Tratto da:

La Riforma Sociale

Le conseguenze economiche della guerra secondo Tommaso Tooke

«La Riforma Sociale», luglio-agosto 1918, pp. 321-351

 

 

 

Quella che segue è la traduzione di un capitolo della celebre opera di Thomas Tooke – A history of prices and of the state of the circulation (in 6 volumi, di cui i due ultimi in collaborazione con William Newmarch, Londra, 1838/1857). Insieme con due altri capitoli sull’influenza delle stagioni della circolazione, questo sugli effetti della guerra (pag. 86 a 117 del primo volume) costituisce quasi una introduzione generale allo studio storico particolareggiato delle ricerche dei prezzi e della circolazione dal 1792 al 1837 contenuto nei due primi volumi dell’opera del Tooke.

 

 

Perché il capitolo del Tooke sia sembrato degno di essere ripubblicato può essere in breve chiarito così:

 

 

  • 1) l’opera del Tooke è tra le maggiori di cui si onori la letteratura economica del secolo XIX. È un’opera fondamentale (a standard work, direbbero gli inglesi) a cui non si può assolutamente far a meno di ricorrere quando si vogliano studiare seriamente i problemi dei prezzi e della circolazione;
  • 2) i classici inglesi sono grandissimi, oltrecché per altri motivi, per la potenza di astrazione di leggi teoriche dai fatti reali. Mai, prima o dopo, si videro menti così superbamente esercitate a cavar fuori dai fatti reali tutto quel che v’era dentro di essenziale e ad esporlo in leggi generali.

 

 

Quella generazione di economisti fu una meraviglia mai più vista: banchieri, mercanti, amministratori, giuristi pratici entravano nell’agone delle controversie economiche del giorno portandovi tutta l’esperienza della vita vissuta insieme con la modestia dell’indagatore che sente la sua umiltà dinanzi alla grandezza del vero; e perciò creavano capolavori scientifici. La gente sciocca d’adesso, presuntuosa per le fortune conseguite non sempre con intelligenza e con fatica, entra nell’arringo dello scrivere di cose economiche, persuasa di possedere la verità, convinta che la scienza economica sia infusa nella testa degli arricchiti, dei pennaioli e dei politicastri dallo Spirito Santo e deride quei classici, quasiché fossero teorici vissuti nelle favole delle astrazioni. Non ricorda che Ricardo fu agente di cambio prima di diventare economista, quasi per caso e spinto a forza dagli amici, meravigliati di una potenza di ragionamento la quale lo mette a paro con i maggiori spiriti universali di cui si onora l’umanità, a scrivere i suoi immortali “Principii”. Dimenticano che dietro ad ognuno de’ suoi periodi lapidari vi è una enorme massa di dati statistici e di esperienze che Ricardo non cita perché le suppone note e perché ama lo stile stringato e le conclusioni nette.

 

 

Dimenticano che Tooke fu mercante, amministratore e fondatore di società ferroviarie, di docks, di assicurazioni, e tuttavia scrisse i “Monumenta” della storia economica dell’epoca sua. Ma non lo possono dimenticare, e lo supporrebbero se altrimenti non lo sapessero, coloro che leggono l’opera sua, nella quale si vede, non lo statistico formale il quale maneggia dati o cifre, come se fossero soltanto una materia prima per far calcoli a fabbricare indici, e frattanto ne smarrisce l’anima, il significato, ma lo scienziato vero, di razza, il quale non si contenta mai di analogie superficiali, di astrazioni affrettate, di calcoli per medie e per masse, ma vuole che le astrazioni siano fondate sui fatti da lui apprezzati dopo profondissimo esame, compiuto con scrupolo da benedettino e con l’esperienza consumata del mercante che, prima di teorizzare sui prezzi del grano, trattato l’articolo “grano” per decenni nel commercio fra la Russia a l’Inghilterra. Io non conosco un sezionatore ugualmente spietato di medie come Tooke, un critico altrettanto efficace nel distruggere conclusioni teoriche ricavate da medie di mesi ed anni, male raccozzate insieme o dedotte da confronti fra variazioni di prezzi e variazioni di circolazione, in cui il fatto intervenuto dopo in una serie statistica fungeva da causa di fatti intervenuti prima in un’altra serie. Ed egli fu sezionatore e critico di teorie affrettate e cioè di non teorie perché ebbe il culto del latte singolo, bene osservato, bene inquadrato, irreprensibile. Oggi che tanti amano manipolare i dati a migliaia, a milioni, e mescolarli insieme in grandi calderoni per ricavarne fuori certi striminziti indici o simboli impalpabili e insipidi, un tuffo nel gran bagno classico della storia di Tooke fa bene, rincuora e riconcilia con la vera, con la grande scienza economica o statistica;

 

 

  • 3) tanto più fa bene, in quanto quella History of prices and of the State of the circulation non ha nessuno dei caratteri della storia, come è comunemente intesa. Quella del Tooke non è una storia pura e semplice dei prezzi e della circolazione dal 1792 al 1856. Pubblicata a parecchie riprese: i primi due volumi (storia dal 1712 al 1837) nel 1838; il terzo (1838/1833) nel 1841; il quarto (1839/1847) nel 1848; i due ultimi, in collaborazione col Newmarch (storia dal 1848 al 1856) nel 1857, la storia del Tooke a una polemica durata vent’anni contro coloro i quali attribuivano tutte lo variazioni nei prezzi e le crisi economiche, agrarie, bancarie alle variazioni nella circolazione cartacea. La scoperta delle più importanti verità economiche ben di rado si dovette a studiosi che a tavolino elaborassero titoli per concorsi ad una cattedra universitaria; sibbene ad economisti battaglianti in campo pro o contro qualche provvedimento di legge, o riforma bancaria, monetaria e sociale. Così, quella che senza dubbio sembra a me un modello superbo di storia economica è il frutto di una polemica scientifico – pratica, anzi della maggiore polemica ricordata nella letteratura economica, quella celeberrima controversia monetaria che condusse all’atto bancario di Peel del 1844. Perciò è una storia viva, in cui l’esposizione dei fatti si alterna con le disquisizioni teoriche, in cui il ragionamento accompagna passo passo la notizia degli avvenimenti, ed in cui quindi i fitti si apprezzano nel loro giusto valore e la teoria ne riesce rinforzata, vivente, persuasiva;
  • 4) e quali fatti sono quelli di cui il Tooke si occupa! Nei primi due lumi la ricerca tutta si concentra nel periodo delle guerre inglesi contro la rivoluzione francese e Napoleone. Già il Nicholson e lo Scott hanno messo in luce il valore nuovo di attualità che nel momento presente riacquista la storia del Tooke. Particolarmente il Nicholson nel suo recente volume di saggi (War finance, by I. Shield Nicholson, London, king, 1917), in cui rivivono tante belle qualità degli economisti classici, rende il dovuto onore alla penetrazione, alla oggettività scrupolosa, all’abito veramente storicistico del Tooke. Pochissimo della sterminata letteratura sugli aspetti economici della guerra presente è degno di essere salvato; ed io non so se in quel pochissimo, che si salverà, vi possa essere qualcosa di paragonabile ai saggi dei classici del primo ottocento[i].

 

 

A me, mentre lo leggevo e lo traducevo, il capitolo del T. sugli effetti della guerra è parso un vero gioiello. Con la mente ancor piena dei ricordi della grande epoca da lui traversata nella pienezza della gioventù e della virilità – egli era nato nel 1774 – persuaso che mai più il mondo avrebbe rivissuto un periodo di guerre così grandiose, estese, combattute da eserciti altrettanto formidabili, di guerre toccanti la popolazione dell’intiera Europa, il T. non si lascia smarrire; il suo discorso procede semplice, piano, quasi erra. Distrugge credenze comuni e diffusissime avendo l’aria di far ragionamenti dettati dal semplice buon senso.

 

 

Il suo ragionamento procede per per tre stadi:

 

 

  • I. – Eliminazione dell’influenza che sui prezzi ebbero gli aumenti delle imposte decretati durante la guerra. – Chi oggi non sente ripetere: potrebbero non aumentare i prezzi quando tutte le imposte aumentano? Ed ancor oggi giova imparare dal Tooke, come durante le guerre napoleoniche gli aumenti delle imposte poterono produrre e produssero di fatto aumenti di prezzi solo quando trattavasi di imposte stabilite su particolari merci od incidenti gruppi speciali di merci. Le imposte le quali colpiscono i redditi, i patrimoni o la produzione in generale non possono agire sui prezzi;
  • II. – Eliminazione dell’influenza che sui prezzi avrebbe dovuto avere un consumo o domanda eccezionale che si supponeva derivante dalla guerra. – È il problema analizzato più a lungo, come quello che dava allora e dà ancor oggi origine ad un maggior numero di errori. Equivoca la parola medesima: “maggior domanda”. Significa “aumento di quantità fisiche consumate di merci”, ovvero “aumento di prezzi espressi in moneta deprezzata”, ovvero “aumento del desiderio dei consumatori e della loro concorrenza nel comprare una minor massa disponibile di merci”? Il T. persegue gli errori che in questa materia si affollano, cominciando da quello fondamentale, per cui la guerra avrebbe la virtù miracolosa di far sorreggere una “nuova” domanda di provviste militari e navali, “in aggiunta” alla domanda preesistente. E dimostra, con le riserve di cui si farà cenno sotto, come nessuna simigliante virtù possa attribuirsi alla guerra; poiché, siasi il governo procacciate con le imposte o con i prestiti le somme occorrenti a fare la sedicente “nuova” domanda, quelle somme furono sottratte a privati i quali se ne sarebbero serviti, consumandole o risparmiandole, per fare domanda di merci o di servigi personali. La guerra – ecco la verità fondamentale -non produce aumento di domanda e quindi non può, per tal motivo, far aumentare i prezzi; essa cagiona unicamente una trasposizione di domanda dalle merci e dai servigi di pace alle merci ed ai bellici. Se in Inghilterra avessero subito ricordato il vecchio e sempre nuovo e fresco insegnamento di Tooke, non avrebbero nell’agosto 1914 bandito il vangelo pernicioso del business as usual, “attendete ai vostri affari come prima”; ed in Inghilterra ed in Italia – non metto nel novero la Francia, che è il paese di parte nostra dove parmi si sia avuto prima e più profonda la sensazione delle necessità economiche della guerra – non si sarebbe tardato due o tre anni a convincersi che la guerra ne` si dura ne` si vince senza rinuncie, senza privazioni, senza cambiamenti di abitudini, trasformazioni di industrie e di lavoro;
  • III. – Riduzione sostanziale della influenza della guerra sui prezzi e quelli derivanti dagli ostacoli all’offerta delle merci per diminuita produzione, aumento nei costi, frastornata importazione estera a causa del rincaro dei noli e dei premi di assicurazione marittima. – Oggi, come allora, sono questi i veri fattori bellici di rialzo dei prezzi: il lavoro ed il capitale assorbiti dalla guerra più non producono merci e derrate utili alla sussistenza e queste merci, diventando più rare, devono salire di prezzi. Ancor oggi le terre abbandonate dai coltivatori o devastate dagli eserciti danno raccolti decrescenti, che si devono vendere a prezzi più alti. Ancor oggi i sottomarini, come un tempo all’epoca delle guerre rivoluzionarie e napoleoniche ed in grado non minore e forse maggiore, le navi corsare ed i decreti di blocco continentale e di ritorsione britannica, sono causa di rialzi spaventevoli dei noli e dei premi di assicurazione.

