Le cronache economiche della guerra I fallimenti e le preoccupazioni sociali per le insolvenze degli inquilini In Germania – l’imposta di successione ed i morti per causa di guerra – Il Principio dell’indennità pei danni di guerra

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/01/1915

Le cronache economiche della guerra I fallimenti e le preoccupazioni sociali per le insolvenze degli inquilini In Germania – l’imposta di successione ed i morti per causa di guerra – Il Principio dell’indennità pei danni di guerra

«Corriere della sera», 14 gennaio 1915

 

 

 

La guerra sembra abbia fatto diminuire i fallimenti. Almeno in Germania. Ecco le cifre per i mesi di settembre, ottobre e novembre per i tre ultimi anni:

 

 

1912

1913

1914

settembre

630

671

473

ottobre

809

763

595

novembre

840

724

511

 

 

Da queste cifre non si può ricavare tuttavia la conclusione che il commercio tedesco attraversi un periodo eccezionale di prosperità precisamente nel momento presente. È noto infatti che le procedure fallimentari furono, con un’ordinanza del Consiglio federale, sospese, durante la guerra, in tutti quei casi in cui si potrà dimostrare che la causa degli imbarazzi finanziari del commerciante poteva riconnettersi alla guerra, e finché il commerciante insolvente si trova al campo. L’ordinanza è lodevole e necessaria; e fu del resto imitata in tutti i paesi belligeranti.

 

 

Ma in Germania si nota da qualche tempo un’agitazione per estendere queste norme salvatrici anche ad altri casi di persone che si trovano nella impossibilità momentanea di far fronte ai propri impegni; e sono i proprietari di case. In Italia, per fortuna la proprietà urbana è poco indebitata. Secondo l’ultima statistica nota, la quale risale al 1908, in Italia si avevano 961 milioni di debiti ipotecari gravanti sulla proprietà urbana e 1730 milioni gravanti su terreni e fabbricati insieme. In tutto, escludendo all’ingrosso i terreni, si può concludere che i debiti ipotecari gravanti sui fabbricati siano fra i 1500 ed i 2000 milioni; con un onere per interessi oscillante forse fra i 70 ed i 90 milioni di lire all’anno.

 

 

Poiché il reddito netto dei fabbricati batte forse sui 600 milioni di lire, gli interessi ipotecari assorbono da una settima ad una nona parte del reddito. Forse non si va lontani dal vero asserendo che in Germania, specialmente nelle città, la proporzione è rovesciata. Un autorevole diario, che ho sotto gli occhi, considera come una eccezione il caso del proprietario il quale abbia ipotecato soltanto il 60% del valore della sua casa e come assai più conforme alla normalità l’altro di chi ha ipotecato tutto l’ipotecabile, sino al 95%. Il che dipende da parecchie circostanze.

 

 

Non esistendo imposte speciali sugli interessi ipotecari, ma solo imposte che colpiscono il reddito ed il patrimonio complessivo del contribuente, l’impiego in mutui ipotecari è divenuto in Germania popolarissimo; ed è tra tutti il preferito, non solo dai capitalisti privati, ma ben anche dalle casse di risparmio, dagli istituti di assicurazione sulla vita e dalle casse pubbliche per le assicurazioni sociali. La facilità dei mutui ipotecari, anche in secondo, terzo o quarto grado ha reso possibile il grande sviluppo edilizio delle città tedesche ed ha facilitato, pure a persone fornite di scarsi mezzi, la costruzione ed il possesso della casa. Il sistema ha molti vantaggi; ma anche alcuni inconvenienti, come quello di agevolare oltre misura la speculazione sui terreni e sulle case. Ma forse l’inconveniente maggiore è stato messo in luce dalla guerra. A causa di questa, molti inquilini non possono più pagare i fitti o li possono pagare solo in parte.

 

 

Come procedere, d’altronde, contro famiglie il cui capo e sostegno principale si trova in guerra a difendere la patria? Se la insolvenza parziale degli inquilini colpisse solo i proprietari di case, il lagrimevole danno sarebbe limitato ad una classe di persone. Il guaio si è che l’insolvenza degli inquilini cagiona la insolvenza dei proprietari, e questa a sua volta è causa di imbarazzi a casse ed istituti, in cui sono depositate diecine di miliardi di risparmio popolare e dalla cui solvibilità dipende il pagamento puntuale delle pensioni di invalidità e di vecchiaia di milioni di operai. Sia un proprietario di una casa del valore di 300.000 marchi e del reddito netto di 15 mila marchi. Se i fitti sono pagati puntualmente, il proprietario potrà pagare a sua volta il 4,1/2 sui 180.000 marchi di prima ipoteca, il 5,1/4 sui 60.000 di seconda ipoteca, il 6% sui 30.000 marchi di terza ipoteca ed il 6 e 1/2% sui 15.000 di quarta ipoteca; in tutto potrà pagare i 14.025 marchi di interesse, rimanendo con 975 marchi di reddito residuo. Col tempo, col lavoro e col risparmio, egli ridurrà il debito ed aumenterà il suo patrimonio netto. La guerra lo mette in gravi imbarazzi, perché il suo reddito netto si ridurrà a 10 od 8 mila marchi, di fronte a cui stanno fissi i 14.000 marchi di interessi passivi. È la insolvenza, la vendita all’asta e la rovina sua e degli istituti che gli hanno anticipato i fondi.

