Le coraggiose parole di un ex prefetto

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 17/12/1900

Le coraggiose parole di un ex prefetto

«La Stampa», 17 dicembre 1900[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 286-289

 

 

Il giornale socialista «La Propaganda» ha pubblicato la relazione di un ex prefetto di Napoli al ministro Giolitti intorno ai fasti, non degni di encomio, dell’ex deputato Casale.

 

 

La relazione si crede sia stata scritta dal senatore Carmine Senise, che fu prefetto di Napoli nel 1892 – 93, e durante gli anni di suo governo si procacciò odii ed inimicizie profonde per la lotta aperta iniziata contro ogni sorta di camorra, bassa ed alta. I fatti sono tali da fare raccapricciare ogni animo non chiuso all’impulso del bene, ed i fatti onestamente riferiti dall’ex prefetto di Napoli ai suoi superiori gerarchici non sono tutto ciò che dai governi succedutisi nel nostro paese si sapeva intorno al Casale. Narra infatti il Senise medesimo in una lettera al prof. F. S. Nitti[2], che egli era stato informato esistere un grave incartamento di polizia riferibile al Casale. Ma, purtroppo, «avendone fatta richiesta al comm. Capasso, che era sopraintendente del grande archivio di Napoli, il venerando e compianto uomo mi disse che l’incartamento non esisteva più, poiché era stato, giusta annotazione nell’apposita casella, ritirato per ordine di un ex ministro dell’interno ora defunto».

 

 

Il governo centrale sapeva dunque tutto ciò che è venuto ora a galla durante il processo di Napoli; e lo sapeva per virtù di rapporti ufficiali di suoi prefetti e funzionari di polizia. Eppure nulla fece, ed anzi «per necessità parlamentari ha tollerato ed ha taciuto cose le quali non era bene né tollerare né tacere».

 

 

Son parole anche queste del Senise, il quale così narra inoltre, nella lettera suddetta, quel che a lui capitò per aver voluto combattere tutte le forme della corruzione e schiantare la camorra: «L’affarismo e la camorra, minacciati nella loro esistenza, dopo essere ricorsi a tutti i mezzi per distruggere chi li voleva distruggere, promossero alcune rivolte popolari, le quali ebbero epilogo sanguinoso. Quelle rivolte non venivano dal basso; le giornate di agosto (1893), sobillate, promosse, sostenute dall’affarismo e dalla camorra, furono la reazione dei disonesti contro chi voleva a tutto anteporre un programma di onestà. Furono i Casale di tutte le amministrazioni (ahi, quanti!) che di quelle giornate ebbero la responsabilità».

 

 

Il prefetto, che aveva osato combattere la camorra, fu costretto a ritirarsi dal governo, impaurito dei tumulti organizzati dalla camorra e dai deputati trafficanti laddove uno dei primi fra questi, l’on. Casale, negli otto anni che corsero di poi rimaneva deputato al parlamento, padrone assoluto e riverito di tutte le amministrazioni locali e distributore corteggiato di favori, di posti e di appalti lucrosi.

 

 

Una domanda si presenta spontanea a questo punto: Dove sono andati a finire gli incartamenti ed i rapporti gravissimi che intorno all’on. Casale erano stati trasmessi al ministero? Perché non si fece mai nulla per porre termine alla dominazione dei malvagi, conosciuti come tali dall’amministrazione?

 

 

«Perché – risponde il Nitti – il governo ha in Napoli un debole potere di controllo e non si preoccupa che di elezioni; perché al governo fa assai comodo, date le instabili vicende della politica, di avere una base solida; e così tutti i governi lavorano il mezzogiorno e lasciano fare; lavorano chiudendo gli occhi sui furti, spesso determinandoli, fomentando la corruzione, mantenendo impunite colpe chiare e patenti».

 

 

«Perché – aggiunge il Senise – il mezzogiorno è il paese che forma le maggioranze ministeriali, ed è il campo di esercitazione di tutti gli avventurieri; perché tutti i ministeri, di destra e di sinistra, hanno cercato appoggio, per ignoranza o per interesse, in mezzo a persone non degne».