 

 

Che c’è di veramente nuovo nella storia economica della guerra presente, che già non fosse accaduto e non fosse stato analizzato prima?

 

 

Naturalmente il lettore d’oggi deve, nel meditare sa questo processo di eliminazione e di riduzione delle influenze belliche sui prezzi, por mente alla riserve esplicite ed implicite che nel ragionamento il T. fa. Egli, a cagion d’esempio, esclude che i prezzi siano aumentati o potessero aumentare per un incremento nella domanda di merci dovuto alla guerra. Ma per venire a siffatta conclusione, egli ha fatto astrazione, e ciò è avvertito espressamente da lui:

 

 

  • 1) dalle influenze provvisorie che su certi pressi poté avere il subitaneo spostamento della domanda da una merce ad un’altra, per l’improvviso intensificarsi del consumo nei luoghi dove la guerra è condotta. Non bisogna confondere il fatto locale o temporaneo col fatto generale o duraturo;
  • 2) dalle influenze esercitate dalla variazione della quantità di moneta in circolazione. Se, egli nota, in tempo di guerra sbucano fuori “tesori” monetari conservati prima inoperosi dai governi, questi non sono sottratti, come accade con le imposte e coi prestiti, alla domanda di merci che altrimenti sarebbe stata fatta dai privati.

 

 

Qui non v’è “sostituzione”, ma “aggiunta”, alla domanda dei privati; epperciò vi deve essere aumento nei prezzi. Non già che si consumi maggior quantità fisica di merce di prima; ma la medesima massa di merci che prima era domandata dai privati in possesso di un miliardo di lire di moneta, ora è oggetto di domande concorrenti da parte del miliardo di lire di prima dei privati ed in aggiunta da parte del nuovo tesoro monetario cavato fuor dalle cantine dove dormiva ad opera del governo. Della stessa natura, osserva il Tooke, sono gli effetti delle sovrabbondanti emissioni di carta moneta ovvero dei nuovi aumenti bancari creati a vuoto, sul solo fondamento del credito dello Stato e non su depositi precedenti di privati. Egli non si intrattiene a lungo sulle emissioni cartacee a corso forzoso e sugli accreditamenti bancari, perché di fatto non ebbero, durante le guerre napoleoniche, grande importanza. Solitamente il t. è considerato come avversario acerrimo della dottrina che fa dipendere il rialzo dei prezzi dalla sovrabbondante circolazione cartacea ma il brano contenuto nel presente capitolo ed altri passi senza numero della sua storia dimostrano all’evidenza che il T. era avversario soltanto delle mal fondate e frettolose dottrine di coloro i quali volevano dovunque trovare in colpa la circolazione cartacea dei rialzi e dei ribassi di prezzi, senza indagar neppure se davvero fosse, correlativamente alle variazioni dei prezzi, variata la circolazione o se esistesse un rapporto cronologico di sequenza fra l’un fatto e l’altro. Il T. non nega punto, anzi afferma esplicitamente, che l’incremento della massa monetaria circolante -dovuto sia a scoperta di miniere d’oro, sia a stampa di biglietti a corso forzoso -produca rialzo di prezzi. Nega invece che nei periodi da lui considerati ci sia stato di fatto aumento o diminuzione di circolazione quando si ebbero aumenti o diminuzioni di prezzi, ovvero dimostra che l’influenza di quegli aumenti o diminuzioni di circolazione fu secondaria od irrilevante in confronto della influenza delle stagioni o degli ostacoli frapposti alla produzione od all’importazione. Questa è la vera impostazione scientifica del problema: analizzare le diverse cagioni possibili del problema e dare possibilmente, ad ognuna il suo giusto peso. Sotto questo aspetto l’indagine del Tooke – e bisognerebbe poter riprodurre l’analisi minuta che dopo i capitoli introduttivi generali fa delle vicende dei prezzi e della circolazione anno per anno, mese per mese, per vederne tutta la bellezza – rimane un vero modello del genere. L’insegnamento più profondo che noi ne possiamo trarre oggi, è contenuto nell’ultima pagina: “Per quanto in gigantesca e terribile sia stata questa lotta, di cui a ragione fu detto che paragonata questa crisi nulla vi fu mai nella storia di simile se non fosse quando le irruzioni dei barbari sovvertirono l’impero romano – gli effetti di essa sui prezzi sarebbero stati molto differenti se, supponendosi pure la medesima estensione delle operazioni militari e navali e perciò la medesima importanza dal dispendio di guerra, essa non avesse avuto un carattere anticommerciale; o se, pur avendo questo carattere, no si fossero in questo paese verificate contemporaneamente annate di scarsità così gravi da rasentare in certi momenti la carestia”. Sostituiamo alla guerra anticommerciale del 1792/814, la guerra sottomarina, ai raccolti disastrosi inglesi di quel tempo, la generale diminuzione della produzione agricola in Italia ed in Francia e le impedite importazioni dalla Russia e noi avremo un quadro delle cagioni specificamente belliche del rialzo odierno dei prezzi. Ma quelle ragioni dovute alla guerra e non imputabili a voi non spiegano tutto il rialzo avvenuto. Probabilmente ne spiegano la minor parte. Perché quella scoperta di tesori monetari, che il T. espressamente feconda di rialzi di prezzi e che egli eliminò solo perché di fatto non operante od operante in scarsa misura ai suoi tempi, acquistò nella guerra presente un peso straordinario. Poco monta che non di scoperta di tesori aurei si possa parlare sibbene di stampa di tesori cartacei. L’effetto è il medesimo ed è quello di cui più le popolazioni si lagnano, attribuendolo a torto alla guerra per se medesima. A torto, dico; perché esso … deve invece, almeno per la più gran parte, al poco coraggio con cui gli uomini contemporanei di governo si decisero ad adoperare gli strumenti nuovi della condotta economica della guerra, che sono le imposte ed i prestiti.

 

 

Il Tooke è amatissimo dei fatti, forse il maggior analizzatore di fatti la che la scienza nostra conosca. Ma veggasi – ad ammaestramento di coloro i quali contrappongono i fatti alle teorie, quasiché i fatti non inquadrati in una qualche legge teorica non fossero fatti muti e le teorie in disaccordo coi fatti non fossero teorie erronee od incompiute – come egli si serve dei fatti!

 

 

A parecchie riprese nel capitolo ora tradotto: – quando egli paragona prima e dopo il 1814 per dimostrare che le imposte, rimaste invariate dal 1814 al 1882, non potevano essere reputate responsabili di un rialzo che non si mantenne dopo il 1814 (cfr. par. II); – quando riproduce diverse serie di prezzi e di salari dal 1688 al 1792, a dimostrare che non vi è alcuna coincidenza fra anni di guerra ed anni di prezzi e salari alti e fra anni di pace ed anni di prezzi e salari bassi (cfr. Par. III, n. 1); quando dimostra che i rialzi di prezzo si limitarono ai casi di spostamenti nella domanda bellica od agli articoli ostacolati nella produzione e nella importazione (par. III, n. 2); – o quando, per confutare una tesi subordinata di rialzo di prezzi per un preteso monopolio commerciale dell’Inghilterra mette in luce come i prezzi delle merci che si pretendevano di monopolio furono bassi appunto mentre durava il monopolio, e quando era in vista quella pace che doveva mettere fine all’immaginato monopolio (cfr. par. III, n. 3); -egli cita ed espone fatti. Ma, badisi li adduce sempre a riprova di ragionamenti già fatti e che per se stessi dimostrano la verità della tesi da lui sostenuta o la erroneità di quella da lui combattuta.

 

 

Qui si vede il maestro della scienza economica, lo storico che non si limita ad esporre i fatti, ma li vuole spiegare e far parlare. Da soli i fatti ed i dati statistici non servono a nulla. Per ragioni infinite volte spiegate non bastano a legittimare alcuna conclusione. Occorre che alla conclusione si giunga, in modo indipendente, per via di ragionamenti logicamente condotti. L’osservazione dei fatti, nella quale il T. era insuperato, giova a far intuire la verità, a mettere sulla buona via l’indagatore. Ma questi deve poi scoprire colla sua forza raziocinativa il perché della conclusione che a lui sembra vera; deve provare cogli strumenti noti della logica conclusione è inattaccabile. Dopo ciò, se i fatti, chiamati a raccolta, si conformano alla sua teoria, questa ne riesce non già provata, ma corroborata. Se i fatti non si adagiano sul letto di Procuste della teoria, questa e erronea o bisognosa di integrazione. Occorre rimettersi da capo: osservare meglio, intuire più acutamente, ragionare con maggior rigore. Ai fatti bisogna sempre ricorrere: nel momento creativo in cui si intuisce la verità ed in quello finale in cui la verità raggiunta e dimostrata viene saggiata alla riprova del mondo concreto per verificarne la forza e la fecondità.

 

 

Una sola volta, lungo il presente capitolo, il Tooke adduce fatti non a riprova ma a prova di una sua critica. Egli nega (par. III, n. 4) che sia vera una certa teoria che faceva derivare la prosperità e gli alti prezzi del periodo di guerra da un certo eccitamento dovuto alla abbondante spesa del governo, all’aumento insolitamente rapido della popolazione, della produzione e del consumo. Qui non v’è luogo a riprove. Trattasi di vedere se un fatto allegato sia vero o falso. La verità si è, nota il T., che ben lungi dall’essere quello della guerra un periodo di insolita eccitazione e di prosperità, fu pallida cosa in confronto al periodo che lo seguì. Se questo, dal 1814 al 1838, fu tanto più prospero, come si può dire che la prosperità derivi dall’eccitamento e dalle spese profuse del tempo di guerra? Notisi che il Tooke parlava di tempi, in cui non si erano commossi errori grandi di gonfiamenti circolatorii; oggi invece, che la carta moneta esce dai torchi pubblici in fiumane straripanti, vi è eccitamento e pare vi sia prosperità. Ma è prosperità apparente, fondata su un castello di carta.

 

 

Il Tooke in sostanza era però ottimista riguardo agli effetti economici delle grandi guerre rivoluzionarie e napoleoniche. È questo uno dei passi più significanti della sua analisi. Ai fattori bellici che tendono a scemare l’offerta delle merci e quindi a rialzarsi i prezzi delle merci egli contrappone un elenco di fattori, pure derivanti dalla guerra, che tendono a ridurre il costo (cfr. par. IV). Ve ne sono alcuni che scrittori contemporanei immaginano di avere essi scoperto; mentre il T. li ricordava sommariamente fin dal 1838, quasiché si trattasse di osservazioni di dominio comune: l’accresciuta attività industriale o la affinata intelligenza nella massa della popolazione, cosicché, malgrado si siano distratti lavoratori per gli scopi di guerra, la parte residua produce quanto e più di prima; -l’accresciuta spinta al risparmio che provvide alle spese della guerra senza diminuire i fondi destinati alla riproduzione; – le migliorie agricole od i perfezionamenti nella tecnica industriale che consentirono di ottenere maggior prodotto da uguale capitale e lavoro.

