Le correnti dell’opinione pubblica in Italia

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 19/09/1900

Le correnti dell’opinione pubblica in Italia

«La Stampa», 19 settembre 1900

 

 

 

Sotto due aspetti principali si possono studiare le tendenze politiche di un dato paese: statico e dinamico.

 

 

In un precedente articolo abbiamo visto, colla scorta di uno studio pubblicato da Augusto Torresin sulla Riforma Sociale, quale fosse la composizione politica nel momento attuale dell’Italia sia nel Parlamento che nel Paese.

 

 

Era la statica del fenomeno. Vediamo ora come l’opinione pubblica si sia negli ultimi anni trasformata in favore o contro i diversi partiti che fra noi si contendono il potere. Se noi confrontiamo il numero relativo di suffragi attribuiti ai candidati dei partiti estremi per ogni 100 voti validamente espressi nelle due elezioni del 1897 e del 1900 si ottiene il seguente risultato:

 

 

1897

1900

Piemonte

13,39%

23,71%

Liguria

10,49″

22,71″

Lombardia

31,61″

44,82″

Veneto

17,86″

26,16″

Italia Settentrionale

19,95″

31,37″

Emilia – Romagna

41,07″

53,30″

Marche

30,10″

37,24″

Umbria

26,28″

35,08″

Toscana

18,12″

31,63″

Lazio

13,06″

19,34″

Italia centrale

26,38″

37,89″

Abruzzo – Molise

7,50″

5,88″

Campania

4,92

7,63″

Puglie

16,84″

17,37″

Basilicata

6,–“

Calabria

4,77″

4,30″

Italia meridionale

7,89″

9,17″

Sicilia

6,22″

10,07″

Sardegna

14,85″

16,54″

Italia insulare

7,74″

11,27″

Regno

17,72″

26,31″

 

 

 

I risultati a cui si giunge, esaminando questa tabella, sono davvero significanti. Due soltanto sono le regioni (Abruzzo – Molise e Calabria) dove i partiti estremi ebbero ora un numero relativo di voti inferiore al 1897. L’Emilia-Romagna e la Lombardia vengono alla testa del movimento popolare; seguono le Marche, l’Umbria, la Toscana, il Piemonte ed il Veneto con una forte tendenza a salire.

 

 

Anche in quelle regioni dove, in cifra assoluta e relativa, il numero dei voti estremi è poco, il loro incremento sul 1897 è degno della maggiore attenzione. Prova la Basilicata, dove dallo 0 si passa d’un tratto al 6 per cento. Un altro calcolo dimostra, forse con eloquenza maggiore, l’entità dello vittorie e delle perdite sia del partito conservatore che dei suoi avversari. Risulta da questo calcolo che in 11 regioni su 16 il numero totale dei voti validamente espressi fu superiore a quello del 1897.

 

 

Si tratta di nuovi elettori per lo più giovani, o di antichi elettori che non avevano prima votato. Orbene, in 7 di queste 11 regioni, i partiti estremi non solo raccolsero i suffragi di tutti gli elettori nuovi, ma attirarono a sé i voti di alcuni che la volta precedente avevano votato per i conservatori. Così, nel Piemonte, i 9396 voti nuovi andarono tutti ai partiti estremi e per di più questi sottrassero ai conservatori 12,755 voti antichi; nella Lombardia le cifre sono rispettivamente 20,926 ed 11,063; nel Veneto 10,029 e 1039; nell’Emilia-Romagna 8850 e 6911; nella Toscana 4622 ed 11,817; nella Basilicata 584 e 274; nella Sicilia 387 e 2270. Nelle altre 4 delle 11 regioni dove ci fu un aumento di voti nuovi, questi andarono distribuiti così

 

 

Marche

ai partiti estremi

98,76%

Sardegna

” “

38,20″

Puglia

” “

23,73″

Abruzzo – Molise:

tutti ai partiti conservatori

 

In cinque regioni il totale dei voti validamente espressi nel 1900 presenta una differenza in meno rispetto a quello del 1897. Per 4 di queste regioni la perdita fu tutta sopportata dai conservatori.