 

 

Ora è chiaro che cosa deve accadere quando il governo, per vivere, deve mendicare il voto dei deputati e dei grandi elettori dei deputati. Accade che costoro si impongono al governo e possono compiere a loro voglia atti di corruzione, sicuri che un ministro compiacente farà scomparire gli incartamenti pericolosi a loro carico, e che altri ministri licenzieranno i prefetti colpevoli di aver voluto impedire e di aver denunciato i loro atti disonesti.

 

 

È inevitabile che in un paese, in cui predomini in guisa assoluta il parlamentarismo, una rete strettissima di interessi e di connivenze si stabilisca fra governo e deputati, fra chi ha bisogno del voto dei membri della camera e chi ha bisogno dell’appoggio del governo per procacciare onori, favori, appalti o posti ai suoi elettori. È questa una saldissima catena la quale non si può rompere se non rendendo indipendenti i poteri esecutivo e legislativo che ora sono divenuti tirannici, impotenti e corrotti, perché sono l’emanazione di un sol gruppo di persone.

 

 

Siamo lieti che in questa tesi, sia d’accordo con noi l’ex prefetto di Napoli, i cui rapporti hanno dato occasione al presente articolo. Indagando, nella lettera ricordata, le cause dei mali del suo paese ed i mezzi per guarirli, egli afferma che la riuscita nella campagna per il bene «non è da sperare se non da un governo forte e cosciente e da una pubblica opinione risoluta. Vi è un caposaldo senza di cui non si può far nulla: Bisogna che il governo rinunzi ai voti dei deputati di Napoli». Occorre, aggiungiamo noi, che il governo, nella sua opera di esecuzione delle leggi, non dipenda dal voto dei deputati di alcuna regione. Quando questo accadrà, allora potremo sperare che si verifichi davvero quello che pochi giorni fa un pubblicista geniale ha chiamato «il risveglio del parlamento».

 

 

Sinché il governo deve, per vivere, condiscendere alle voglie degli eletti delle urne popolari, la maggioranza dei deputati non sarà mai composta, come vorrebbe Guglielmo Ferrero, di uomini coraggiosi, liberi e consapevoli della vera condizione delle cose; ma predomineranno in essa gli individui più astuti, abili e procaccianti; meglio atti, per la debolezza del carattere, a soddisfare ai desiderii illeciti o leciti degli elettori per mezzo della compra – vendita, dissimulata sotto parvenze semi – oneste, del proprio voto al governo.

 

 

Rendasi – come è in Germania e negli Stati uniti e come è di fatto se non di diritto in Inghilterra per un periodo di tempo abbastanza lungo – il potere esecutivo indipendente dal potere legislativo; e la compravendita dei voti e dei favori non avrà più significazione. Gli elettori, sapendo che i loro mandatari sono impotenti a procacciar favori od a nascondere brutture, non manderanno più alla camera abili procuratori degli affari del collegio, ma invieranno persone capaci ad esercitare un vero ed efficace controllo sull’opera ministeriale.

 

 

Il fatto che un uomo, come il Casale, di mediocre levatura, privo di qualsiasi agilità di ingegno, ed adatto tutt’al più a coprire un impiego d’ordine, ma abilissimo nel procacciar favori ai clienti e nel negoziare l’appoggio suo e degli amici a governi deboli, sia giunto ad avere una potenza così grande in una regione d’Italia, è la condanna di un sistema.

 

 

Se si vuole risanare il paese, è d’uopo mutar rotta; ed allo strapotere di un solo organo dello stato, sostituire il controllo vigile e sospettoso di parecchi poteri, ad ognuno dei quali, spetti, con la sicurezza e la libertà dell’azione assegnatagli delle leggi, la piena responsabilità dell’opera compiuta.

 

 



[1] Con il titolo C’è un governo in Italia? Le coraggiose parole di un ex-prefetto [ndr]

[2] La lettera del senatore Carmine Senise, indirizzata da Corleto il 4 dicembre 1900 a Francesco Nitti, si legge da carte 1.205 a 1.212 del fascicolo di dicembre del 1900 della rivista «La riforma sociale». In quello stesso fascicolo (pp. 1.181 a 1.205) è pubblicato uno studio del Nitti direttore della rivista Su i recenti casi di Napoli.

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