 

 

Ma a questi fattori del progresso economico verificatosi durante le guerre del 1792/1814, e su cui si è insistito abbastanza anche durante la guerra presente, il Tooke aggiunge un altro fattore, che a me sembra oggi troppo trascurato ed è “la maggior sicurezza della proprietà relativamente agli altri paesi, la quale per tal modo produce un afflusso di capitali dall’estero”. Oggi la demagogia parolaia, la retorica popolaresca, l’adulazione, non fatta cessare neppure dalla guerra, al “povero” popolo, la concorrenza dei politicanti tra di loro nel far promesse di ogni specie al proletariato ed il timore da cui anche gli uomini politici sono assaliti di rimanere ultimi nella corsa al pallio elettorale hanno fatto scordare ai più che una delle condizioni più efficace di vittoria economica nel dopo guerra sarà la “maggior sicurezza della proprietà”. Faranno migliori affari i commerci, progrediranno maggiormente le industrie, alzeranno di più il proprio tenor di vita le classi lavoratrici di quel paese che si terrà più lontano dagli sperimenti pazzeschi dei bolscevichi russi, dalle chiacchiere delle terre ai contadini e dell’azionariato operaio, dalle imposte confiscatrici sugli extra profitti di pace, dagli interventi distruttori ed arbitrari della burocrazia statale negli affari privati.

 

 

Dico di più: che se un paese avesse saputo tenere i suoi nervi a freno, non spaventarsi dei primi sovraprofitti di guerra, garantire all’industria bellica l’esenzione da qualunque imposta eccezionale non cadente altresì su tutti gli altri contribuenti, se cioè un paese avesse saputo tenersi stretto alla massima aurea delle imposte alte, ma uguali per tutti i contribuenti posti nelle medesime circostanze personali, quello sarebbe stato il paese che avrebbe condotto la guerra col minimo costo per lo Stato o col minimo arricchimento degli industriali di guerra. Perché in un paese dove la popolazione avesse avuto i nervi così saldi, l’amministrazione pubblica sarebbe, per definizione, stata composta di funzionari integri e periti di uomini politici esperti e coraggiosi; i prezzi, dopo un breve periodo di certezza, sarebbero stati ridotti al costo e ciononostante i capitali, attratti dall’assoluta sicurezza, sarebbero affluiti dai risparmi interni ed anche dai risparmiatori stranieri, timorosi di taglie nel proprio paese a governo di demagogia bassa od alta; le imposte sarebbero state fortemente cresciute perequatamente distribuite; la circolazione, dopo un primo momento, sarebbe stata contratta; il saggio dell’interesse sarebbe stato ridotto al minimo ed il saggio dei salari rialzato al massimo.

 

 

Questo è un ideale irraggiungibile, poiché gli uomini non sono ragionatori ed amano correre dietro alle false immagini di bene, procacciandosi il danno proprio. L’ammonimento di Tooke dovrebbe essere ascoltato però nel dopo guerra. Di nessun fattore di ricchezza e di benessere noi avremo allora tanto bisogno come del fattore “sicurezza”. Sicurezza di godere i frutti del proprio lavoro, di potere conservare il proprio risparmio, di potere impiegare a proprio talento, liberi dalle bande e dagli impedimenti della burocrazia, il proprio capitale ed il proprio lavoro. Le commissioni smisurate che in ogni contrada si vanno formando per apprestare programmi il dopo guerra, questo sovratutto dovrebbero proporre, se non vogliono procacciare ai proprii concittadini danni incalcolabili: garantire sicurezza al lavoro ed al capitale. Quel paese che saprà meglio attuare questo programma semplice, supererà, prima d’ogni altro, la crisi di riassestamento del dopo guerra, attirerà d’ogni parte risparmi e lavoro e diventerà il leader del mondo economico.

 

 

I. – Sguardo generale all’argomento.

 

 

Quando si vogliano valutare la maniera e la misura in cui la guerra ed il passaggio dalla guerra alla pace possono agire sui prezzi generali, due distinte questioni sorgono: una è fino a qual punto le imposte necessarie per far fronte alle spese straordinarie nascenti dallo stato di guerra possano far aumentare i prezzi, e l’altra è se i prezzi delle merci in generale, comprese le derrate alimentari e le altre di prima necessità, indipendentemente dalla misura in cui per via diretta, od indiretta possono essere influenzati dalle imposte, siano soggetti agli effetti della guerra ed in qual grado, attraverso all’azione della legge della domanda e dell’offerta.

 

 

II. – Effetti delle imposte sulle variazioni dei prezzi in generale.

 

 

Gli effetti delle imposte sui prezzi mutano a seconda il modo in cui le imposte sono congegnate.

 

 

Una imposta sul reddito o sul patrimonio distribuita equamente su tutte le classi non tenderebbe, qualsiasi sia il modo in cui si concepisca il problema, a rialzare i prezzi in generale.

 

 

Le imposte, le quali colpiscono particolari merci, hanno in generale effetto di rialzare il prezzo di queste merci; ed i manufatti debbono aumentare di prezzo in una certa proporzione a qualsiasi imposta venga a colpire le materie greggie. Non sembra tuttavia che le imposte stabilite su un gruppo di merci producano la necessaria conseguenza che tutte le altre merci, sebbene immuni da tributo, debbano aumentare di prezzo; ché anzi vi sono forti motivi per presumere che in determinate circostanze possa verificarsi la tendenza opposta.

 

 

Le imposte su un dato gruppo di merci possono avere l’effetto indiretto di rialzare i prezzi delle merci non tassate soltanto a condizione: in primo luogo che gli oggetti tassati siano componenti o strumenti della produzione, ed in secondo luogo che le imposte non si applichino generalmente e quasi egualmente in tutte le produzioni.

 

 

Se le imposte colpiscono i fattori o strumenti di produzione di qualche speciale merce e non di altre, è chiaro che questa merce deve aumentare di prezzo se si vuole che la produzione sua prosegua. Senza questo aumento la merce non darebbe un profitto eguale a quello ottenuto da altre produzioni e dopo un breve intervallo di tempo cesserebbe di essere prodotta in eguale quantità, finché la offerta diminuita non rialzasse il prezzo in una certa proporzione all’imposta.

 

 

Ma se le imposte sugli strumenti di produzione, come sul grano o altre derrate di prima necessità del lavoratore o sui materiali i quali compongono le macchine e gli arnesi agricoli, si applicano egualmente o quasi egualmente tutti i rami dell’industria, esse non possono avere per effetto di rialzare il prezzo del prodotto su cui cadono; poiché ove la capacità in generale di riproduzioni delle merci non sia diminuita, non vi sarà alcun incentivo a ritirare il capitale da un impiego per trasferirlo in un altro. L’aumento dei prezzi non è in siffatta circostanza condizione necessaria dell’ulteriore produzione.

 

 

In questo paese le imposte sugli oggetti necessari al lavoratore e sugli strumenti della produzione non si applicano esclusivamente all’agricoltura.

 

 

Esse si applicano, almeno in misura eguale e probabilmente in misura superiore agli altri rami dell’industria; e perciò a norma dei principii ora posti non si può ritenere producano l’effetto di rialzare i prezzi dei prodotti agricoli e neppure in generale di rialzare i prezzi delle altre merci le quali non siano direttamente soggette a tassazione.

 

 

Non è mia intenzione di entrare in una esposizione particolareggiata dei motivi della mia opinione, perché ciò implicherebbe una discussione dei principii delle imposte, argomento estraneo allo scopo di questa ricerca.

 

 

Basti notare in termini generali che, se il livello dei prezzi delle merci non colpite, ad esempio dei prodotti agricoli, fosse rialzato dalle imposte stabilite su altre merci, ne seguirebbe che se tutte le imposte prelevate durante la guerra seguitassero ad essere prelevate durante la pace, non si verificherebbe, per quel che riguarda le imposte, nessun ribasso di prezzi nel passaggio dalla guerra alla pace.

 

 

Siccome, perciò, la gravezza delle imposte fino all’estate del 1822 fu eguale a quella che era stata durante la guerra, con la sola eccezione dell’imposta sul reddito, logicamente si dovrebbe dedurre che, nei limiti in cui le merci non tassate ed i salari aumentarono di prezzo per questa causa, la stessa causa, rimasta invariata fino all’estate del 1822, avrebbe dovuto impedire che i prezzi cadessero sino al livello in cui essi altrimenti sarebbero ribassati. E siccome la controversia intorno agli effetti della guerra sui prezzi si aggirò principalmente sul contrasto fra i prezzi durante la guerra e quelli dopo la pace, fino alla fine del 1822, essendosi raggiunto il punto più basso nella caduta dei prezzi prima di ogni condono di imposta, eccettuata soltanto quella sul reddito, noi possiamo tranquillamente escludere l’azione delle imposte dal novero delle cause delle fluttuazioni nei prezzi delle merci non tassate, ad esempio dei prodotti agricoli o delle merci, considerate nel momento in cui non subirono ancora l’influenza delle imposte a cui possono essere soggette all’atto della importazione o del consumo.

 

 

Io passerò dunque a studiare fino a qual punto la guerra per se stessa, astrazion fatta dalle imposte, possa aver contribuito alle oscillazioni dei prezzi.

 

 

III. – Effetti della domanda o consumo eccezionale che si suppone derivi dallo stato di guerra in generale.

 

 

Le persone le quali reputano che l’alto livello dei prezzi durante il 1793 al 1814 sia completamente spiegato dal fatto della guerra, indipendentemente dalle imposte che la accompagnarono, ragionano in base ai supposti effetti delle seguenti cause:

 

 

  • 1. La domanda o consumo straordinario nascente dallo stato di guerra in generale.
  • 2. La domanda o consumo straordinario che ebbe a caratterizzare in modo peculiare la passata guerra.
  • 3. Il monopolio commerciale goduto dall’Inghilterra.
  • 4. Lo stimolo od eccitamento ad un aumento nella popolazione, nella produzione e nel consumo derivante dalla abbondante spesa fatta dal governo durante l’indicato periodo.

 

 

1. – Domanda o consumo straordinario nascente dallo stato di guerra in generale. – Il ragionamento che si suol fare in appoggio dell’opinione secondo cui i principali fenomeni degli alti prezzi possono essere attribuiti agli effetti della guerra in generale, a cagione della domanda straordinaria nascente in generale dallo stato di guerra e senza alcun riferimento alle circostanze le quali agiscono sull’offerta, può sostanzialmente esporsi nella seguente maniera: L’intera spesa del governo per scopi navali e militari può reputarsi cagione di una nuova sorgente di domanda per le merci le quali costituiscono quella spesa e perciò tende a rialzare il prezzo delle merci medesime.

 

 

Non soltanto il prezzo di quelle merci, le quali sono annoverate direttamente fra le provviste navali e militari, deve subire un aumento in conseguenza dell’accresciuta domanda, ma i prezzi del grano e delle altre derrate necessarie debbono altresì essere similmente influenzati in considerevole misura dall’accresciuto consumo occasionato dal mantenimento delle truppe e delle ciurme.

 

 

La domanda dei servigi dei marinai e dei soldati non deve soltanto tendere direttamente a rialzare il saggio dei salari di quella specie di lavoratori in cui sono scelti questi uomini, e indirettamente il saggio del salari in generale; ma la cresciuta domanda delle varie specie di manufatti, necessari per l’equipaggiamento dell’esercito e dell’armata, tende a rialzare ulteriormente il saggio dei salari. E questa accresciuta domanda di lavoro ed il conseguente aumento dei salari in generale naturalmente provocano un aumento nella popolazione ed un aumento nel consumo da parte delle classi lavoratrici.

