Le dichiarazioni di MacDonald e i debiti interalleati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 31/05/1924

Le dichiarazioni di MacDonald e i debiti interalleati

«Corriere della Sera », 31 maggio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 728-730

 

 

 

La risoluta questione della terra del Giuba, la fiducia nell’accordo marittimo per il Mediterraneo, la rinsaldata amicizia anglo-italiana: ecco alcuni simpatici spunti della conversazione del primo ministro britannico coi giornalisti italiani; e ad essi risponde simpaticamente l’opinione pubblica nazionale. Noi non abbiamo nessuna fondamentale ragione di dissenso con la Gran Bretagna; e molti sono i punti in cui gli interessi dei due paesi coincidono compiutamente. Principale tra essi la libertà del Mediterraneo: l’Italia, che in questo mare è chiusa, altro non brama se non di essere assicurata che le due porte di Suez e di Gibilterra resteranno aperte; laddove l’Inghilterra, per la quale il Mediterraneo è una via obbligata di passaggio alle Indie, ha i medesimi interessi. Le porte di cui essa per ragioni storiche detiene le chiavi, giovano all’Inghilterra sin che sono aperte. Uno stato di lotta con le potenze mediterranee, e sovratutto con l’Italia, che la obbligasse a sforzi troppo grandi per conservare la libertà del transito attraverso questo grande corridoio, renderebbe inutile il possesso delle porte. L’equilibrio delle forze nel Mediterraneo, l’opposizione ad ogni supremazia sul continente europeo sono oggi gli interessi prevalenti dell’Inghilterra e dell’Italia. Ogni parola franca che riaffermi su queste basi di comune vantaggio la tradizionale amicizia tra i due paesi non può che avere la più favorevole eco tra gli italiani.

 

 

Meno recise sono state le dichiarazioni del primo ministro rispetto alla questione dei debiti. Si vede che il governo laburista è ansioso di risolverla definitivamente; ed è chiaro che, alla pari dei suoi predecessori, il signor MacDonald non la concepisce a sé, avulsa da tutte le altre questioni che dall’armistizio in poi tengono agitata l’Europa. Debiti interalleati, riparazioni tedesche, sistemazione definitiva dell’Europa formano un tutt’uno, le cui parti s’ingranano una nell’altra, sicché a mutar la posizione di un piccolo ordegno del meccanismo l’intero equilibrio rimane rotto. In questo senso, e in questo senso soltanto della solidarietà stretta di tutti gli aspetti del problema europeo, noi possiamo ammettere che la lettera della proposta Balfour di cancellazione dei debiti interalleati oggi non esista più. Quella proposta non stava a sé, ma era ingranata in un più vasto disegno di soluzione del problema europeo. Caduto questo per mancata accettazione da parte della Francia, cadono tutte le parti del disegno. Ma se la forma peculiare è caduta, lo spirito rimane vivo; e il signor MacDonald riafferma che il suo governo è altrettanto ansioso quanto quello conservatore del 1923 di regolare la questione dei debiti in modo definitivo, mediante una sistemazione internazionale.

 

 

Noi siamo sicuri che, quando il momento della sistemazione integrale sarà giunto, l’Inghilterra dovrà riconoscere che Francia e Italia nulla debbono all’infuori di quanto potranno trasferire ai paesi creditori in conto delle riparazioni tedesche. E siamo tentati di credere che se l’Inghilterra ha consentito a separare la soluzione del problema delle riparazioni tedesche da quello dei debiti interalleati, ciò ha fatto non per benevolenza verso la Germania, ma per fornire alla Francia e all’Italia una base sicura, accettata dalla Germania, per negoziare la riduzione del numero degli anni per cui l’economia tedesca sarà soggetta all’onere dei pagamenti riconosciuti equi dai periti contro la remissione dei debiti interalleati. Il signor MacDonald ritiene di non poter rinunciare, senza almeno un apparente compenso, ai crediti bellici. Egli deve persuadere un corpo elettorale operaio, meno generoso di quello che dava i voti ai conservatori, un corpo a cui par grave rinunciare a crediti cospicui mentre si pagano convenzionalmente sessanta milioni di sterline all’anno agli Stati uniti. Può quindi essere buona tattica di politica interna l’insistere formalmente su di un pagamento, su cui non si fa alcuna fidanza, solo per spingere ad una tale soluzione per le riparazioni tedesche, la quale consenta di dare un’apparenza di do ut des ad una rinuncia che non si vuol lasciar supporre incondizionata e gratuita.

 

 

Se noi non abbiamo veste di consiglieri in materia di tattica politica interna, dobbiamo tuttavia soggiungere che la connessione tra il pagamento dei debiti inglesi agli Stati uniti e il rimborso all’Inghilterra di almeno una equivalente somma da parte della Germania e degli alleati, è una connessione la quale anch’essa ha un puro valore di politica interna. Internazionalmente la connessione non esiste. L’Inghilterra ha creduto suo interesse di obbligarsi a pagare un’annualità al governo americano a titolo di rimborso dei debiti di guerra. Probabilmente essa ha giovato con ciò al suo credito. Il bilancio in avanzo, le imposte diminuite, specialmente a vantaggio della classe lavoratrice, provano che quell’atto non è rimasto senza una benefica ripercussione immediata. Dall’aver compiuto un atto inteso a proprio beneficio, l’Inghilterra non può trarre argomento per chiedere alla Francia e all’Italia l’ulteriore beneficio di un rimborso non dovuto. Non è possibile che da un lato si faccia ogni sforzo per ridurre al minimo le riparazioni tedesche e dall’altro, ponendo sullo stesso piano riparazioni dovute dal vinto e debiti contratti dagli alleati per la causa comune, si minacci di far percorrere all’Italia e alla Francia la stessa vicenda monetaria che ha scosso così profondamente l’economia tedesca e ancor oggi la tiene in equilibrio instabile.

 

 

Sfrondate dalle superstrutture interne interpretate alla luce della necessità di educazione di un corpo elettorale nuovo ai grandi problemi di politica estera, ridotte alla loro intima sostanza, le dichiarazioni di MacDonald ci paiono incoraggianti. Esse affermano sovratutto e quasi soltanto che il problema dei debiti interalleati è un problema subordinato. Bisogna lavorare alla pace europea, alla creazione di una nuova atmosfera di fiducia e di lealtà reciproca, di prosperità economica. In questo mondo nuovo, alla cui formazione tutti i popoli debbono collaborare, prenderà importanza il problema dei debiti interalleati.

 

 

Parrà strano che tanto si sia dovuto faticare per dimostrare la necessità e la giustizia della loro eliminazione.

 

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