Le consociazioni agrarie. I germi di nuovi rapporti sociali nell’agricoltura

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/01/1906

Le consociazioni agrarie. I germi di nuovi rapporti sociali nell’agricoltura

« Corriere della sera», 3 gennaio 1906

 

 

 

L’anno che è ora trascorso rimarrà memorabile nella storia economico-sociale dell’Italia, oltrecché per l’inusitato moltiplicarsi delle grandi intraprese industriali e commerciali a forma anonima, anche per un altro importantissimo fatto: che esso ha visto nascere e rafforzarsi i primi germi di una nuova organizzazione della vita agraria. Il momento degli scioperi è oramai passato, ed è passata l’epoca nella quale si credeva nell’efficacia mistica della lotta delle leghe contadine destinate a battere in breccia – catapulte invincibili – le mura del capitalismo terriero. Da ambe le parti – proprietari e contadini – è cominciato un moto di ravvicinamento che a breve o lungo andare dovrà condurre, se non ad una idillica pace sociale, ad un concetto più chiaro della maniera con la quale debbono essere trattate e risolute le questioni del lavoro. Hanno cominciato le cooperative agricole del reggiano, del bolognese e del mantovano ad assumere le affittanze di grossi fondi, convertendo i lavoratori in affittuari-capitalisti, mettendoli a contatto diretto colle difficoltà delle imprese agricole e abituandoli così ad una visione più larga del complesso problema agrario. Su questa via i socialisti erano stati preceduti dai cattolici, che nella Lombardia, nel Veneto, nell’Emilia, hanno iniziato tentativi fecondi di assunzione diretta della coltivazione dei fondi. E per questa via medesima accennano ora a mettersi le classi proprietarie, con un movimento di cui oggi vogliamo descrivere i capisaldi, limitatamente alle «consociazioni agrarie della provincia di Bologna», sembrando a noi opportuno che si divulghino e si discutano i principi di quella che potrà diventare fra breve una vasta rete di associazioni, somiglianti per larghezza di intenti e per imponenza di forze, ai sindacati agricoli di Francia.

 

 

Non già che l’Italia difettasse della parte industriale del movimento dei sindacati industriali francesi: fioriscono da noi infatti i Consorzi agrari destinati alla compra cooperativa delle sementi, dei concimi, degli attrezzi; e sono esempio mirabile di progresso agrario le Banche popolari, le Casse rurali ed agrarie, le Cattedre ambulanti, si che possiamo alle nazioni straniere offrire, più che ricevere, insegnamenti in tal materia.

 

 

Ciò che mancava alle nostre associazioni agrarie, costituite sovratutto per opera delle classi proprietarie, era il principio sociale animatore dei Sindacati agricoli francesi: quello che li spinge ad accumunare sotto una stessa bandiera le classi agricole separate, lottanti tra di loro, dei proprietari, degli affittuari-mezzadri e dei contadini salariati, per vedere di trovare un terreno comune di intesa.

 

 

Le consociazioni agrarie della provincia di Bologna si propongono – a quanto si legge negli statuti ed in un discorso dell’avv. Sturani alla Società agraria della provincia di Bologna – di riunire appunto insieme le diverse classi sociali per crescere prima la ricchezza totale e dividerla poi pacificamente. Perché lottare ferocemente – dissero gli agricoltori del Bolognese – per dividere la torta che ora è troppo piccola per tutti, invece di lavorare d’accordo a farla prima diventare più grossa? Dopo, contento ognuno della fetta che gli sarà toccata in sorte, non si guarderà tanto pel sottile a quella che hanno avuto i vicini e cesseranno i paragoni invidiosi e le recriminazioni inutili.

 

 

Le consociazioni bolognesi vogliono, e si capisce, abbracciare prima la classe dei proprietari, grossi e piccoli, della terra. è la classe che, se in passato ebbe dei torti gravi, più che tutte fu sorpresa impreparata dalla meteora scioperistica e leghista che passò sull’Alta Italia dopo il 1900: ed ora vuole costituirsi un organo efficace per la difesa dei propri interessi. A parità di voto entrano nella consociazione anche gli affittuari, i cui interessi sono comuni con quelli dei proprietari nei rapporti con le altre classi sociali e ne divergono invece quando si tratta di determinare le condizioni del fitto. L’avere proprietari ed affittuari identici diritti nelle consociazioni, facilita le intese cordiali ed offre il mezzo di studiare forme di affittanza propizie allo sviluppo dell’agricoltura.

 

 

I coloni mezzadri sono pure chiamati ad accedere alla consociazione, o come «sezione» di essa (statuti di Budrio, Granarolo, Medicina e Castel Guelfo), ovvero sotto la forma di una «aggregazione» connessa alla consociazione statuti di Minerbio e di San Giorgio di Piano. L’aggregazione ha la facoltà di discutere a mezzo della sua rappresentanza con la rappresentanza della consociazione il contratto colonico e tutti i piani inerenti alla colonia, di fissare le tariffe – orario della mano d’opera specie per i lavori posti a carico dei mezzadri; di assistere alle adunanze del Consiglio direttivo della consociazione e prendere parte alle discussioni più importanti. è così che nacque e fu naturalmente discusso da tutti gli interessati quel «capitolato colonico» che ora, raccomandato autorevolmente dal Comizio agrario di Bologna, regola il contratto di mezzadria, terzeria, quarteria in tanta parte del Bolognese, ed ha tolto di mezzo gli antichi patti angarici e le cause maggiori di litigio fra coloni e proprietari.