 

 

Così la spesa governativa attraverso a tutte le sue ramificazioni estende la sfera ed aumenta l’attività della domanda per gli oggetti di prima necessità, agisce direttamente o indirettamente ad aumentare la velocità della circolazione, vivifica ogni ramo dell’industria ed intensifica perciò gli sforzi per accrescere qualsiasi specie di produzione.

 

 

La cessazione, alla pace, di tutta questa eccezionale domanda, per la scomparsa del grande cliente “guerra” – quando a cagione dello stimolo dei precedenti alti prezzi erasi verificato un aumento generale di produzione – spiegherebbe naturalmente i mercati calanti, la miseria tra le classi produttrici, i salari ridotti, e il diminuito consumo; circostanze tutte le quali attraverso a lunghe sofferenze conducono all’unico rimedio possibile, ossia ad una diminuita produzione.

 

 

L’errore di questa dottrina, la quale afferma che un aumento generale di prezzi sia delle merci come del lavoro sia la necessaria conseguenza dello stato di guerra, deriva e non può non derivare, dall’ipotesi che le somme spese dal governo consistano di fondi distinti e maggiori di quelli che prima esistevano; mentre invece si può dimostrare perfettamente che la spesa fatta dal governo sia che la si copra per intero con imposte presenti, ovvero con prestiti in anticipazione di imposte future, non è nient’altro che un mutamento nel modo di spendere la medesima somma di denaro e che ciò che è speso dal governo sarebbe stato o dovrebbe essere stato speso dai privati per l’acquisto di oggetti di consumo produttivi o improduttivi.

 

 

Io suppongo che né il governo né i privati abbiano in misura apprezzabile l’abitudine di tesoreggiare. Se il governo usasse la pratica di mettere via in tempo di pace il sovrappiù delle sue entrate in moneta metallica, accumulandolo a guisa di tesoro destinato ad essere speso nell’occorrenza di una guerra, allora veramente vi sarebbe una differenza marcata nei prezzi in generale durante il passaggio dalla pace alla guerra, ma anche questa aggiunta al medio circolante limiterebbe i suoi effetti sui prezzi al tempo durante il quale il tesoro fosse a mano a mano speso, fino al momento in cui fosse compiuta la sua ripartizione naturale negli altri paesi. Un simigliante effetto si otterrebbe se i privati avessero l’abitudine di tesoreggiare e se in occasione della guerra essi fossero costretti a consegnare i loro tesori perché il governo ne facesse suo pro. Queste ipotesi sono affatto estranee alla pratica dei tempi, intorno ai quali ora si discute.

 

 

Sebbene però allo scoppiare di una guerra non vi sia e non possa esservi alcun incremento nella massa totale della domanda – rimanendo invariato il quantitativo del medio circolante – può darsi una perturbazione nei rapporti reciproci dei prezzi delle merci tra di loro e relativamente altresì al prezzo del lavoro. Le merci che fossero subitamente soggette alle richieste governative aumenterebbero di prezzo; ma d’altro canto quelle merci che, se non vi fosse stata la guerra, sarebbero state comprate dai privati coi fondi che sono loro sottratti, sperimenterebbero una caduta corrispondente. In generale in simili occasioni la domanda del governo, essendo subitanea ed in forti proporzioni per merci di cui la offerta non ha ancora avuto tempo di adattarsi alla straordinaria domanda, può produrre un considerevole rialzo nei prezzi delle merci richieste; mentre la corrispondente diminuzione della richiesta da parte dei privati, essendo diffusa su di una superficie infinitamente più ampia, opera in maniera a mala pena percettibile, ma non perciò meno reale sulla somma dei prezzi in generale.

 

 

Io ho supposto che la quantità di danaro in circolazione rimanga invariata.

 

 

Se lo stato di guerra include l’ipotesi di un aumento nella quantità di moneta, in verità allora la situazione sarebbe alterata. Ma un aumento di circolazione per conto del governo deve essere o in moneta metallica, cosa la quale si può ottenere soltanto col buon mercato relativamente agli altri paesi, e perciò suppone il contrario di quel rincaro che si attribuisce alla guerra; ovvero in carta moneta, il che implica il problema del deprezzamento e questo sarà oggetto di particolare studio[ii].

 

 

Se le provviste di guerra sono comprate durante l’anno col ricavo di imposte dirette ossia con le imposte sul reddito o sul patrimonio, è perfettamente evidente come tutto ciò che viene speso dal governo debba essere assolutamente in egual misura sottratto da ciò che altrimenti sarebbe stato speso dai privati e che per conseguenza non vi può essere alcun aumento nel complesso dei prezzi, qualunque possa essere la perturbazione nel valore relativo delle merci e del lavoro fra di loro (rimanendone invariata la offerta complessiva). Tutto ciò è un semplice truismo.

 

 

Ma vi può essere dubbio se il governo col procurarsi denaro per mezzo di prestiti[iii], i cui interessi soltanto debbono essere coperti da imposte dirette, non possa trovarsi in grado di fare acquisti per un ammontare maggiore di quello che sarebbe controbilanciato da una diminuita capacità di compra da parte dei privati. Una breve riflessione basterà tuttavia a convincere ognuno che vi può essere in questo caso alcun rialzo dei prezzi in generale meglio che nel precedente caso: il denaro anticipato dal governo sarebbe stato, se il prestito non fosse stato emesso, impiegato egualmente in compre, sebbene precisamente non delle stesse merci, ovvero sarebbe stato mutuato, su garanzia di titoli privati, a persone le quali ne avrebbero fatto uso per acquisti. La natura sua è precisamente la stessa di quella del denaro anticipato su ipoteca a privati; il mutuante avrebbe dopo l’anticipazione appunto tanto minor denaro da spendere quanto il mutuatario ne avrebbe di più. Si può dire che il mutuatario potrebbe spenderli nel mantenere operai improduttivi, mentre il mutuante l’avrebbe potuto impiegare riproduttivamente: ciò può darsi ovvero no, e la differenza può eventualmente variare la quantità di merce prodotta: ma noi abbiamo supposto che la offerta complessiva rimanga invariata in conseguenza della guerra, poiché la indagine intorno alla possibilità che la guerra diminuisca l’offerta dà luogo ad una questione separata. Tutto ciò che in questo momento si afferma è che il semplice prestito di danaro al governo non può provocare alcuna aggiunta alla richiesta complessiva di merci, qualunque possa essere la variazione nella domanda relativa di esse[iv].

 

 

Nel caso delle imposte indirette, ossia delle imposte sui consumi, ripartite sia per far fronte all’intera spesa o al mero interesse dei prestiti, le merci immediatamente tassate, debbono, come ho già ammesso, rialzare di prezzo in qualche proporzione all’imposta; ma un rialzo di prezzo derivante da questa causa non avrebbe nessuna connessione con quella aumentata richiesta riguardante le merci in generale che è supposto da coloro, i quali ritengono che la spesa del governo costituisca un fondo nuovo di richieste nascenti sia dalle imposte che dal prestito.

 

 

Considerando perciò il problema dal punto di vista generale, sembra irresistibile la conclusione non potere la straordinaria domanda o consumazione provocata dalla spesa governativa avere per effetto di rialzare il livello complessivo dei prezzi; e questa conclusione di ragionamenti generali è pienamente comprovata dall’esperienza degli effetti di precedenti guerre nei prezzi.

 

 

Naturalmente, s’intende che le merci soggette ad imposta, come il malto, e ad accresciuti dazi di importazione, come i prodotti coloniali e forestieri, o ad eccezionale domanda per provviste navali e militari, come il salnitro ed i cordami, non debbono essere paragonate ai prezzi in generale.

 

 

Fatte queste eccezioni, si vede, guardando ai precedenti periodi della nostra storia, che non vi è alcuna osservabile coincidenza di rialzo di prezzi con lo stato di guerra e di ribasso con lo stato di pace. Al contrario accade che nel caso dei prodotti agricoli in questo paese vi fu per più di un secolo anteriormente al 1793 un livello di prezzi così basso durante i periodi di guerra come durante gli intervalli di pace. Ciò si è verificato principalmente rispetto al frumento, come apparirà dal seguente specchietto dei prezzi di Windsor ricavati dalle tabelle di Eton:

 

 

 

L.

s.

d.

1688 a 1697 10 anni Guerra

2

2

63/4

1998 ” 1701 4 ” Pace

2

6

0

1702 ” 1712 11 ” Guerra

2

2

0

1713 ” 1739 27 ” Pace

1

15

103/4

1740 ” 1748 9 ” Guerra

1

11

61/2

1749 ” 1754 6 ” Pace

1

13

111/2

1755 ” 1762 8 ” Guerra

1

17

13/4

1763 ” 1774 12 ” Pace

2

8

111/2

1775 ” 1782 8 ” Guerra

2

6

61/2

1783 ” 1792 10 ” Pace

2

10

21/2

 

 

Un risultato quasi eguale si osserva nei prezzi della carne, come si legge nell’opera di Sir F. Morton Eden intitolata “State of the Poor”, la quale contiene estratti dei prezzi del dicastero delle sussistenze. Si vedano altresì i prezzi dei contratti conchiusi dagli Ospedali di Greenwich e Bethlem nell’appendice ai diversi rapporti sulla moneta metallica e sull’agricoltura alla Camera dei Lordi e dei Comuni, dai quali si scorge come i prezzi della carne e delle altre derrate alimentari furono nei tempi di guerra tanto bassi come nei tempi di pace ed in qualche caso persino più bassi. I rapporti dell’ufficio della sussistenza sono i più suggestivi perché è supponibile che le richieste della marina debbano agire in una misura più forte su questa specie di alimenti che sui cereali. I prezzi della lana darebbero luogo all’incirca alla medesima conclusione ed a tale effetto potrebbero similmente essere citati altri articoli.

 

 

Né i salari del lavoro sembra siano stati in generale più alti durante i tempi di guerra che negli intervalli di pace. Veggansi i seguenti estratti ricavati dai prezzi dell’ospedale di Greenwich contenuti nell’appendice al rapporto della Camera dei Comuni sulla ripresa dei pagamenti in contante (pag. 338).

 

 

 

Carpentieri

Muratori

Scalpellini

Piombatori

 

al giorno

al giorno

al giorno

al giorno

 

s.

d.

s.

d.

s.

d.

s.

d.

