esse pesino assai modestamente nel complesso del risparmio italiano, pesano molto rispetto alla speciale funzione a cui si sono, a torto od a ragione, in parte dedicate: voglio accennare al credito fatto a lunga scadenza alla grande industria. Le quattro banche italiane, seguendo in ciò l’esempio di quelle tedesche, oltre a scontare cambiali a breve scadenza di pochi mesi e fare altre operazioni liquide, si interessarono nelle industrie, sovvenendo capitali per le spese d’impianto, acquistando azioni e obbligazioni, ecc. ecc. Quando ciò si faccia in proporzioni modeste e prudenti, entro i limiti, ad esempio, del capitale proprio o di quei depositi che sono fissi a lunga scadenza, non c’è danno. Evidentemente la Banca italiana di sconto deve avere esagerato in questi impieghi, immobilizzando anche parte dei depositi che dovevano essere liquidi; epperciò cadde in imbarazzi. Ad ogni modo, è bene che questa speciale forma di credito non sia in mano né di tre sole, né di due e, peggio che mai, di una sola banca. Epperciò, se privati capitalisti fanno sorgere una quarta od una quinta banca o ricostituiscono la Banca di sconto, operano nell’interesse del paese. Lo stato non deve dare alcuna garanzia all’uopo ed i giornalisti non devono dar consigli inutili; perché la garanzia dello stato da un lato sarebbe un pericolosissimo precedente e potrebbe indurre i risparmiatori ad affidare i loro denari ad una banca di cui nessuno può conoscere l’esito e perché i consigli di chi non è pronto a suffragarli rischiando denari, non valgono un bottone frusto. Ma se, di loro iniziativa ed a loro totale ed esclusivo rischio, vi son capitalisti pronti a prendere il seguito della Banca di sconto, a priori bisogna dire che ciò è bene. L’industria italiana sarà tanto meglio servita per i suoi bisogni di credito, quanto più i servitori saranno molti.

 

 

Naturalmente, perché la quarta o la quinta banca sorgano vitali e siano benefiche, occorrono talune condizioni imprescindibili.

 

 

Occorre ci sia del capitale liquido e fresco. Non basterebbe, ad esempio, che i depositanti ed i creditori della Sconto dichiarassero di versare all’uopo, ritirando azioni della nuova banca, il 20% dei loro crediti verso la Banca di sconto. Se questi crediti sono immobilizzati, anche se alla fine saranno realizzati al 100%, non servono a niente. Una banca vitale non sorge con i mattoni i macchinari o le navi, in cui la Sconto abbia impiegato i depositi. Con questa roba non si fanno sconti e non si aiuta l’industria. Quindi è necessario che i depositanti della Sconto versino, se lo credono, non il 20% dei loro crediti in genere, ma tutto o parte di quella frazione dei loro depositi la quale oggi si trova nelle casse della Sconto sotto forma di denaro liquido, di buoni del tesoro o di altri effetti immediatamente realizzabili. Il nuovo ente deve avere una esistenza propria, indipendente dalla vecchia banca. Trattasi di due compiti separati: iniziare una nuova vita bancaria e liquidare le vecchie posizioni. Anche se queste si possono liquidare al 100%, occorrono, per farlo, attitudini di pazienza, abilità, taccagneria nell’amministratore, diverse da quelle necessarie ad una banca in piena attività. Sovratutto, occorre che gli iniziatori e gli amministratori del nuovo rinnovato ente, con lo stesso o diverso nome, diano affidamento di fare solo buoni affari. Pare una cosa semplice; ma di questi giorni si sono dette tante stravaganze che importa riaffermare le verità trite e comuni della pratica bancaria.

 

 

È verità comune, ad esempio, che una banca non deve fare del nazionalismo economico. In certi comizi fascisti si è parlato della necessità di salvare l’italianità, ecc. Pochi giorni addietro ho avuto occasione di lodar il programma economico del partito fascista; e sono ancora d’opinione che, se attuato, gran vantaggio ne avrà l’Italia. Ma perché Semplicemente perché quel programma era sensato, buono, conveniente. Così è in fatto di banca. Non esistono affari italiani ed affari anti-italiani.

 

 

Un banchiere, il quale sappia il suo dovere, dovere strettissimo di coscienza verso i suoi depositanti e creditori, ove gli si presenti un cliente a chiedergli aiuto per una industria, deve giudicare se l’operazione è buona o cattiva. Se è buona, bisogna farla, ed essa è per definizione «italiana», perché giova a chi la fa ed all’Italia. Se è cattiva, per definizione è «straniera» e bisogna lasciarla ai forestieri. Se la godano pur tutta, se ad essi talenta.

 

 

Giudici esclusivi della «bontà» di una operazione, non sono né i ministri, anche se sono, per accidenti, competenti, né le deputazioni di deputati, anche se composte, come quella che andò a parlare con l’on. Bonomi, di deputati di tutte le parti della camera, compreso il socialista ufficiale on. Todeschini, né i partiti né gli impiegati delle banche. Tutta questa gente non c’entra, né per l’uscio né per la finestra, nel decidere se convenga mettere su una nuova banca e che cosa debba o non debba fare la banca nuova o rinnovata. I soli, esclusivi giudici sono coloro che, in un modo o in un altro, comprando azioni o vincolando depositi, arrischiano denari. Sono gli altri banchieri, i quali diano avalli o garanzie; sono gli istituti di emissione, i quali aprano fidi. Questi sono i competenti, i quali devono dire la parola definitiva. Gli altri farebbero bene ad astenersi e, quanto più si asterranno, tanto meglio sarà per la nuova banca, per l’industria italiana, chiamata a giovarsi della concorrenza tra la nuova e le vecchie banche, e per l’Italia.

 

 

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