 

 

Fin qui, il movimento associativo era relativamente facile, per quanto ostacolato da molte circostanze: proprietari, affittuari e mezzadri sono tutti compartecipi nella produzione e son tutti datori di lavoro. Le differenze più grosse si dovevano incontrare per parte dell’ultima classe agricola dei «lavoratori-braccianti». Noi non diciamo che tutte le difficoltà siano state superate; ma è certo che le consociazioni hanno cercato di superare lo scoglio massimo: il desiderio di stravincere e di distruggere le leghe contadine. Le consociazioni hanno cominciato coll’attirare a sé i braccianti «obbligati» o «consueti», i quali compiono la più grande somma di lavoro sui campi ed in maniera più continuativa, a differenza dei braccianti «avventizi», che sono chiamati solo nelle epoche dei lavori più grossi. Qui è certo uno dei punti che sono atti a generare contrasti vivaci fra le classi imprenditrici e quelle lavoratrici.

 

 

Le leghe operaie sono per principio contrarie alla stabilità ed alla preferenza data a taluni lavoratori «consueti» in confronto degli «avventizi». Tutti dovrebbero aver lavoro quando ce n’è ed averlo a turno.

 

 

Ma, replicano i proprietari, gli operai «consueti» sono chiamati a lavorare più frequentemente e sovratutto ad attendere ai lavori preparatori perché sono più abili. L’aver potuto compiere a tempo e bene questi lavori è condizione necessaria per poter iniziare le altre operazioni culturali e fare in seguito una domanda di lavoro più abbondante e meglio remunerata di quanto altrimenti sarebbe possibile. Di qui l’istituzione degli Uffici del lavoro che organizzano operai consueti ed avventizi, li distribuiscono in squadre a seconda dei lavori a cui i lavoratori sono adatti, stabiliscono l’ordine di chiamata delle squadre al lavoro, trattano insieme con le rappresentanze delle consociazioni dei proprietari affittuari e delle aggregazioni dei coloni mezzadri la formazione delle tariffe-orario, rappresentano insomma con desiderio di concordia gli interessi del lavoro di fronte al capitale. Specialmente le tariffe-orario perequate, obbligatorie, stabili e consensuali sono state utili all’agricoltura. Agli imprenditori importa relativamente poco di pagare tariffe alte, purché siano stabili e puntualmente osservate dagli operai; e d’altro canto la perequazione delle tariffe in un territorio vasto è ottima garanzia per gli operai contro i quali non può essere usato l’accorgimento di far venire dal di fuori avventizi a salari di concorrenza. Finalmente alcuni uffici del lavoro hanno assunto già ora piccole affittanze di terreni nell’interesse dei lavoratori aderenti; e si spera che queste assunzioni diventino sempre più importanti e diffuse si da interessare i lavoratori alla produzione e far coincidere i loro interessi più strettamente con quelli delle classi capitalistiche.

 

 

A questo punto i due movimenti, l’uno partito dall’alto e l’altro asceso dal basso, si incontrano. Ed in realtà leghe contadine e consociazioni padronali hanno inteso finora a combattere – con mezzi talvolta poco adatti – uno dei mali più grandi della preesistente organizzazione agraria: il dissolvimento di tutti gli interessi, ciascuno dei quali agiva e combatteva per proprio conto. Adesso una grande tendenza pervade l’agricoltura moderna: la tendenza verso la organizzazione e verso i contratti collettivi. I proprietari si uniscono per comperare e vendere in comune derrate agrarie, concimi, bestiami, strumenti; i mezzadri vogliono un contratto colonico, che, pur tenendo conto delle differenze dei terreni, stabilisca certe condizioni comuni a garanzia di un migliore tenor di vita; le leghe operaie lottano per avere tariffe comuni e per disciplinare le offerte della mano d’opera. Qua e là vi sono tuttora cause di conflitti; ma che monta se ogni giorno più ci si avvicina al bene? Oggi i proprietari erigono gli uffici del lavoro come contraltare alle leghe operaie che pretendono di infliggere a turno gli operai anche inetti al conduttore e distruggono così ogni responsabilità dell’intrapresa. Ma se domani le leghe operaie, esercenti in cooperativa numerose affittanze rurali, si accorgessero che è migliore la pratica consigliata dagli uffici del lavoro adesso bollati come «organizzazioni di krumiri» forse un terreno d’intesa potrebbe trovarsi, così come si rovato in Inghilterra e si cerca di trovarlo in Germania; ed – eliminati i parassiti politici delle leghe, i mestatori del sindacalismo e simili chiacchieroni – leghe operaie ed uffici del lavoro potrebbero diventare una cosa sola e cooperare, sia pure mantenendo intatta la propria autonomia, e il proprio organismo economico, insieme colle consociazioni dei proprietari affittuari-mezzadri a stabilire i patti del lavoro.

 

 

Intanto salutiamo l’alba di questa novella, i cui germi si vanno svolgendo nelle feconde terre emiliane.

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