Le dichiarazioni di Harding sui debiti dei popoli usciti dalla guerra

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 06/03/1921

Le dichiarazioni di Harding sui debiti dei popoli usciti dalla guerra

«Corriere della Sera», 6 marzo 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 53-55

 

 

 

Il nuovo Presidente non ha voluto lasciar passare l’occasione del suo insediamento alla Casa bianca senza parlare della questione dei debiti. Egli ha detto infatti:

 

 

«Sopra di noi come su tutte le nazioni colpite dalla guerra pesa un carico scoraggiante di debiti e noi non possiamo tralasciare di far fronte a simili impegni. Nessuna civiltà potrebbe sopravvivere alla violazione degli impegni presi».

 

 

Non sappiamo se quest’ultima frase di Harding si riferisca soltanto al debito interno degli Stati uniti o se si estenda anche ai debiti degli alleati. In ogni modo a proposito dell’ultima sentenza conviene notare come gli storici non siano d’accordo sulla necessaria scomparsa della civiltà in seguito alla cancellazione dei debiti. La Francia operò la famosa cancellazione dei due terzi del suo debito antico; e mai il suo credito fu più alto come dopo quel giorno, essendosi i creditori persuasi che il ripudio dei due terzi garantiva l’esatto servizio del terzo rimasto in vita e dei nuovi debiti aggiunti agli antichi. Né risulta che gli Stati uniti siano scomparsi dal novero dei paesi civili solo perché gli stati ex sudisti ostinatamente si rifiutano ancor oggi di pagare i debiti sacrosantamente contratti durante la guerra di secessione.

 

 

Lasciando star da un canto la civiltà, è però certo che gli stati hanno interesse ed un interesse di prim’ordine a far fronte ai proprii impegni; hanno interesse a mantenere alto il proprio credito col pagare i debiti contratti.

 

 

Il signor Harding ben sa tuttavia che i debiti della Francia, dell’Italia, del Belgio verso gli Stati uniti e verso l’Inghilterra non sono debiti propriamente detti. Sono il riconoscimento di forniture di frumento, di ferro, di carbone, di cotone, di munizioni fatte da alleati ad alleati, per la condotta della guerra comune. Quelle forniture furono fatte dagli Stati uniti senza alcuna mira di lucro. Lo afferma, nel messaggio medesimo, il signor Harding quando dice che «il disinteresse degli Stati uniti è un fatto provato».

 

 

Siamo ben lieti di riconoscere il disinteresse americano e di prenderne atto. Ciò vuol dire che gli Stati uniti, entrando in guerra, non intesero sottrarsi ad alcuno degli obblighi di solidarietà contratti con la loro solenne decisione. Essi non vollero certamente che i loro sacrifici di sangue e di denaro fossero, pur fatta ragione al tempo differente per cui la guerra durò per le diverse nazioni, minori di quelli degli alleati. Come si potrebbe invero parlare di «disinteresse provato» se gli Stati uniti godessero dei medesimi vantaggi derivanti dalla pace vittoriosa, della medesima liberazione «dalla minaccia contro la libertà e la civiltà» – sono altre parole di Harding – con un sacrificio di gran lunga minore di vite e di denaro? L’Europa non si rammarica che i morti americani siano stati poche decine di migliaia contro ai milioni di caduti nostri; ma attende che il «disinteresse» americano si manifesti alla prova del giusto reparto dei sacrifici materiali fra tutti i collaboratori alla grande impresa. Francia ed Italia intendono pagare i loro debiti; ma hanno ferma fiducia che contro alla partita passiva dei debiti, gli Stati uniti spontaneamente vorranno collocare la partita, non certo minore, delle spese sopportate da noi nell’interesse della causa comune e perciò americana. Essi attendono che gli Stati uniti e l’Inghilterra scrivano altresì, nella pagina che fronteggia quella dei debiti, i guadagni ottenuti sulle forniture fatte agli alleati e sui trasporti marittimi. E poiché le forniture nordamericane ed inglesi furono consumate dall’Italia e dalla Francia per scopi economicamente improduttivi, sebbene politicamente del massimo valore per tutto il mondo, l’aggiungere ogni anno gli interessi alla cifra del debito contratto per quelle forniture non apparirà certo al signor Harding compatibile col disinteresse di cui il suo paese ha dato prova.

 

 

È vero dunque: bisogna far fronte all’obbligo di pagare i debiti. Ma è vero altresì che uno dei modi di pagare i debiti è la compensazione; e che il credito della Francia e dell’Italia verso gli Stati uniti e l’Inghilterra per i maggiori sacrifici sopportati per la causa comune è altrettanto sacro e inviolabile quanto il credito degli Stati uniti e dell’Inghilterra per i prestiti concessi nel momento dell’urgenza comune alla Francia ed all’Italia.

 

 

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