Le cronache economiche della guerra. La battaglia zuccheriera fra Inghilterra e Germania – Portate l’oro alle Banche! e gli espedienti del signor Morgan – Devono le società anonime distribuire dividendi?

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/11/1914

Le cronache economiche della guerra. La battaglia zuccheriera fra Inghilterra e Germania – Portate l’oro alle Banche! e gli espedienti del signor Morgan – Devono le società anonime distribuire dividendi?

«Corriere della sera», 23 novembre 1914

 

 

 

Fece grande impressione in Inghilterra ed all’estero la notizia che il signor Lloyd George aveva comprato in America 18 milioni di lire sterline (circa 450 milioni di lire italiane) di zucchero di canna, da mettersi in vendita al pubblico a 3,1/2 pence la libbra, circa 75-80 centesimi il chilo, quello in polvere ed a 4 pence la libbra (90 centesimi il chilo), quello in quadretti. Parve a molti un atto di audacia ed un mezzo efficace per salvare il paese dalla carestia di zucchero, da cui era minacciato per la mancanza dello zucchero della Germania, principalissima fornitrice del mercato inglese.

 

 

A sentire i critici – i quali non mancano in Inghilterra nemmeno in tempo di guerra, volendo essi adempiere al dovere patriottico di vegliare affinché i denari dei contribuenti siano impiegati allo scopo di provvedere il miglior cibo, i migliori vestiti, le migliori armi al minimo prezzo possibile e non carni avariate, vestiti di lana meccanica, armi inservibili a caro prezzo – l’operazione dei 18 milioni di lire sterline non è forse riuscita così brillantemente come il suo autore si proponeva.

 

 

La prima mossa venne dal Governo tedesco, il quale, profittando del momento di panico, in cui i prezzi dello zucchero erano saliti enormemente, proibì la esportazione dello zucchero, colla speranza di affamare di questa sostanza l’Inghilterra e la Francia, la prima perché era cliente dell’industria tedesca, la seconda perché la barbabietola si coltiva sovratutto nel nord occupato dagli eserciti germanici. Era un bel gesto; ma come poteva essere prolungato, col solo effetto di rovinare la fiorente esportazione dello zucchero e di vendere lo zucchero inutilmente a buon mercato all’interno, mentre la Germania aveva bisogno di vendere zucchero per pagare le derrate che essa compra all’estero!

 

 

In risposta, il Governo inglese si diede a comprare zucchero in America a dritta ed a sinistra a prezzi alti; e si capisce che comprasse a prezzi alti, perché, contrariamente ai costumi dei commercianti privati, i quali nascondono la urgenza dei loro acquisti e comprano a prezzi bassi, subito si vide che il Governo inglese comprava enormi quantità ed a prezzi crescenti.

 

 

Non parve vero agli americani di dare tutto lo zucchero che essi possedevano pur di fare un buon affare. Ma lo zucchero caro governativo non era ancor giunto in Inghilterra, quand’ecco la Germania abolire la proibizione di esportare lo zucchero, cosicché sui mercati olandesi si potrebbe oggi acquistare zucchero tedesco ad un prezzo inferiore a quello di vendita dello zucchero governativo in Inghilterra.

 

 

Nuovo contrattacco del Governo inglese; il quale proibisce l’importazione dello zucchero dall’estero, fino al giorno in cui non sia esaurito lo stock dei 18 milioni. Paghino pur caro gli inglesi lo zucchero Lloyd-georgiano, ma i tedeschi siano costretti a tenersi il loro zucchero a buon mercato! Le cose stanno a questo punto: ma non pare che possano finire lì. Già si vede lo zucchero tedesco andare in Olanda, in Svizzera, nei paesi Scandinavi, ed ivi servire al consumo diretto ed essere trasformato in cioccolato. In un modo o nell’altro, sotto bandiera neutrale, l’America, la quale prima consumava i 18 milioni di zucchero di canna venduto all’Inghilterra, dovrà riempire il vuoto e lo dovrà riempire con zucchero tedesco snazionalizzato. Alla fine di questa tragicommedia zuccheriera, vi sarà tra i due litiganti uno che se la godrà: l’America, la quale avrà venduto caro all’Inghilterra per ricomprare a buon mercato dalla Germania.

 

 

I due belligeranti si saranno arrecato un grosso danno a vicenda: ma appunto perché il danno sarà reciproco, nessuno dei due avrà ricevuto un beneficio comparativo rispetto all’altro. La Germania avrà ancora venduto il suo zucchero all’Inghilterra; ma quella avrà venduto a buon mercato e questa avrà pagato caro. Ecco le trasformazioni del commercio in tempo di guerra.