1730

2

6

2

6

2

6

3

0

Pace 1735

2

6

2

6

2

6

3

0

1740

2

6

2

6

2

8

3

0

Guerra 1745

2

6

2

6

2

8

2

6

Pace { 1750

2

6

2

6

2

8

2

6

1755

2

6

2

6

2

8

2

6

Guerra 1760

2

6

2

6

2

8

3

6

1765

2

6

2

6

2

8

3

0

Pace 1770

2

6

2

6

2

8

3

0

1775

2

6

2

6

2

10

3

0

Guerra 1780

2

6

2

6

2

10

3

0

1785

2

6

2

6

2

10

3

3

Pace 1790

2

6

2

6

2

10

3

3

 

 

Qui, nei dati di una lunga serie di anni, noi abbiamo per fermo una prova sufficiente che lo stato di guerra non ha per una necessaria conseguenza il rialzo dei prezzi del lavoro[v], dei prodotti agricoli e degli altri articoli non tassati o non immediatamente oggetto di consumi bellici; poiché di fatto quei prezzi furono nella maggior parte dei casi più bassi durante i periodi di guerra che negli intervalli di pace. Il fatto che i prezzi furono in taluni casi più bassi in guerra che in pace è forse fino ad un certo punto dovuto alla perturbazione dei canali della circolazione ed all’aumento nell’uso della moneta in un tempo in cui i principii e la pratica della banca e del credito erano imperfettamente conosciuti. Nel tempo stesso il maggior buon mercato dei periodi di guerra fu senza dubbio dovuto principalmente alla loro coincidenza con le stagioni più favorevoli. Sia di ciò come si voglia, il fatto del relativo buon mercato dei tempi di guerra nell’intero periodo considerato, per se stesso decisivo contro l’effetto che si attribuisce alla guerra di rialzare i prezzi delle derrate alimentari e delle merci in generale indipendentemente dalla misura in cui esse sono tassate, e forse la considerazione più decisiva di tutte contro l’ipotesi di questa influenza preponderante è che il periodo del massimo buon mercato lungo tutti i 105 anni, ossia il periodo tra il 1740 e il 1748[vi], è precisamente segnato da una ininterrotta a amplissima spesa di guerra coperta massimamente da prestiti[vii].

 

 

2. – Effetti della domanda o consumo straordinario attribuito in special modo all’ultima guerra. – Fin qui abbiamo parlato dell’ipotesi che la guerra abbia rialzato in generale i prezzi: ma si può chiedere: Vi ha chi, contemplando i caratteri dell’ultima guerra, riguardando alle grandi forze militari impiegate in Europa ed alla richiesta conseguente di tutti i grandi articoli di consumo, possa per un momento pensare a paragonare gli avvenimenti di questa guerra e lo stato di cose che ne deriva con gli avvenimenti e gli effetti delle guerre precedenti?”[viii].

 

 

L’ovvia risposta è, rispetto al punto particolare dell’effetto del consumo bellico sui prezzi, che si tratta soltanto di una questione di grado, qualunque possa essere stata sotto altri aspetti la differenza nella natura della contesa; ed inoltre che, per i motivi generali già dimostrati, la straordinaria domanda fatta dalle potenze belligeranti deve essere stato compensata e probabilmente più che compensata da corrispondenti privazioni da parte dai loro sudditi.

 

 

Riguardo all’accennata influenza della richiesta di guerra nell’aumentare il prezzo delle derrate alimentari, senza dubbio essa agisce nell’immediata vicinanza di forti eserciti in uno stato di attive operazioni militari; essendo difficilmente possibile che le provviste locali possano adattarsi, salvoché con un grande aumento di prezzo, ad una cagione così subitanea e fortuita di richiesta straordinaria. Applicando tuttavia al nostro paese l’ipotesi della straordinaria domanda nascente dallo stato di guerra, devesi osservare che la massa di alimenti richiesta per il mantenimento dei soldati e dei marinai non è molto superiore a quella che altrimenti sarebbe stata consumata. La sola aggiunta effettiva alla richiesta precedente si riferisce a tutto ciò che è consumato al di là del consumo dalle stesse persone nei loro precedenti impieghi[ix]; ma da questa aggiunta, già piccola in paragone della massa sovra cui si distribuiva, deve dedursi quella parte la quale era fornita dalle piazze straniere dove si trovavano di tempo in tempo la nostra flotta ed i nostri eserciti. Tenuto conto di queste detrazioni, il semplice sovrappiù di consumo da parte dell’esercito e della marina, quando lo si paragoni colla produzione totale, sembra affatto insignificante né tale da esercitare alcuna apprezzabile influenza sul prezzo delle principali derrate alimentari[x].

 

 

Ma siccome il consumo è la misura dell’estensione della domanda[xi] e siccome il consumo recentemente è stato in misura considerevolmente superiore ed è cresciuto ad un saggio più rapido che in qualsiasi periodo di guerra, è obbligo di coloro, i quali attribuiscono tutti i fenomeni degli alti prezzi delle provvigioni alla domanda bellica, di dimostrare perché il consumo minore durante la guerra dovesse cagionare un aumento di prezzi, e perché il consumo grandemente aumentato dopo la pace dovesse essere accompagnato da un ribasso di prezzi. Ove si considerino l’aumento progressivo della popolazione ed il rapido miglioramento delle nostre manifatture, i quali si andavano accentuando verso la fine della guerra, vi è ogni ragione di credere che, se non fosse stata la guerra, la domanda degli alimenti e delle altre cose necessarie alla vita sarebbe stata anche maggiore di quanto in realtà non fu; e che perciò, supponendo invariata in pace come in guerra la scarsità nascente dalle stagioni e non minori gli ostacoli alla importazione, noi avremmo avuto prezzi ugualmente alti se non più alti, meno soltanto la differenza fra la carta e l’oro.

 

 

Vi sono particolari articoli di cui la richiesta per scopi navali e militari costituisce una proporzione così grande rispetto all’offerta totale che nessuna diminuzione di consumo da parte dei privati può compensare un immediato aumento di richiesta da parte del governo; perciò lo scatenarsi di una guerra tende a rialzare il prezzo di questi articoli ad una grande altezza relativa. Ma anche per questi articoli, se l’aumento nel consumo non fosse così rapidamente progressivo che la produzione, malgrado tutti gli incoraggiamenti di un prezzo relativamente alto, non può tener testa alla richiesta, la tendenza – supponendo l’inesistenza di ostacoli naturali od artificiali alla produzione od all’importazione – sarebbe di cagionare un tale aumento di quantità da ridurre il prezzo circa allo stesso livello a quello da cui – prese le mosse. Per conseguenza è accaduto che il salnitro, la canapa, il ferro, ecc., dopo essere aumentati molto considerevolmente di prezzo per effetto di una domanda assai cresciuta per scopi militari e navali, diminuirono nuovamente ogni volta che la richiesta medesima non aumentava progressivamente, e rapidamente. Ogni altra oscillazione, la quale sia indipendente dalle variazioni nella richiesta governativa, può all’evidenza essere riconnessa con ostacoli maggiori o minori all’offerta.

 

 

3 – Effetti del monopolio del commercio goduto da questo paese durante l’ultima guerra. – è stato affermato che, escludendosi qualsivoglia influenza della richiesta di guerra sui prezzi, salvoché per le merci le quali sono usate per le provviste navali e militari, un considerevole effetto sui prezzi in generale era stato cagionato dal monopolio che la guerra aveva attribuito al commercio del nostro paese in conseguenza del nostro dominio del mare e del nostro esclusivo possesso dello Indie Orientali ed Occidentali. A dimostrazione dell’importanza del monopolio commerciale di cui noi così godevamo, si citano il numero delle navi britanniche, il quale andava progressivamente aumentando ed era impiegato a noli cresciuti quanto più la serra durava, l’affollarsi delle navi lungo il Tamigi e i docks, l’occupazione intensa delle varie branche dell’industria collegate con la costruzione, riparazione ed attrezzamento delle navi nel porto di Londra ed in molti dei porti marittimi; in breve tutti gli indizi di una grande attività commerciale.

 

 

Questa descrizione in parte è vera. Il naviglio inglese non fu mai prima impiegato a noli più alti, e ben difficilmente una nave appartenente ad altra nazione poteva salpare senza licenza del governo britannico. L’intero prodotto esportabile delle Indie Occidentali ed Orientali e di una gran parte del Sud America giungeva ai nostri porti; nessuna parte del continente europeo poteva procacciarsi caffè, zucchero ed altri articoli coloniali, ovvero le materie greggie per lo sue manifatture salvoché nel nostro paese.

 

 

Entro questi limiti si può dire che noi abbiamo goduto di un monopolio commerciale; ma gli effetti di questa specie di monopolio sono stati molto mal interpretati ed esagerati, per quel che si riferisce ad un supposto incremento del nostro commercio marittimo e straniero.

 

 

Ove si guardi ai rapporti parlamentari intorno al tonnellaggio della marina mercantile britannica, si vedrà che il saggio del suo incremento durante la guerra fu più lento di quanto sia stato durante gli anni immediatamente precedenti la pace, o dopo il termine della guerra.

 

 

Dall’ammontare del tonnellaggio registrato durante la guerra fa d’uopo inoltre dedurre le navi le quali erano impegnate per trasporti militari e che perciò non potrebbero essere considerate parte della nostra marina mercantile. Le navi impegnate per trasporti non furono nella media degli ultimi anni della guerra meno di circa 700, di un registro di quasi 200.000 tonn.: il che, dedotto dall’ammontare totale del tonnellaggio registrato, lascia una marina grandemente ridotta per i fini del commercio durante la guerra in paragone degli anni successivi di pace. Devesi osservare ancora che questo diminuito tonnellaggio, in conseguenza del fermo dei convogli dei viaggi lunghi viziosi che si dovevano compiere per eludere i decreti contro il commercio emanati dal nemico, dei fermi occasionali e delle altre cause di indugio persino noi nostri proprii porti o in quelli amici, era incapace di trasportare tante merci quanto potrebbe oggi, specialmente dopo l’introduzione della navigazione a vapore. La differenza nel numero dei viaggi compiuti dalla medesima nave in un dato tempo spiega in qualche misura la differente proporzione del tonnellaggio salpato dai nostri porti al totale tonnellaggio registrato nei diversi periodi. La medesima circostanza, insieme con l’accresciuto costo delle costruzioni marittime e delle provviste, spiega gli alti noli i quali prevalsero durante la guerra.

 

 

Può obiettarsi che l’impiego ridotto della marina mercantile britannica per scopi di commercio fu compensato da un impiego più grande di navi forestiere durante la guerra. Il che è vero, ma questa circostanza non contrasta forse con le idee generalmente accolte intorno al nostro magnificato monopolio commerciale?

 

 

Riguardo agli affollamenti del Tamigi e dei docks durante la guerra, basti osservare essere notorio che gli arrivi di navi nel porto di Londra furono assai più numerosi dopo la conclusione della pace. E se la costruzione delle navi lungo il fiume declinò, ciò accadde in conseguenza delle accresciute spese di costruzione nei cantieri fluviali e del trasferimento di una forte proporzione di questa industria ai porti marittimi e non già perché l’ammontare annuo delle costruzioni navali sia diminuito durante la pace in paragone con la media della guerra, come risulta evidente dal confronto dei relativi ammontari di tonnellaggio costruiti nei diversi periodi. L’incremento più rapido delle costruzioni navali tuttavia quello che si verificò nell’America britannica, in conseguenza del gran buon mercato dei materiali in questa parte del mondo[xii].

 

 

Ma su questo e su tutti i punti minori addotti in prova dei supposti effetti del nostro monopolio commerciale durante la guerra, l’argomento decisivo è che l’ammontare complessivo del nostro commercio estero, il quale soltanto poteva essere influenzato dal monopolio, non fu così grande durante la guerra come è stato in seguito dopo la pace, e che il saggio di aumento Fu così grande nella pace precedente al 1793, come nel successivo intervallo di guerra.

 

 

Uno degli effetti del nostro monopolio commerciale fu l’aumento delle esportazioni dei prodotti forestieri e coloniali, l’ammontare dei quali deve avere prima cresciuto le importazioni in una corrispondente misura.