 

 

Ecco come il problema dei fitti in Germania è diventato un problema sociale non solo da parte degli inquilini, ma anche da parte dei proprietari: ed ecco come le masse operaie, per ottenere il puntuale pagamento delle pensioni ed altri sussidi dovuti dalle casse di assicurazione sociale, debbono augurarsi che gli inquilini paghino puntualmente i fitti. Ed ecco spiegati i numerosi progetti con i quali si vuole che l’Impero paghi esso i fitti degli inquilini insolventi, o faccia mutui ai proprietari, affinché essi non falliscano. I proprietari di case non sono, in Italia, abituati a tante amorevoli sollecitudini da parte degli enti pubblici, dei giornali e dei deputati popolari!

 

 

* * *

 

 

La guerra, che libera dal fallimento i commercianti e rende insolventi gli inquilini, fa sorgere dinanzi ai combattenti lo spettro di un anticipato pagamento dell’imposta di successione. È questo uno dei problemi che subito si è imposto all’attenzione del legislatore nei paesi belligeranti.

 

 

Dovremo far pagare alle famiglie dei morti in guerra per la difesa della patria l’imposta di successione? Le legislazioni vigenti non distinguono tra le varie cagioni di morte; ed a stretto rigore l’imposta sarebbe dovuta. Ma si è subito dovuto riconoscere che vi era qualcosa di repugnante in questo far pagare l’imposta successoria ad una famiglia che ha già sacrificato al paese il figlio, il padre. E d’altro canto, anche a stretto rigore di corretta ripartizione delle imposte, la guerra è un fatto che accelera la morte, e quindi rende più frequente il pagamento della imposta di successione, in confronto a quanto il legislatore aveva previsto quando aveva stabilito il saggio dell’imposta. Altro è pagare l’imposta ogni 20 anni ed altro pagarla ogni 10 anni, per la morte prematura dell’attuale proprietario. È perciò che il signor Lloyd George ha proposto di abolire i diritti di successione sulle eredità degli inglesi morti in guerra e che il Consiglio dei ministri francesi ha deliberato di proporre alla Camere la soppressione dell’imposta in linea retta e fra coniugi sui patrimoni degli ufficiali e soldati morti in guerra. Altri aveva proposto di rinviare il pagamento dell’imposta al momento in cui l’ufficiale e soldato avrebbe finito di vivere secondo le tabelle normali della mortalità per persone della sua stessa età. Ma il rinvio sarebbe forse stato complicato e fastidioso; onde prevalse la norma più semplice e più larga.

 

 

* * *

 

 

In Francia si discute intorno alla situazione in cui si troveranno dopo la guerra, le persone i cui averi sono stati direttamente danneggiati dalla guerra. Sul 4 o 5 per cento del territorio francese che fu occupato dai tedeschi, i danni arrecati alla proprietà privata furono certo notevolissimi. Chi ne dovrà sopportare le conseguenze?

 

 

Dopo le guerre del 1814-15 e del 1870-71 il legislatore è intervenuto per indennizzare parzialmente le vittime dei danni sofferti; ma si trattò di un soccorso grazioso, per nulla affatto obbligatorio da parte dello Stato. I danneggiati si videro opporre l’assenza di ogni testo di legge che obbligasse lo Stato a pagare un indennizzo. Ed ancora oggi le città ed i villaggi di sette dipartimenti francesi sopportano l’onere dei prestiti conchiusi per pagare le requisizioni e le contribuzioni di guerra del 1870-71.

 

 

L’argomento che si adduce contro l’obbligatorietà degli indennizzi è il pericolo di domande enormi, che verrebbero a mettere negli imbarazzi lo Stato sovra tutto nel caso che esso non ottenesse un’idoneità di guerra dal nemico. E poi, la guerra è un caso di forza maggiore; ed il danno tocca a chi tocca. Contro il quale argomento si fa valere l’altro, che i danneggiati l’anno sofferto non per una causa loro propria, ma per la difesa nazionale, che è causa comune di tutti; onde fra tutti andrebbero ripartiti i danni sofferti dai singoli. Informandosi a questo principio il signor Louis Martin deputato della Meurthe et Moselle, aveva presentato il 5 giugno quasi presentendo lo scoppio della guerra europea, un progetto di legge di iniziativa parlamentare nel quale era affermato il principio della indennità obbligatoria. Secondo questo progetto i privati, le società e gli enti morali i quali dovessero soffrire, sul territorio francese, danni imputabili ad un esercito nemico, e non fossero stati indennizzati prima della conclusione della pace, avrebbero diritto ad una indennità da parte dello Stato francese, a condizione di aver formulato i loro reclami prima della conclusione della pace.

 

 

Lo stesso diritto spetterebbe a coloro i quali avessero subito senza rimborso requisizioni in natura ad opera di un esercito di invasione o di occupazione; ed ai dipartimenti comuni ed altri corpi pubblici francesi, i quali avessero dovuto pagare una contribuzione di guerra salvo il caso di multe pecuniarie e di contribuzioni destinate all’amministrazione del territorio francese stesso occupato dal nemico. Non è possibile prevedere quale fortuna toccherà alla proposta del signor Martin. Certo però lo scoppio della guerra ne ha dimostrato la attualità grandissima nel momento presente.

 

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