 

 

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È noto come sui giornali tedeschi venga fatta una intensa propaganda affinché i privati portino tutto il loro oro alla Reichsbank per riceverne in cambio biglietti. Risultati notevoli furono ottenuti; e sembra che la campagna attuale abbia contribuito moltissimo a combattere il pregiudizio della tesaurizzazione che anche nella colta Germania era ancora diffuso in qualche angolo remoto della campagna. Tra i mezzi più efficaci adottati nella Sassonia fu la promessa fatta dai giornali di dare un premio crescente a chi portava loro mille, diecimila, centomila marchi in oro da versare nella cassa della Banca imperiale. La unione dell’appello patriottico all’offerta di lucro ha prodotto mirabili risultati specie nei distretti rurali. A questo proposito la Kolnische Volkszeitung ricorda che, durante la terribile crisi del settembre 1907 negli Stati Uniti, essendosi verificata anche là un’affannosa caccia all’oro, ed un tesoreggiamento pauroso da parte dei privati, il banchiere Morgan applicò un mezzo singolare per far riaffluire l’oro alle banche. Ogni giorno, per un pezzo, ebbe cura che tutti i giornali pubblicassero notizie di rapine, furti, scassi, il cui risultato era la scomparsa ad opera di abili ladri, del piccolo tesoro aureo che i risparmiatori paurosi avevano ritratto dalle banche e tenevano in casa. La lettura ripetuta di queste notizie e dei relativi commenti ebbe l’effetto sperato; posti tra l’incudine del temuto fallimento delle banche e il martello della visita dei ladri molti riportarono l’oro alle banche. Se non è vera, è ben trovata.

 

 

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Un problema assai discusso in ognuno dei paesi belligeranti e non ignoto in Italia è il seguente: devono le società anonime ripartire i loro soliti dividendi? Non passa giorno senza che la Frankfurter Zeitung non discorra di dividendi pagati, o dimezzati o sospesi di qualche società anonima; in ogni numero dell’Economist inglese c’è una lista di dividendi sospesi; e fece colpo l’annuncio che persino il Credit Lyonnais in Francia aveva deciso di sospendere il pagamento del suo dividendo. In questo caso, si seppe subito la ragione: un decreto governativo, il quale dichiarava che non avrebbero potuto conservare i vantaggi della moratoria rispetto ai propri depositanti e creditori quelle banche od altre società anonime le quali avessero pagato dividendi agli azionisti. E si capisce; prima occorre mantenere integralmente i propri impegni verso i depositanti e creditori; e poi si possono ripartire dividendi tra gli azionisti.

 

 

Così pure è ragionevole la sospensione del pagamento del dividendo in quei casi nei quali la società ha essa stessa i propri fondi liquidi colpiti da moratoria o quando è colpita talmente dalle conseguenze della guerra che si troverebbe in gravi imbarazzi per procacciarsi il necessario capitale circolante se ripartisse i propri fondi liquidi tra gli azionisti. Questi ben comprendono che l’ossequio al loro stretto diritto significherebbe un danno grave al loro patrimonio e forse la rovina della società.

 

 

Non è utile invece la pura e semplice pratica del tesoreggiamento da parte delle società anonime, così come non lo è da parte dei privati. Se la società ha realmente guadagnato i suoi dividendi, se essa possiede i fondi disponibili all’uopo, se non si prevede alcun grave imbarazzo alla gestione dell’impresa sociale, non v’e` ragione di tesoreggiare i dividendi. Ciò può voler dire: imbarazzi non lievi per gli azionisti che hanno fatto un impero di capitale e forse possono aver bisogno del dividendo per vivere; necessità per costoro di ricorrere a prestiti usurai scredito per le azioni, le quali possono venire forzatamente sul mercato. E queste considerazioni acquistano molto peso, specialmente quando si tratta di società i cui titoli sono largamente diffusi tra i medi e piccoli capitalisti e costituiscono un impiego raccomandabile per i padri di famiglia. In questi casi, è conveniente che le società facciano ogni sforzo per pagare i dividendi consentiti dai risultati dell’annata, distribuendone all’occorrenza il pagamento in più rate, in guisa da contemperare l’interesse degli azionisti e la sicurezza finanziaria dell’ente sociale.

 

 

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