 

 

Nell’intervallo tuttavia fra il 1807 e il 1814 i prodotti coloniali, i quali erano stati forzatamente trasportati nei nostri porti, non poterono essere riesportati in corrispondente quantità; poiché soltanto nel 1814 si poté trovare, a cagione dell’apertura dei porti del continente dopo la pace, uno smercio adeguato per le masse di zucchero, caffè, ecc. che si erano accumulate nei nostri magazzini nel precedente quinquennio. Il valore dei prodotti coloniali così accumulati deve valutarsi a poco meno di 15 milioni di Lst.

 

 

Ma, pur ammettendo che sia vero tutto ciò che è stato affermato su fondamenti insufficientissimi intorno all’efficacia del monopolio nascente dalla guerra nell’aumentare la navigazione ed il commercio britannici, resta da collegare questa specie di monopolio cogli alti prezzi che gli si attribuiscono. Ora accade che neppure una merce di quelle che erano oggetto di monopolio fu, per quanto io sappia, a prezzi più alti in Inghilterra di quanto sarebbe stata in condizione della più libera concorrenza. Mentre il monopolio era più rigido, ossia nel 1811 e nel 1812, i prezzi dello zucchero, del caffè, del legname colorante, delle spezierie e di alcune specie di manifatti che formavano oggetto del nostro commercio monopolistico, erano precisamente, ove si tenga conto della differenza fra la carta moneta e l’oro, quelli che erano più depressi di quanto mai fossero stati prima o siano stati in seguito. Soltanto dinanzi alla quasi sicura prospettiva di pace e dinanzi al prossimo termine del monopolio, i prezzi di queste merci sperimentarono un deciso aumento e precisamente nel 1813 e nel 1814.

 

 

Il dottor Johnson definisce la parola “monopolio”: come “l’esclusivo privilegio di vendere”; ma se la cosa destinata ad essere venduta esiste ed è offerta in vendita in una quantità così illimitata come si sarebbe verificato senza questo privilegio, quale vantaggio ne può ricavare colui che lo gode? Se, quando le colonie francesi ed olandesi nelle Indie Orientali ed Occidentali furono cedute all’Inghilterra, il loro prodotto fosse stato soppresso o distrutto e la loro coltivazione proibita, certamente vi sarebbe stato qualche cosa di concreto nel nostro monopolio per quel che riguarda i prezzi, ed i piantatori od i proprietari del prodotto delle nostre antiche colonie avrebbero ricavato da questa circostanza un deciso beneficio. Invece di ciò, con un grande dispendio di capitale britannico, le isole francesi delle Indie occidentali e le colonie olandesi di Pemerara e Surinam nelle Indie Occidentali e di Giava in quelle Orientali diventarono più produttive di quanto mai non fossero state prima.

 

 

Il prodotto complessivo ed accresciuto di tutti questi paesi trasportato in Inghilterra in un tempo in cui le riesportazioni verso il continente erano ristrette, diede origine ad un ingorgo e ad una depressione di prezzi, ossia alla condizione precisamente opposta a quella che comunemente si immagina essere la conseguenza di un monopolio. L’altissimo prezzo dei prodotti coloniali nel 1813 e nel 1814 fu in gran parte il risultato di speculazioni male avvisate nell’aspettativa della pace; i quali prezzi non furono realizzati dagli esportatori nel ricavo che essi in definitiva ottennero. Ma anche supponendo che essi avessero potuto realizzarli, quei prezzi furono così transitori da non poter offrire un compenso per la lunga precedente depressione; e ad ogni modo non possono essere considerati come il risultato di un monopolio nascente della guerra, ove si ponga mente che essi furono invece soltanto l’effetto dell’apertura di nuovi mercati di pace.

 

 

4. – Effetti dello stimolo o eccitamento che si suppone essere stato cagionato dalla spesa governativa durante l’ultima guerra. – I patroni della teoria la quale spiega gli alti prezzi verificatisi durante l’ultima guerra con l’eccitamento che si suppone essere la conseguenza dell’abbondante spesa da parte del governo, suppongono implicitamente che l’azione di questa causa di aumento sia stata contrassegnata da un aumento insolitamente rapido della popolazione[xiii], della produzione e del consumo; e che la transizione dalla guerra alla pace abbia dato occasione al ribasso dei prezzi, non perché dopo la pace l’offerta sia aumentata od il costo di produzione sia diminuito in rapporto allo stesso o ad un accresciuto saggio di consumo, ma perché si ebbe una diminuzione di domanda o di consumo in rapporto alla medesima o ad una diminuita quantità offerta.

 

 

Alcuni distinti scrittori hanno supposto altresì che la maggior parte del periodo bellico sia stata contrassegnata da una condizione attiva e florida delle nostre manifatture e che questa sia stata cagione di un’accresciuta domanda e di un aumento dei prezzi dei prodotti agricoli. Così nell’articolo già citato della Quarterly Review, N. 57, attribuito alla penna di un eminente scrittore, si legge il seguente passo: “È innegabile che durante la maggior parte di questo periodo (dal 1793 al 1814) l’industria nazionale trovavasi in una condizione di impareggiabile prosperità. Sr Edward West, nel suo elegantissimo studio sul prezzo dei cereali ed i salari del lavoro, costruisce quasi tutta la sua teoria su questo fondamento.

 

 

Può osservarsi tuttavia che i principali argomenti a sostegno di questa teoria furono messi innanzi in pubblicazioni ed in discorsi di qualche anno fa quando la transazione dalla guerra alla pace era di data relativamente recente e quando molte persone, altrimenti bene informate, reputavano che, dopo la pace, la popolazione fosse cresciuta più lentamente, si fosse consumato e prodotto meno o l’industria fosse meno sviluppata di quanto era prima accaduto durante la guerra. Questa ipotesi è essenziale per la teoria dello stimolo prodotto dalla domanda bellica; poiché quello stimolo è precisamente dedotto dal supposto incremento della popolazione, della produzione e del consumo durante la guerra, in paragone col periodo trascorso dopo la pace; e se i fatti concordassero con la teoria, sarebbe inevitabile concluderne che lo stato di guerra era più favorevole dello stato di pace al progresso della popolazione o della ricchezza.

 

 

Un’ipotesi così profondamente irriconciliabile con qualsiasi ragionamento intorno agli effetti generali della guerra o con qualsiasi esperienza degli effetti delle guerre precedenti, farebbe sorgere naturalmente qualche dubbio, anche se fosse possibile di suffragarla coi fatti. Ma qualunque discussione potesse farsi in proposito nel momento in cui queste teorie erano state messe innanzi ed avevano un qualche po’ di voga, le informazioni statistiche raccolte in seguito hanno provato in modo incontestabile che non vi era neppure l’ombra di un fondamento di fatto per la ipotesi dalla quale la teoria prendeva le mosse. Sarebbe oggi opera superflua fornire prove particolareggiate di quanto affermo ed ingrosserebbe inutilmente la trattazione dell’argomento in misura sproporzionata; tanto più che è agevole riferirsi a prove indiscutibili[xiv] del progresso della popolazione, della produzione e del consumo, dalle quali risulta essersi il progresso stesso grandemente accelerato dal 1814 ai tempi nostri in paragone col lungo intervallo precedente di guerra.

 

 

Se perciò, al termine di 22 anni di pace, la produzione ed il consumo si svolgono ad un saggio cresciuto, dobbiamo ciò attribuire a qualche altra causa che non sia la precedente spesa bellica, e dobbiamo trovare qualche spiegazione del ribasso dei prezzi che sia diversa da una immaginaria diminuzione di domanda, derivante dalla cessazione di quella spesa. Sarà oggetto di altro studio la ricerca della causa o delle cause della grande variazione verificatasi nei prezzi all’infuori della parte che può essere spiegata con la differenza fra la carta e l’oro. Frattanto noi possiamo mettere tranquillamente da parte un’ipotesi la quale parte dall’ipotesi di fatti che non ebbero mai esistenza, la quale trascura i più importanti dei fatti che si verificarono ed è completamente irriconciliabile con qualsiasi razionale e logica spiegazione dei fenomeni realmente accaduti. La sola ragione in verità la quale spieghi l’esame, sia pur breve, della dottrina dello stimolo provocato dalla richiesta di guerra, fu che gli argomenti in suo sostegno sono stati messi avanti da scrittori assai distinti; e che sebbene le ragioni su cui questa dottrina è stata fondata si dimostrino in ogni parte fallaci, vi è tuttavia un’impressione vaga ma forte in suo favore in persone le quali, essendo persuase della stravaganza della dottrina estrema la quale attribuisce tutti gli aumenti di prezzo alla circolazione cartacea, non conoscono alcuna alternativa, salvo quella dell’ipotesi di un accresciuto consumo, per spiegare gli alti prezzi prevalsi durante la guerra.

 

 

IV. – Degli effetti che la guerra produce ostacolando l’offerta ed aumentando il costo di produzione.

Fu detto abbastanza per dimostrare che la guerra non può crescere i prezzi in generale, crescendo la domanda dei prodotti; e che non vi è un sufficiente fondamento per attribuire una qualsiasi efficacia nel rialzare i prezzi in generale al monopolio del commercio od all’accresciuta eccitazione ed attività che caratterizzarono l’ultima guerra.

 

 

Rimane da discutere quali effetti debbono essere attribuiti alla guerra per quanto riguarda l’offerta. In termini generali si deve riconoscere che la guerra ha la tendenza a diminuire l’offerta.

 

 

In due maniere la guerra può dirsi cospiri a questo risultato; in primo luogo diminuendo la riproduzione ed in secondo luogo accrescendo il costo di produzione e frastornando le comunicazioni commerciali. Si ammetterà facilmente che lo stato di guerra ha una immediata ed ovvia tendenza ad assorbire una parte del capitale e del lavoro che sarebbe altrimenti stata impiegata nella riproduzione; e se, per il decorso delle operazioni militari, od a causa di arbitrarie imposizioni governative, a tutto ciò si aggiunge il timore di mala sicurezza della proprietà, un ulteriore motivo esiste per diminuire la produzione; cosicché in un paese siffattamente situato le conseguenze dello stato di guerra sono la carestia e l’impoverimento. È probabile che circostanze di questo genere abbiano agito diminuendo e deteriorando la coltivazione, della terra in alcuni degli Stati del continente europeo, in differenti periodi della guerra. Nel primo periodo della guerra estese operazioni militari diminuirono il prodotto dei Paesi Bassi, dalla Germania e dell’Italia e nel tempo stesso le convulsioni politiche inseparabili dalla rivoluzione poterono influire sull’estensione e sulla qualità della coltivazione delle terre in Francia. Nei successivi periodi della guerra il corso delle operazioni militari non poté mancare di diminuire la produzione della Polonia, della Russia, della Sassonia e della Prussia, come pure della Spagna, del Portogallo e dell’Italia. Mentre siffatte cause diminuivano forse la riproduzione in alcuni dei paesi indicati, altre circostanze nascenti dalla guerra aumentavano invece senza dubbio grandemente il costo di produzione presso di noi, ed erano:

 

 

  • 1) L’accresciuto saggio dell’interesse del denaro che, sovratutto per quanto riguarda gli impieghi in capitali fissi, forma un elemento importante nel calcolo dei prezzi a cui poteva la riproduzione essere perseguita o reputarsi conveniente una nuova produzione.
  • 2) Gli accresciuti saggi dei noli e delle assicurazioni che si ebbero durante la guerra, ma che negli ultimi sei anni di essa aumentarono ad un enorme gravame su tutte le importazioni provenienti dal continente europeo.

