Le dichiarazioni del nuovo ministro delle finanze

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/07/1925

Le dichiarazioni del nuovo ministro delle finanze

«Corriere della Sera», 24 luglio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 382-385

 

 

 

L’esposizione dell’on. Volpi al consiglio dei ministri contiene la conferma delle dichiarazioni fatte dal precedente ministro delle finanze intorno alle condizioni del bilancio. L’esercizio 1924-25 si chiuse con un avanzo effettivo di competenza di 209 milioni di lire. È un risultato di cui bisogna grandemente compiacerci.

 

 

L’ultimo anno in cui il bilancio italiano si chiuse con un avanzo fu il 1910-11; e l’avanzo fu di 11,57 milioni. Dopo d’allora la differenza passiva (disavanzo) fra le entrate effettive e le spese effettive fu la seguente (in milioni di lire):

 

 

Guerra libica

1911-12

– 111,8

 

1912-13

– 257,5

 

1913-14

– 163,9

Guerra europea

1914-15

– 2.835,4

 

1915-16

– 6.891,5

 

1916-17

– 12.250,2

 

1917-18

– 17.766,1

 

1918-19

– 22.775,7

Liquidazione della guerra

1919-20

– 7.885,9

 

1920-21

– 17.409,0

 

1921-22

– 15.760,4

Ritorno ai bilanci di pace

1922-23

– 3.028,8

 

1923-24

– 418,4

 

1924-25

+ 209,0

 

 

 

Giova notare, come ripetutamente fa osservare il relatore dei consuntivi dal 1912-13 al 1923-24 alla giunta generale del bilancio della camera, on. Olivetti, che i bilanci «di liquidazione» segnalano disavanzi, i quali in parte dovettero essere addebitati ai bilanci «di guerra», perché molte spese, già sostenute prima del 1919-20, furono liquidate e registrate solo negli esercizi successivi.

 

 

Giova notare altresì che i risultati ora detti sono di competenza, ossia comprendono all’entrata, non solo i proventi riscossi, ma anche quelli rimasti da riscuotere; ed all’uscita non solo le spese pagate, ma anche quelle rimaste da pagare. Il conto di «cassa», che sarebbe il conto della serva, dà per il 1924-25 risultati assai più favorevoli: incassi 20,6 miliardi; spese 18,5. Avanzo di cassa 2,1 miliardi. L’avanzo di cassa non si può dire un vero avanzo; poiché dei 2,1 miliardi incassati e non spesi solo 0,2 sono un vero risparmio definitivamente acquisito al tesoro ed i restanti 1,9 miliardi sono rimanenze provvisorie che restano in cassa sino al momento in cui dovranno pagarsi le spese per ora non ancora liquidate.

 

 

Sebbene non si tratti di un vero avanzo, la rimanenza di cassa è assai vantaggiosa. Il tesoro se ne può servire e se ne servì infatti per ridurre i debiti a breve scadenza specie di buoni ordinari. A che pro tenere in vita dei debiti e pagare su di essi fior di interessi, quando in cassa ci sono i danari disponibili per spese non ancora liquide? Usiamoli frattanto a ridurre i debiti. Così si fece nell’esercizio 1924-25 riducendo il debito interno da 93.163 milioni, quale era al 30 giugno 1924, a 90.841 milioni al 30 giugno 1925. Ci sarà sempre tempo ad emettere i buoni ritirati quando effettivamente le spese, rimaste sospese, dovranno erogarsi.

 

 

Oltre a guadagnare, frattanto, gli interessi sul debito che si riduce, sia pure momentaneamente, c’è un altro vantaggio nell’avanzo di cassa. Non di rado, oserei dire spesso, le spese del 1924-25 non pagate in quell’esercizio, non si fanno più. Scendono in un certo limbo che dicesi dei «residui passivi», da cui non riescono più ad uscire. Accade delle spese che, se non si fanno subito al tempo loro, non si fanno più. Si doveva costruire una strada con una spesa di 20 milioni e non si riuscì a cominciarla nel 1924-25? La si comincerà, sì o no, nel 1926-27; ma gli uomini, gli ingegneri, il tempo destinati a condurla a termine, impediranno che nel 1926-27 si possa iniziare un’altra strada per cui erano stati stanziati in quell’anno altri 10 milioni. Quella spesa si fa; ma il farla ne allontana un’altra. In fondo, quanto a danari, è come se i 10 milioni fossero definitivamente risparmiati.