 

 

Così, in Liguria, i voti totali in meno furono 2307; ma ciononostante i partiti estremi ne guadagnarono 6129, perché i conservatori ne perdettero ben 8436. In Umbria i voti in meno furono in tutto 1199; avendone però i conservatori perduto 3172, gli estremi ne poterono guadagnare 1973. Nel Lazio si ha: voti in meno 508; perdite dei conservatori 2826; guadagni degli estremi 2318. Nella Campania: voti in meno 3168, perdite dei conservatori 5942; guadagni degli estremi 2774. Nella quinta regione (Calabria) la perdita assoluta di 575 voti fu sopportata nella misura di 3/5 dai conservatori e di 2/5 dai partiti estremi. È evidente che non solo i partiti estremi non avrebbero potuto nel breve periodo trascorso dal 1897 al 1900 compiere maggiori progressi, ma che questi progressi si fecero sovratutto nelle masse giovani, nei nuovi elettori, i quali disertarono quasi completamente le file dei conservatori per arrolarsi nel crescente esercito dei partiti estremi. Sembra quasi che ogni elettore antico che muore significhi una perdita per i conservatori, mentre ogni elettore nuovo è una recluta per i partiti estremi. In alcune regioni il calcolo è addirittura sbalorditivo. In Liguria i conservatori perdettero il 17,30% dei voti raccolti nel 1897, mentre i partiti estremi guadagnarono il 107,28% dei voti raccolti nel 1897. Quando si pensi che la Liguria da sola assorbe gran parte delle spese dello Stato e che fra tutte le regioni è quella a cui lo Stato ha più largamente profuso i suoi favori, cresce la meraviglia. Così pure in Piemonte i partiti estremi raddoppiarono quasi i loro risultati, ed in Toscana, regione dove la coltivazione è frazionatissima crebbero dell’81,85%. È interessante altresì studiare quale sia stato l’atteggiamento del Paese verso i varii gruppi dell’Estrema Sinistra dal 1892 in poi. Ecco una tabella che indica quale sia stato il numero assoluto degli eletti di Estrema Sinistra e quale la quota percentuale che sul numero totale spetta ai suoi varii gruppi:

 

 

Numero assoluto degli eletti

 

Per 100 del totale

 

Radicali

Repubblic.

Socialisti

Totale

Radicali

Repubblic.

Socialisti

1803

Min. Giolitti

17

15

7

49

42%

40%

18%

1895

 

Min. Crispi

23

17

15

55

41%

31%

27%

1897 Min. Rudinì

29

26

15

71

40%

37%

23%

1900 Min. Pelloux

34

29

33

96

36%

30%

34%

 

 

 

Aumentarono tutti e tre i gruppi; ma in misura diversa. I radicali da 17 passarono a 34, ma mentre nel 1892 erano il 42% dell’Estrema Sinistra, ora sono soltanto più il 36%. La loro diminuzione percentuale è progressiva. I repubblicani crebbero da 16 a 29, il che è molto se si pensa che alcuni affiliati a questo partito si trovarono attratti dai partiti affini, andando i più miti verso i radicali ed i più accentuati verso i socialisti. Ma, nonostante il loro aumento assoluto, essi diminuirono d’importanza rispettivamente agli altri gruppi dell’Estrema Sinistra, che formavano il 40% nel 1892; ed ora ne sono soltanto più il 30%. I veri trionfatori fra i tre gruppi furono i socialisti. Non solo quintuplicarono quasi in cifra assoluta, passando da 7 a 33, ma acquistarono importanza rispetto agli altri gruppi estremi. Nel 1892 erano il 18% dell’Estrema Sinistra; ora sono il 34%. Si noti ancora che i due massimi di aumento percentuale e di importanza rispetto agli altri gruppi estremi raggiunti dai socialisti (1895 e 1900) seguono due periodi nei quali la vita del paese si svolse in condizioni tumultuarie, anormali (1893 e 1898). I due minimi (1891 e 1897) seguono invece due periodi di tranquillità e di pace.

 

 

Tutte queste cifre sono assai suggestive. Sarebbe desiderabile però che esse non fornissero soltanto argomento ad interessanti dissertazioni statistiche e filosofiche, ma fossero eziandio stimolo alle classi dirigenti italiane per pensare ed agire fortemente. Altrimenti l’esperienza delle ultime elezioni sarebbe stata inutile.

 

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