 

 

Sebbene il maggior peso per questi titoli riguardi il commercio estero, vi fu altresì un grande incremento dei noli e delle assicurazioni a carico del nostro commercio di cabotaggio, ossia in elementi non privi di importanza del costo di tutte le merci e principalmente delle più pesanti, come i cereali, i carboni, i materiali da costruzione, ecc. che sono trasportati lungo le coste.

 

 

D’altro lato vi possono essere, contemporaneamente allo stato di guerra, in qualche particolare paese, circostanze nascenti da altre cagioni, le quali tendono a controbilanciare e persino ad annullare la tendenza indicata:

 

 

  • 1) accresciuta attività industriale ed intelligenza nella massa della popolazione, cosicché la parte rimanente, dopo averne distratto lavoratori per gli scopi di guerra, può e vuole produrre quanto ed anche più di quanto si produceva prima.
  • 2) Aumentata disposizione da parte dei privati ad accumulare capitali, così da compensare il dispendio della guerra, senza alcuna diminuzione dei fondi destinati alla riproduzione.
  • 3) Miglioramento nell’agricoltura e nella tecnica dell’industria, che tendono ad aumentare la riproduzione con eguale o minor capitale e lavoro.
  • 4) Maggior sicurezza della proprietà relativamente agli altri paesi, la quale produce per tal modo un afflusso di capitali dall’estero.

 

 

Tutte queste circostanze concorsero nel nostro paese durante l’intera guerra, e per conseguenza si verificò un incremento di produzione e di popolazione, malgrado l’opposta tendenza nascente dallo stato di guerra. Tuttavia gli effetti della tendenza preponderante di circostanze favorevoli alla riproduzione furono, per quanto tocca l’agricoltura, repressi o almeno impediti di svilupparsi completamente, da una serie di stagioni insolitamente sfavorevoli.

 

 

Sebbene la guerra non possa dirsi abbia sufficientemente agito sulla produzione delle derrate agricole ottenute in paese e di altre merci nostrane in modo tale da controbilanciare le circostanze favorevoli alla riproduzione, agì però potentemente nell’aumentare il costo di produzione e nell’ostacolare l’acquisto di quelle merci di cui noi dovevamo provvederci all’estero. Perciò noi dobbiamo attribuire alla guerra una notevole parte nella responsabilità degli alti livelli dei prezzi, principalmente in quanto essa crebbe il costo di produzione e diminuì l’offerta delle merci, ostacolandone l’importazione, in un tempo in cui, a causa di una successione di stagioni sfavorevoli, il nostro prodotto interno divenne inadeguato a far fronte al consumo medio. Difatti la passata guerra, per quanto si riferisce ai prezzi, deve distinguersi dalle guerre precedenti soltanto rispetto alla natura ed al grado degli impedimenti frapposti ai rapporti commerciali; coincidendo essa, inoltre, con una successione di stagioni, le quali ci resero dipendenti dagli altri paesi per una adeguata provvista di alimenti. Per quanto gigantesca e terribile sia stata questa lotta, di cui a ragione fu detto che “paragonata a questa crisi nulla vi fu mai nella storia di simile se non forse quando le irruzioni dei barbari sovvertirono l’Impero Romano”, gli effetti di essa sui prezzi sarebbero stati molto differenti se, supponendosi pure la medesima estensione delle operazioni militari e navali, e perciò la medesima importanza del dispendio di guerra, essa non avesse avuto un carattere anti commerciale; o se, pur avendo questo carattere, non si fossero in questo paese verificate contemporaneamente annate di scarsità così grave da far rasentare in certi momenti la carestia. Ma la natura straordinaria della lotta ingaggiata contro la Francia dovrebbe essere più particolarmente tenuta presente come un avvertimento contro il pericolo di trarre deduzioni dal livello medio dei prezzi durante l’ultima guerra. Il rialzo dei prezzi fu determinato dall’aumento, che fu enorme, del costo di produzione nascente dagli impedimenti ai rapporti commerciali, i quali furono peculiari nell’ultima guerra e, secondo ogni umana probabilità, ben difficilmente torneranno mai più a verificarsi.

 

 

Paragonare perciò i prezzi medi; dell’ultima guerra con quelli di ogni periodo precedente o successivo, è perfettamente illusorio, rispetto agli scopi per cui solitamente quelle medie sono state addotte.

 

 

Tommaso Tooke

 

 



[i] In nota si può aggiungere, a dichiarare meglio il perché della riesumazione, il capitolo sugli effetti della guerra, scritto nel 1838, fa parte di un’opera esaurita da tempo, la quale ha raggiunto nel commercio librario d’antiquariato il prezzo di circa Lst. 12 corrispondenti, al cambio attuale, a circa lire it. 500. Trovasi in pochissime biblioteche pubbliche italiane; e per lo più nelle biblioteche private degli economisti nostri si vede solo una riduzione tedesca in due volumi, utilissima ma non integrale. Sarebbe veramente desiderabile che qualche editore italiano si facesse iniziatore, a guerra finita ed in condizioni ridivenute normali di costi, di una collezione di testi rari – tradotti od originali nostri – della letteratura economica. Vi sono opere ed opuscoli introvabili o rarissimi in commercio librario: e che alla lunga non potrebbero non trovare un pubblico sufficiente a sostenere un’impresa siffatta, se bene organizzata.

[ii] Si può supporre che il governo possa valersi e si valga del suo credito per far fronte alle spese pubbliche con emissioni di buoni del tesoro senza richiedere anticipazioni dai capitalisti, i quali così conserverebbero i loro fondi disponibili per i loro ordinari scopi; ed in tal modo la spesa del governo darebbe luogo ad una domanda aggiuntiva. Ma una brevissima riflessione dimostrerebbe che, con siffatto uso del suo credito, il governo non può provocare un’aggiunta permanente ai mezzi di compra. Se in pagamento delle spese pubbliche si emettono buoni del tesoro o della marina o della sussistenza, questi buoni assorbiranno la moneta dei capitalisti che li comprano, precisamente come se questi ultimi imprestassero la medesima somma al governo. Ovvero se il governo si contentasse di meri accreditamenti bancari, coloro che vendessero contro assegno di questi crediti, avrebbero tanta minor moneta da portare al mercato. Non vi è dubbio che l’uso del credito sia da parte del governo come degli individui, virtualmente, durante il suo svolgimento, equivale a moneta per i suoi effetti sui prezzi; ma se il suo effetto fosse quello di rialzare i prezzi al disopra del livello che altrimenti conserverebbe, simile effetto sarebbe risentito in una depressione del corso dei cambi (*) e, se la carta moneta fosse inconvertibile, in un rialzo del prezzo di zecca dell’oro al disopra del prezzo di mercato, costituendo così quell’eccesso e conseguente deprezzamento della circolazione che, essendo connesso con i prezzi in generale, costituisce un ramo separato della presente indagine. [(*)] è noto che l’Inghilterra usa, nella notazione dei cambi, un metodo verso a quello italiano. L’Italia dà l’incerto su Londra, perché indica la quantità di moneta nazionale che corrisponde ad una quantità fissa di moneta estera; per cambio rialza quando la moneta nazionale (lire italiane) deprezza e ribassa quando la moneta nazionale apprezza. Invece l’Inghilterra dà il certo sull’Italia, perché indica la quantità di moneta estera corrisponde ad una quantità fissa di moneta nazionale; e così di nuovo 42 lire italiane per ogni lira sterline. Perciò in Inghilterra si dice che il cambio rialza quando la moneta nazionale (lire sterline) deprezza e ribassa quando la moneta nazionale apprezza. Il rialzo dei cambi ha significato sfavorevole in Italia e favorevole in Inghilterra ed il ribasso lo ha favorevole da noi e sfavorevole a Londra. Così accadeva altresì ai tempi di Tooke. Nota del traduttore.

[iii] Il Dottor Chalmers nella sua elaborata opera “On Political Economy, in connection with the Morals, State and Prospects of Society” (1832) mi ha fatto l’onere di muovermi alcune osservazioni su questa parte del mio argomento che erà già contenuta in un mio precedente scritto. Dopo aver osservato che la spesa governativa quando sia compiutamente coperta da imposte non potrebbe avere per effetto di rialzare i prezzi, salvoché per le merci tassate, egli continua dicendo: “il signor Tooke non ha abbastanza posto mente, quando i suoi effetti alla distinzione fra la spesa di guerra compiutamente coperta da imposte, e la spesa di guerra parzialmente coperta da prestiti”. Il dottor Chalmers consente con me nel ritenere che “la moneta disponibile nella mani dei capitalisti è spesa egualmente come sarebbe la medesima moneta nelle mani del governo; e che perciò quando essa sia trasferita dagli uni all’altro, non si crea alcuna maggior domanda la quale possa premere sul mercato in generale e possa così rialzare i prezzi. Ma – egli aggiunge – dovrebbe considerarsi altresì che, quantunque un simile trasferimento non dia luogo ad una richiesta maggiore, produce una minore offerta; e ciò aumenta con altrettanta efficacia i prezzi”. Si vedrà tuttavia non avere io trascurato questa considerazione, ma aver avuto ad esso riguardo come ad una separata branca di argomentazioni, ossia trattando degli effetti della guerra nel diminuire o frastornare l’offerta.

[iv] Il metodo del prestito per procacciarsi i fondi necessari alla condotta della guerra, potrebbe supporsi avere per effetto di esercitare una temporanea influenza sui canali della circolazione. La somma mutuata al governo sarebbe raccolta, può osservarsi, fra ampie somme di risparmio disponibili in aspettativa di investimenti, una parte delle quali sarebbe rimasta inoperosa aspettando di potersi impiegare. Se, in occasione del versamento fattone nelle casse del tesoro o della Banca (d’Inghilterra), quella somma fosse dal governo immediatamente distribuita in pagamenti, vi potrebbe essere una temporanea vivacità di richieste, in conseguenza della ripartizione fra i più minuti canali della circolazione di somme le quali prima erano raccolte in masse. Non sembra che vi sia molto fondamento per l’ipotesi di un notevole effetto ottenuto in questa maniera, pur ammettendo che esso sia conforme alla pratica, il che non è. Di fatto, i pagamenti del governo non furono eseguiti d’un tratto, ma ripartiti su intervalli di una certa lunghezza. Ben lungi inoltre dall’essere stata immediata, la distribuzione delle somme versate dai sottoscrittori nelle casse della Banca fu così lenta che le somme stesse in alcuni casi sarebbero state dannosamente sottratte alla circolazione se la Banca, allo scopo di evitare questa inopportuna contrazione monetaria, non avesse usato fare, per un tempo limitato, anticipazioni ai sottoscrittori, per l’ammontare delle loro sottoscrizioni dopo il primo versamento.

