Le conseguenze economiche della conquista della Tripolitania

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/12/1911

Le conseguenze economiche della conquista della Tripolitania

«Corriere della sera», 28 dicembre 1911

 

 

 

La Riforma Sociale, una rivista di questioni economiche, finanziarie e sociali, che esce in Torino diretta dal prof. Luigi Einaudi, pubblica nel fascicolo di dicembre due articoli dal titolo Ottimismo e pessimismo coloniale in cui Edoardo Giretti e Luigi Einaudi cortesemente polemizzano a proposito della Tripolitania. La polemica fa seguito ad un articolo di considerazioni economico – finanziarie che, intorno al medesimo argomento, il direttore della rivista aveva pubblicato nel fascicolo di ottobre-novembre. In esso l’Einaudi aveva voluto esporre le condizioni, all’osservanza delle quali era subordinato, a suo parere, il successo dell’impresa tripolitana. Secondo lui, nessun popolo è sicuro di compiere vera azione di civiltà se non sia persuaso che la formazione di una colonia è una opera di sacrificio per la madrepatria, sacrifici da sopportarsi consapevolmente e serenamente in vista dei benefici che la conquista apporterà ai popoli indigeni della colonia ed alle venture generazioni del popolo nostro.

 

 

Illudersi di ottenere pronti risultati è un errore; devesi invece operare pazientemente e con continuità di intenti per ottenere i benefici futuri.

 

 

La tesi principale si scomponeva nelle seguenti particolari dimostrazioni:

 

 

  • 1) Essere il sin qui fatto ben auspicante, ma purtroppo piccolissima cosa in confronto del tanto di più che ci rimane da fare;
  • 2) essere necessario bandire ogni idea di lucro per lo Stato. Niente tributi sulla colonia, o restituzioni delle somme anticipate. Gli spagnoli perdettero il Sud America e rovinarono se stessi per la solida pretesa di avere in tributo dei galeoni carichi d’oro; e gli inglesi persero gli Stati Uniti per avervi voluto imporre dazi a proprio profitto;
  • 3) essere necessario limitare il più possibile i lucri gratuiti e privilegiati di particolari gruppi di cittadini italiani.

 

 

L’Einaudi, coerente alle sue idee economiche liberiste, qui sostiene la tesi che sarebbe, nell’interesse generale degli italiani, una politica suicida quella che volesse nella Tripolitania creare un campo chiuso e riservato al lavoro e al capitale italiano. Quanto al lavoro, s’intende lavoro abile, superiore, skilled, è certo che lo forniremo noi, perché gli altri popoli non manderanno ivi emigranti e la popolazione araba indigena potrà fornire la mano d’opera ordinaria, a buon mercato. Quanto al capitale, sarebbe un errore grave chiudere l’accesso al capitale straniero, che però dovrà essere italianizzato, quanto a regime legale, e non potrà diventare così un pericolo per la colonia:

  • 4) essere lenti e costosi gli eventuali benefici della colonizzazione.

 

 

È una verità banale, che la esperienza ha dimostrato esatta per colonie fertilissime, come l’India, l’Egitto, la Tunisia. Tanto più, sarà vera per la Tripolitania, di cui le risorse sono male conosciute. Dovremo essere prudenti, non pretendere di inviare subito i milioni e neppure le centinaia di migliaia di coloni. Sono i medesimi concetti sostenuti dall’Einaudi nell’articolo pubblicato sul Corriere del 2 dicembre, cui dimostrava il pericolo di una costituzione affrettata di società anonime per lo sfruttamento della colonia ed augurava si costituissero gruppi di avanscoperta, a scopo di studio e con capitali versati a fondo perduto.

 

 

Concetto il quale, sia detto di passata, è stato accolto oramai da quei commercianti ed industriali milanesi che ultimamente idearono iniziative nella nuova colonia.

 

 

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A queste tesi sostenute dall’Einaudi, il Giretti, avversario della impresa per motivi ideali di giustizia internazionale, oppone una controtesi pessimista. Riconosce che se le condizioni poste dall’Einaudi per la riorganizzazione politica ed economica della Tripolitania dovessero essere adempiuta, «noi potremmo dire più tardi di avere, con esempio più unico che raro nella storia, realizzato l’ideale della perfetta politica coloniale che dovrebbe consistere esclusivamente in un’opera lunga e meritoria di abnegazione altruistica a favore della causa dell’incivilimento dei popoli inferiori ed a beneficio, anche materiale, dei popoli molto lontani».

 

 

Ma il Giretti crede, per esperienza scettica della vita, che non sia possibile realizzare nessuna delle condizioni poste dal suo contraddittore al buon successo dell’impresa.

 

 

Egli crede che una concezione della politica coloniale intesa come l’adempimento di un alto e severo dovere non sia mai per entrare nelle menti della grande maggioranza dei nostri neo colonialisti, sedotti al miraggio della nuova Terra promessa italiana: e teme che l’entusiasmo bellicoso di una gran parte del pubblico sbollirà per incanto il giorno in cui sarà presentata ai contribuenti la nota da pagare per – supponiamo – un mezzo miliardo di lire spese per la conquista coloniale. Neppure ha fiducia che possa sorgere un Governo capace di farsi il rappresentante degli interessi generali del paese in opposizione agli interessi dei gruppi potenti e privilegiati, che fanno i loro affari in Parlamento. L’unica speranza che a lui resta al proposito è che, quando si concluderà la pace colla Turchia, ci venga imposto, per l’intervento e la mediazione delle altre Potenze, di conservare e rispettare in Tripolitania il regime della «porta aperta» come lo ha l’Inghilterra in Egitto e come sarà costretta a mantenerlo la Francia nel Marocco. Quanto alla necessità di aspettare dal tempo e dal lavoro perseverante i benefici della colonizzazione, il Giretti osserva che la pazienza dei lunghi investimenti non è mai stata la virtù caratteristica dei capitalisti italiani nella madre-patria. Forse che i 20 mila e più italiani che hanno domandato i passaporti per Tripoli sono gente che possa aspettare i suoi guadagni di qui a dieci o venti anni?

