Le correnti del commercio internazionale italiano

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/02/1925

Le correnti del commercio internazionale italiano

«Corriere della Sera», 27 febbraio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 108-111

 

 

 

Sono mutate, e in quale misura, le correnti del commercio internazionale italiano? La guerra ha modificato profondamente i mercati sui quali l’Italia fa acquisti od a cui vende i suoi prodotti? Per rispondere a questa domanda, ho compilato due tabelline, ricavate dalla statistica mensile del commercio di importazione e di esportazione.

E prima l’importazione, in milioni di lire:

 

 

1913

1923

Dal I° gennaio al 30 settembre 1924

Germania

612,5

1.299,1

1.056,0

Gran Bretagna

601,2

2.189,7

1.583,6

Stati uniti

505,6

4.619,5

3.431,5

Francia

280,9

1.322,6

1.030,6

Austria-Ungheria

264,1

Stati successori
Austria

325,6

320,5

Cecoslovacchia

158,5

163,7

Regno dei serbo-croati-sloveni

489,3

404,6

Argentina

173,8

1.053,0

810,5

Svizzera

88,5

375,8

273,5

Totale dei principali stati

2.526,5

11.833,1

9.074,5

Altri stati

1.111,3

5.365,4

4.712,9

Totale generale

3.637,8

17.198,5

13.787,4

 

 

Degli altri stati non fu possibile separatamente tener conto, perché essi non figurano a parte nelle statistiche governative. Alla esatta intelligenza della tabella giova ricordare l’ovvia notizia che l’aumento delle cifre è tutto apparente, l’aumento da 3,6 a 17,2 miliardi nelle importazioni totali corrispondendo all’incirca a quella svalutazione della lira, in termini di oro, che va appunto da 100 a 22 centesimi. Se si dovesse invece tener conto della maggiore svalutazione della lira in termini di potenza d’acquisto, bisognerebbe concludere che si importa oggi meno di quanto si importava nel 1913.

 

 

È interessante notare che l’Italia non ha mutato moltissimo i suoi mercati di acquisto. Importava circa il 70% del suo fabbisogno totale dai sette stati citati ed importa oggi il 66% dagli stessi stati o dai loro successori. è cambiato solo l’ordine delle preferenze. La Germania, la quale veniva al primo posto nel 1913 nel novero dei nostri approvvigionatori, viene nel 1923 quarta. Ma già nei primi nove mesi del 1924 è risalita al terzo posto. Anche è notabile come tre stati nuovi successori dell’Austria-Ungheria – eccettuata cioè l’Ungheria ed escluse le regioni annesse all’Italia, Polonia, Rumenia ed incluse in più la Serbia e Macedonia – conservino suppergiù la stessa posizione della vecchia monarchia.

 

 

Ecco ora il quadro delle esportazioni:

 

 

1913 1923 Dal I° gennaio al 30 settembre 1924
Germania

338,3

692,9

1.058,9

Gran Bretagna

261,1

1.200,2

1.021,0

Stati uniti

257,7

1.512,5

767,5

Svizzera

248,6

1.201,4

1.106,8

Francia

230,9

1.601,2

1.287,2

Austria-Ungheria

218,8

Stati successori
Austria

335,6

479,4

Ceco-Slovacchia

67,2

91,7

Regno dei serbo-croati-sloveni

336,0

479,4

Argentina

190,3

740,7

563,6

Totale dei principali stati

1.745,7

7.687,3

6.646,4

Altri stati

758,2

3.372,2

3.127,3

Totale generale

2.503,9

11.059,5

9.773,7

 

 

Anche come mercati di acquisto dei nostri prodotti i sette stati conservano la loro posizione dominante. Assorbivano ed assorbono il 70% circa delle merci che noi mandiamo all’estero. La Russia, notisi, non figurava e non figura tra gli stati principali, i quali hanno un peso nel commercio del mondo. Qualche anno fa, quando gli emissari dei bolscevichi strepitavano intorno ai mirabili risultati che si sarebbero potuti sperare dalla ripresa delle relazioni economiche con la Russia, dimostrai che questo era un paese il quale aveva sempre contato poco nel commercio internazionale; meno del Belgio, nonostante la sua estensione enormemente superiore. Oggi conta ancor meno, per la distruzione di ricchezza operata dal regime comunista; sicché non val la pena di lodare o biasimar troppo chi si occupa a rifiutare o riannodare vincoli con la Russia. Questa infelice nazione è, per il momento, una quantità quasi insignificante per il resto del mondo economico. Bisognerà, per risollevarla, spendervi grandi capitali; e bisognerà, prima di spenderli, essere sicuri che essi godano di garanzie sufficienti contro pubbliche e private confische. Dal che, per ora, siamo lontanissimi.

 

 

Forse la mutazione più notevole intervenuta nelle esportazioni è quella che tocca la Francia. Era al quinto posto prima della guerra ed ora è balzata al primo. Le merci che essa ci richiede in maggior copia sono la seta tratta per 480,5 milioni, la canapa, greggia e pettinata per 77,4 milioni, i vini per 51,7, le pelli crude per 53,5, i cascami di seta per 47,6, il formaggio per 37,1, la seta artificiale per 31,7, i tessuti di seta per 29,2, le macchine ed apparecchi per 23,0, il riso per 19,4, i legumi secchi per 19,6, le patate per 17. Ma la Germania, anche nel fare acquisti in Italia, va guadagnando terreno; e, se nel 1923 era caduta al sesto posto, nei primi nove mesi del 1924 è di nuovo al terzo; e, coll’aiuto di un buon trattato di commercio, potrebbe presto ridiventare una formidabile consumatrice dei nostri prodotti industriali. Già nei primi nove mesi del 1924 la Germania ha acquistato dall’Italia 247 milioni di lire di seta tratta, 87,6 milioni di agrumi, 81,3 milioni di uva ed altre frutta fresche, 63,9 milioni di uova, 52,1 milioni di filati di cotone, 51,1 milioni di canapa, 45,1 milioni di patate, 47,5 milioni di pelli crude, 52,9 milioni di frutta secche, 34,6 milioni di cascami di seta, 21,4 milioni di ortaggi freschi, 19 milioni di pomodori freschi. Gli agricoltori ed i setaiuoli italiani debbono stare bene attenti affinché non riacquistino anacronisticamente forza certe bestemmie economiche le quali ebbero alquanta voga durante la guerra ed in virtù delle quali si sarebbe dovuto distinguere fra stati alleati, amici, tiepidi amici, neutrali infidi e nemici aperti, applicando ad ogni gruppo una tariffa doganale crescente. Queste distinzioni sono state superate dalla pace; ed oggi noi abbiamo uguale interesse a conservare e migliorare insieme col mercato francese alleato, quello ex-nemico tedesco!

 

 

Torna su