 

 

Nell’avanzo di cassa c’è una cifra che non si sa come andrà a finire: quella di un miliardo e più di interessi stanziati e non pagati per i debiti esteri. Giova sperare che la formula, concordata, del pagare secondo la capacità dell’Italia a pagare, riduca in avvenire al minimo le effettive erogazioni sotto questo capitolo.

 

 

Oltre queste confortanti conferme dei risultati di bilancio già annunciati dall’on. De Stefani, il ministro delle finanze ha fatto alcune sobrie dichiarazioni riguardo all’avvenire. Quella per cui egli promette che il governo farà ogni sforzo per mantenere il pareggio, contenendo rigorosamente le spese entro i limiti delle entrate, e intensificando la eliminazione delle spese non necessarie, trova tutti consenzienti. La pressione tributaria è giunta a tal segno che la più equa ripartizione dei carichi tributari non può sperare di attuarsi se non con un abbassamento delle punte sovra tassate.

 

 

Il ministro provvederà certamente, passato il primo periodo di orientamento, a chiarire alcune dichiarazioni le quali furono da altri interpretate in modi svariati. Allo scopo di diminuire la bilancia commerciale passiva si è data e si darà, disse il ministro, una sistemazione alla questione dello zucchero. Io credo che ciò significhi abbassamento o tutt’al più mantenimento dell’attuale dazio di 9 lire-oro sullo zucchero estero. Se, nonostante siffatto dazio, in se stesso molto alto, qualche fabbrica male situata dovrà chiudersi e l’Italia dovrà importare una certa quantità di zucchero dall’estero, non potrà non trarne vantaggio la bilancia commerciale italiana; poiché terre, capitali e lavoro rimasti liberi da una produzione dimostratasi di fatto troppo costosa, potranno dedicarsi a produzioni assai più remunerative e dare tale incremento all’esportazione da controbilanciare e sorpassare la spesa necessaria ad acquistare zucchero straniero. L’importazione dall’estero di zucchero, come di carbone o di frumento o di cotone o di cellulosa può essere vantaggiosissima se ciò è il risultato della decisa volontà degli italiani di dedicarsi a produrre cose nella cui esportazione essi eccellono. I lucri ottenuti esportando canapa, pesche, automobili, seta artificiale, dimostrano quanto sia grande la genialità e lo spirito di intrapresa degli italiani quando siano lasciati liberi di percorrere le vie che ad essi piacciono meglio. Non bisogna mai stancarsi di ripetere che per conquistare il mondo, per esportare grandiosamente condizione necessaria è: importare moltissimo.

 

 

Le parole meditate del ministro sulla circolazione cartacea «il cui severo controllo e il cui mantenimento nei limiti strettamente necessari rientrano nel programma fondamentale del governo nazionale» hanno altresì dato luogo a contrastanti interpretazioni. V’ha chi ha preteso di vedere in queste parole la promessa di non arretrare dinanzi ad un aumento della circolazione quando ciò sia «necessario ai bisogni del commercio». Se così fosse, la dichiarazione avrebbe d’uopo di qualche chiarimento tecnico; poiché non esiste alcun criterio per definire in modo soddisfacente la necessità che legittimerebbe l’emissione dei biglietti. Coloro, però, i quali così interpretano la parola del ministro, hanno fatto astrazione dal contesto della esposizione, da cui parmi risultare evidente che il tesoro e gli istituti di emissione intendono soddisfare alle necessità del commercio entro i limiti in cui siffatto soddisfacimento non riesce dannoso alla stabilità della lira e al pareggio del bilancio. Poiché questa è certamente la premessa – che non si può neppure dire tacita, tanto è chiara la volontà di conseguire quegli scopi – della politica monetaria del governo, un limite infrangibile è posto all’aumento della circolazione. Limite elastico, per tener conto «delle coperture di fine semestre e delle consuete esigenze stagionali» ma, nel suo andamento permanente, insormontabile.

 

 

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