 

 

All’entusiasmo succederà, prima o poi, la delusione. Per intanto, al Giretti pare che l’Einaudi si illuda grandemente supponendo di trovarsi di fronte «ad una azione solidale di tutti per una impresa di civiltà».

 

 

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Alle quali osservazioni l’Einaudi risponde dicendo che dichiararsi, da un punto di vista economico, favorevole o contrario alle colonie non ha significato preciso. L’impresa potrà essere feconda di bene e produrre acerbissimi disinganni a seconda che prevarranno le volontà ardimentose e pazienti degli amatori della piccola Italia ossia dei veri fondatori di colonie, animati da spirito di sacrificio, o gli appetiti dei falsi colonialisti che nella colonia vorranno trovare un nuovo campo di iniziative privilegiate. Il Giretti dice che di fatto prevarranno costoro. Che il pericolo vi sia, nessuno può negare. Sta in noi impedire che le forze dannose prevalgano.

 

 

Non mancano le forze le quali possono attivamente operare a rendere l’impresa feconda di bene. Esiste in Italia una massa di capitali che cerca volentieri asilo nelle casse di risparmio dello Stato e si contenta del moltissimo interesse del 2,64 per cento. Se questo capitale rimane in Italia, c’è pericolo che il Governo se ne serva per crescere tutte quelle statizzazioni, quelle municipalizzazioni, che sono divenute l’ubbia, l’idea fissa dei politicanti in cerca di popolarità. In Tripolitania esso può servire a scavar porti, costruire strade, serbatoi d’acque, ferrovie, ecc.

 

 

È vero che in patria quel capitale potrebbe servire a lavori di rimboschimento, ad edifici scolastici, a prosciugamenti di paludi, ecc. Ma spesso le opere interne di interesse generale non si fanno, perché gli interessi particolari, regionali sono più potenti e divergono a sé le correnti del denaro pubblico. Per rompere la cerchia delle coalizioni di piccoli interessi occorre un fatto nuovo, grande, che commuova l’anima nazionale, che ci impegni dinanzi all’Europa.

 

 

Questa nuova tendenza dello spirito pubblico non nuocerà alla lunga alla causa della cultura e del Mezzogiorno. I governanti d’Italia, costretti dalle promesse solenni odierne e dal controllo dell’opinione pubblica internazionale, che abbiamo preso a testimonio dei nostri propositi civilizzatori, non potranno non dedicare sforzi diuturni per compiere le grandi opere materiali della civiltà in Tripolitania. Come potranno essi sottrarsi allora alla pressione dell’opinione pubblica italiana, la quale pretenderà nelle regioni meridionali, liguri-appenniniche, sarde, aride e sitibonde di acqua, di scuole, di strade, di bonifiche, almeno gli stessi lavori che verranno compiuti nella Tripolitania? Questa sarà una perpetua pietra di paragone per noi. Certo ciò costerà centinaia di milioni, forse miliardi, che daranno reddito percentuale scarso. Ma se i nostri vecchi non si fossero ostinati per secoli e secoli a profondere capitali e lavoro, economicamente malissimo remunerati, forse in gran parte perduti, la grande pianura padana sarebbe ancor oggi l’immenso pantano in cui affondavano i soldati di Annibale. L’agricoltura meravigliosa dell’Alta Italia è frutto di secoli di impieghi anti-economici di capitale, è il risultato primo dell’amore irragionevole della terra nel contadino, dell’orgoglio dominicale dei mercanti milanesi. Perché non si ragionò allora a punta di soldi e denari, vorremmo dire che l’opera dei vecchi nostri sia stata infeconda?

 

 

La polemica continua per altri punti ancora: sul pericolo di un aumento dei bilanci militari, che l’Einaudi ritiene sarà ristretto a ciò che è necessario alla costituzione di un esercito coloniale, cosa indispensabile e per più versi utile, sulla convenienza per l’Italia di non complicare il groviglio delle questioni internazionali con innovazioni sul regime doganale attuale della porta aperta, ecc., ecc. Da ultimo affronta il problema del costo della impresa: ed economicamente afferma essere preferibile che il costo non sia troppo basso. L’esperienza ha dimostrato che le vittorie facili e le indennità di guerra fanno più male che bene al vincitore.

 

 

Testimone la Germania, a cui i 5 miliardi di indennità ricevuti dopo le vittorie del 1870-71, nocquero grandemente: mentre la Francia si trovò meglio dopo averli pagati. Onde egli conclude che, se il Governo crederà opportuno di finire la guerra regalando qualche somma ai turchi, tanto maggiore sarà il loro scorno e il loro danno. Mentre la scomparsa dell’avanzo (ossia il pareggio puro senza avanzo né disavanzo) e anche qualche aumento di imposte non potranno che far del bene agli italiani.

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