[v] È stato affermato che la spesa governativa creando una domanda straordinaria di uomini per l’esercito e la marina aumentò il saggio generale dei salari o che il rialzo dei salari mise in grado le classi lavoratrici di spendere più denaro nella compra degli alimenti o delle altro cose necessarie alla vita. Se la domanda di uomini da parte del governo non sostituì soltanto la richiesta la quale sarebbe altrimenti esistita da parte degli industriali privati, ma fu una netta aggiunta alla domanda esistente, rimanendo eguale la offerta, certamente un qualsiasi rialzo si sarebbe dovuto verificare nel prezzo generale del lavoro. Non si vede tuttavia che nelle guerre precedenti all’ultima vi sia stato un sensibile aumento di salari; è probabile perciò che l’impiego di uomini da parte del governo di quei tempi abbia puramente sostituito quello che se non fosse stata la guerra si sarebbe avuto per altri scopi. È il solo motivo di distinguere gli effetti dell’ultima guerra da quelli delle guerre precedenti sotto questo aspetto il più gran numero, relativamente alla popolazione, degli uomini impiegati dal governi nell’ultima guerra. Ma, d’altro canto, le variazioni nello stato della industria del commercio furono, date le caratteristiche dell’ultima guerra, più frequenti che nelle guerre precedenti ed in molti casi la richiesta governativa fece poco più che assorbire coloro che così erano rimasti disoccupati. Il signor Mac Cullock nel seguente passo sembra ritenere che la richiesta di uomini da parte del governo abbia un carattere meramente sostitutivo. Fu affermato talvolta che un prestito cagiona, durante il tempo in cui il suo ricavo viene speso dal governo, una richiesta di lavoro maggiore di quella si sarebbe avuta se esso fosse rimasto in possesso dei privati. Io confesso tuttavia di non essere stato in grado di scoprire alcun fondamento per questa opinione. Se il governo spende il ricavo del prestito nell’acquisto di provviste militari, esso non darà così facendo nessun maggior stimolo alla richiesta di lavoro di quanto avrebbero fatto i capitalisti i quali anticiparono la somma a prestito, se l’avessero altrimenti impiegata nel comprare merci grezze o manufatte; né, se noi supponiamo che il governo l’abbia impiegata nel pagare soldati e marinai, avrebbe dato luogo ad una richiesta di maggior lavoro di quella che sarebbe stata occasionata dal pagare salari a lavoratori comuni. Senza dubbio è vero che frequentemente vi ha durante i periodi di guerra una vivace richiesta di lavoro, ma la causa certamente potrà essere trovata in qualche cos’altro che non sia la semplice sostituzione della domanda di lavoro da parte del governo a quella proveniente dai privati. Principles of political economy. – II edizione pag. 498.

[vi] Vi è in questo caso una cagione specifica di diminuzione dei prezzi in conseguenza della guerra. Siccome in quel tempo noi avevamo un ampio soprappiù esportabile di grano principalmente destinato alla Francia, con cui ci trovavamo in guerra, l’aumento nei noli e nelle assicurazioni sarebbe, se la domanda dall’estero non fosse stata così urgente da costringere il compratore estero a pagare questi aggravi, caduto sull’esportatore, e perciò avrebbe dovuto essere dedotto dal prezzo.

[vii] La spesa governativa per cause belliche fu amplissima in questo periodo relativamente alla spesa ordinaria di pace ed altresì al livello generale del prezzi delle merci e del lavoro. Ai contemporanei essa parve di grandezza straordinaria. Lord Bolingbroke disse: “La spesa votata dal Parlamento dall’anno 1740, non compreso, all’anno 1748 compreso, ammonta a Lit. 55.522.159 16 s. 3 d.; somme le quali sembreranno incredibili alle future generazioni e lo sono quasi alla presente”. – Some Reflections on the present State of the Nation 1749, ed. 1173, vol. IV, pag. 137.

[viii] Discorso di Lord Liverpool del 16 luglio 1822.

[ix] Questo consumo aggiuntivo a mala pena degno di essere ricordato; perché pur esaminandolo nel suo ammontare massimo è una quantità affatto insignificante quando lo si paragoni con la differenza fra un buono ed un cattivo raccolto di grano. Supponiamo, ad esempio, ipotesi stravagante, che il consumo eccezionale sia di 4 bushels di frumento a testa per ogni uomo componente l’esercito e la marina; supponiamo che questi ammontino a 300.000 ecco che l’extra domanda sarebbe stata di 159.000 quarters. Ora, tra un cattivo raccolto come quello del 1816, calcolato appena a 9 milioni di quarters ed un raccolto abbondante come quello del 1820, che si suppone abbia prodotto 16 milioni, vi è una “differenza di 7 milioni di quarters. Ed in verità è ben noto per recenti esperienze che lo spreco maggiore produce un piccolissimo effetto su un raccolto sovrabbondante.

[x] Uno dei più abili avvocati della dottrina della grande influenza della spesa governativa coperta da prestiti sui prezzi in generale ammette espressamente che il consumo straordinario o spreco di approvvigionamenti da parte dei soldati è insignificante: “Quella parte del prestito la quale è destinata a paghe delle truppe viene per lo più spesa in provviste per il loro mantenimento. Probabilmente essi ne consumano una quantità maggiore come soldati che se avessero continuato nelle loro solite occupazioni; ed a ciò si dà gran peso da alcuni scrittori come alla cagione più grande di extra consumo durante la guerra: ma io penso che sia stata attribuita a questa specie di spreco una importanza maggiore di quella che essa veramente abbia”. Observations on the Effects produced by the Expenditure of Government during the Restriction of Cash Pajments, by WILLIAM BLAKE, Esq., F.R.S., pag.

69.

[xi] Questo è il senso in cui il signor Ricardo usa la parola “domanda” ed egli espressamente si oppone ad ammettere l’uso di questo termine nel caso di un rialzo nel prezzo di una merce derivante da alterazione nel valore della moneta: “La domanda di una merce non può dirsi essere aumentata se non se ne compra o consuma una quantità addizionale; e tuttavia in tali circostanze il suo valore monetario può aumentare. Così, se il valore della moneta diminuisse, il prezzo di ogni merce aumenterebbe, perché ognuno dei concorrenti sarebbe disposto a dare più moneta di prima per comprarla; ma, se anche il suo prezzo fosse rialzato del 10 o del 20%, rimanendo invariata la quantità acquistata, non sarebbe a parer mio ammessibile dire che la variazione nel prezzo della merce fu cagionato da una cresciuta domanda di essa”. Principles of Political Economy and Taxation, III ed., pag. 461.

 

 

Vi è un altro senso in cui la parola “domanda” frequentemente usata e che a parer mio è del pari inammessibile in una discussione di questa specie, e ciò accade quando quella parola si usa per indicare la brama cresciuta o la reciproca maggior concorrenza dei compratori ed il conseguente aumento di prezzi cagionato dalla scarsità di qualche particolare merce od in altre parole dalla diminuita offerta di essa relativamente al saggio medio del consumo.

 

 

La presente discussione ha per scopo di determinare se gli alti prezzi durante la guerra furono cagionati da un eccezionale consumo nascente dalla guerra, ossia da un consumo superiore alla precedente media ordinaria di esso, astrazion fatta dalla guerra, o da una minor offerta, paragonata sempre al consumo medio; ed è perciò della massima importanza pratica di precisare l’impiego delle parole in modo da tenere perfettamente distinto lo studio dell’operare di queste due cause o della proporzione in cui ciascheduna di esse operò. Gli avvocati della teoria della domanda bellica, non hanno posto mente a questa distinzione; ed a questa negligenza è dovuto in gran parte il ragionare confuso e vago che pervade tutte le loro argomentazioni in appoggio della dottrina sostenuta. Se per maggior domanda essi veramente intendono di significare la sotto offerta, relativamente a quello che sarebbe stato il consumo medio, astrazion fatta dalla guerra, non vi è alcuna differenza di veduta tra noi, poiché io ammetto, come si vedrà subito, che la passata guerra abbia aumentato i prezzi, aumentando il costo di produzione ed impedendo e scemando l’offerta. Ma evidente, ove si segua il tenore generale dei loro ragionamenti, comunque vagamente espressi, che essi non intendono così quel termine e che di fatto essi lo usano come sinonimo di consumo; poiché essi costantemente trattano della spesa bellica come di quella che avrebbe fornito i mezzi di un consumo straordinario. Io perciò comprendo ed uso il termine in questo senso, trattando del problema che ora è in discussione.

[xii] Le navi costruite in questa regione sono, come facilmente si può immaginare, a causa della natura del legname, non durevoli e di una qualità inferiore sotto ogni altro aspetto in confronto a quelle costruite in Inghilterra. I regolamenti relativi ai dati sui legnami, operando come un premio al marciume del legname ed essendo, quanto ad inopportunità e ad ingiustizia, inferiori soltanto alle nostre leggi sui cereali, tendono ad aumentare grandemente la proporzione di questa categoria di navi, inferiori per bontà e per ogni riguardo deplorevoli.

[xiii] “Queste caratteristiche (ossia quelle dell’ultima guerra) furono l’insolito rapido aumento della popolazione”, ecc. – Quarterly Review, N. 57, pag. 222.

 

 

“Si può tuttavia affermare tranquillamente che in nessun periodo eguale di 22 anni nella nostra aria di cui noi abbiamo ricordi autentici vi fu mai un aumento così rapido della produzione e del consumo in riguardo sia alla quantità che al prezzo, come nei 22 anni terminati col 1814”. – Id., pag. 222.

 

 

“La popolazione aumentò con straordinaria rapidità, il che, necessariamente produce tale aumento nel prezzo monetario del lavoro da mettere in grado, insieme coll’occupazione più generale e con altri vantaggi nell’acquisto dei vestiti e delle merci forestiere, le classi lavoratrici di allevare famiglie più numerose di prima”. – Id., pag. 233.

 

 

“Leggansi le testimonianze dell’Assessore Rothwell, del signor Rous e di parecchi altri testimoni i quali tutti sono concordi nell’affermare che durante la guerra si verificarono contemporaneamente maggior produzione e maggior consumo”. – Observations on the Effects of the Expenditure of Government, pag. 67.

 

 

“Non vi può esser dubbio che durante la guerra si produsse di più e si lavorò di più”. – Id., pag. 72.

 

 

“Si deve osservare ancora che quantunque in un primo momento si siano sovratutto richiesti materiali bellici, la domanda gradualmente si estese a quasi ogni merce ordinariamente consumati dagli uomini”. Id., pag. 76.

 

 

“I bassi prezzi (1822) non sono confinati soltanto ai cereali; è ben noto che i manufatti sono minori in quantità e minori altresì in prezzo”. -Id., pag. 93.

 

 

“L’eccitazione non era limitata alle manifatture. Si estendeva ai produttori delle materie greggie in ogni ramo di occupazione. Le miniere di rame, di stagno, di piombo, di ferro, carbone, erano tutte attivissime”. – Id., pag. 88.

 

 

“Sembra a me che in qualunque misura possano avervi contribuito circostanze minori, la grande ed importante causa del malessere sentito da ogni classe di produttori è stata la transizione, la quale si verificò al termine della guerra; non la transizione dalla guerra alla pace nel consueto significato di questi termini; non la transizione la quale nasce dalla diversione del capitale da un impiego ad un altro; non la transizione derivante dallo spreco per l’eccezionale consumo dello truppe sia quelle in paese sia quelle impegnate nell’attuale condotta della guerra, ma la transizione da una domanda immensa, ininterrotta, protratta, efficace di quasi ogni articolo di consumo ad una scomparsa relativa della medesima domanda”. – Id., pag. 88.

[xiv] Vedi: Table of Revenue, Populatione etc. from the statistical department of the Board of Trade, compiled under the superintendence of Mr. Porter; Statistical Accont of the Britisch Empire, by J.R. Mac Culloch, Esq.; Progress of the Nation from the beginning of the 19th century to the present time, 1836, by G.R. Poster, Esq.

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