Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Le difficoltà del ritorno al libero commercio frumentario

«Corriere della Sera», 25 giugno 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 221-226

 

 

 

Al 31 agosto 1921 il governo italiano si troverà sulle braccia una cospicua massa di frumento, 20 milioni di quintali e forse più, che gli agricoltori a gara gli avranno offerto al prezzo medio di 143 lire al quintale per il grano tenero e di lire 170 per il grano duro. Questa la previsione più probabile ad avverarsi, a meno che i prezzi sui mercati esteri non volgano decisamente al rialzo e rialzino altrui noli e cambi, così da rendere i cerealicultori desiderosi di correre l’alea del mercato.

 

 

Che cosa doveva fare il governo di questi 20 milioni di quintali? Poteva correre l’alea di guadagnare, tentando di comprare il frumento estero a meno di 143 lire e vendendo il pane sulla base di 143; ma doveva in tal caso conservare il monopolio rigido, con tutto l’armamentario dei consorzi, dei centri sbarco, che pare costino il finimondo, dei prezzi multipli del pane, ecc. ecc. Chi avrebbe assicurato lo stato contro le eventuali perdite, se il costo del frumento estero, reso ai consorzi, superasse le 143 lire?

 

 

Dunque, fu bene avviarsi alla libertà del commercio, lasciando libera ai privati l’importazione del frumento estero. La data della libera importazione del frumento fu fissata al primo settembre, per impedire che si importassero dall’estero, prima di quell’epoca, grosse partite per offrirle allo stato ai prezzi legali di 125 o 150 lire, come se fossero frumento nazionale. Al primo settembre il prezzo interno del frumento cesserà di essere fissato d’imperio; e ricomincerà a muoversi liberamente, ad andar su e giù, come portano le variazioni dei prezzi d’origine, dei noli e dei cambi. La Proposizione par semplice; ma porta a parecchie importantissime conseguenze.

 

 

In primo luogo, occorre che l’erario si rassegni a correre il rischio di perdite. Avrà acquistato 20 milioni di quintali di frumento nazionale a 143 lire e li dovrà vendere ai prezzi correnti del mercato, ora più ed ora meno, forse a 150, ma fors’anco a 125 od a 100 od a 80 lire. Non vedo che l’alea sia evitabile. Sarà l’ultima e definitiva espiazione di tutti gli errori od il coronamento delle allegate benemerenze della gestione del pane. Poi non ci si penserà più.

 

 

In secondo luogo, bisognerà avere i nervi tranquilli e non lasciarsi impressionare da variazioni anche notevoli del prezzo del frumento e quindi del pane. Se ad una opinione pubblica debole di nervi ed a giornalisti impressionabili rincrescesse di vedere i prezzi oscillare, bisognerebbe costruire una macchina complicata di dazi e premi a scala mobile. Ad esempio, se si volesse mantenere il prezzo all’interno sulle 143 lire, bisognerebbe pagare agli importatori un premio di 7 lire per quintale se il costo del frumento estero reso Genova fosse di 150 lire. Altrimenti, chi importerebbe con la spesa di 150, per vendere a 143? Viceversa, se il costo del frumento estero reso Genova fosse solo di 130 lire, bisognerebbe imporci sopra un dazio di introduzione di 13 lire; altrimenti il prezzo interno ribasserebbe anch’esso a 130 lire. Premi e dazi dovrebbero essere variati continuamente, di settimana in settimana; bisognerebbe controllare gli acquisti all’estero e le partite viaggianti, per dare ad ogni partita quel tal premio o far pagare quel tal dazio che si aveva in mira quando il contratto fu stipulato. Bisognerebbe che gli importatori fossero sicuri di collocare la merce ai prezzi calcolati. Un imbroglio da non averne l’idea; che fu sperimentato altre volte, con risultati disastrosi.

 

 

Se il prezzo ridiverrà variabile, come era prima della guerra, si impressioneranno agricoltori ed importatori.

 

 

I primi, per l’anno agrario 1921-22, non hanno in verità nulla da temere. Ricevono il prezzo pattuito, che è abbastanza remuneratore. Ma già li vedo agitarsi per le semine del prossimo autunno e dichiarare che non semineranno ove non siano sicuri di una adeguata protezione doganale. Prima della guerra il dazio protettivo sul frumento estero era di lire 7,50 per quintale; oggi lo stesso dazio, pagandosi in oro, sarebbe di 20 lire circa. A giorni vedremo a qual livello l’abbia fissato la nuova tariffa doganale. Contrario, come sono, al dazio sul grano, mi parrebbe un grave errore non cogliere oggi il momento per attenuarlo quando la Russia si è tolta dal novero dei paesi produttori ed importatori di frumento. Andiamo fatalmente incontro ad un periodo di prezzi a livello alto, più alto cioè del livello normale che si avrebbe se sul mercato mondiale Stati uniti ed Argentina dovessero subire la concorrenza della Russia; né par questo davvero il momento di elevare artificiosamente un livello di prezzi già alto.

 

 

Gli importatori, da anni distratti dal consueto ufficio, non si dolgono di vedere ripristinata la libertà del commercio frumentario e sperano di poter dimostrare la loro capacità ad approvvigionare i consumatori ad un costo minore dello stato. Ma per il momento sono timorosi dell’alea che loro sarà fatta correre dalle vicissitudini continue dei prezzi, dei noli e dei cambi. Nei nove mesi dall’agosto 1920 all’aprile 1921 si importarono quasi 21 milioni di quintali di frumento. Ove anche nei dodici mesi del 1921-22 quella cifra non dovesse essere superata, il fabbisogno di denaro necessario per muovere quella gran massa di frumento sarebbe grandioso: a 130 lire per quintale, sarebbero 2 miliardi e 730 milioni di lire. I negozianti dubitano di trovare tanto credito presso le banche, il quale valga a consentir loro di comprare ed importare tutto il frumento necessario al consumo; e dubitano ancor più di aver tanta forza da correre l’alea dei possibili ribassi dei prezzi e dei cambi. Un carico di 1.000 tonnellate – piccola cosa in confronto al fabbisogno totale – acquistato quando il prezzo nordamericano era di 1,67 dollari per bushel, il nolo di 6,90 dollari per tonnellata ed il cambio di 18,59, viene a costare all’importatore 140 lire per quintale sulla banchina di Genova. Ma se, mentre si carica e si trasporta, il cambio del dollaro scende a 15 lire ed i prezzi all’origine calano a 1,50 dollari per bushel, variazioni in sostanza non enormi, ecco che il prezzo in Italia scende a 93 lire per quintale, con una perdita di 47 lire per quintale e di 470.000 lire per il carico di 1.000 tonnellate.

 

 

Che l’alea di perdite tanto grosse renda peritanti gli importatori è plausibile e ragionevole. Che debba farci persistere nella gestione statale, no. A questa stregua lo stato avrebbe dovuto seguitare ad importare carbone, cotone, lana, pelli ed ogni sorta di derrate e materie prime; che in tutte le alee sono formidabili. Eppure, ben si trovarono privati disposti a correre i rischi per godere dei benefici eventuali. Bisogna aver fiducia nell’iniziativa individuale, nello spirito di avventura, nel desiderio di lucro. Bisogna sovratutto non distruggere l’iniziativa individuale lasciando temere che lo stato possa cambiare parere sul regime da seguire. Se il commercio avrà ragione di temere che lo stato lascerà a suo carico i ribassi e interverrà con calmieri e requisizioni in caso di rialzi, nessuno importerà neppure un quintale. Il primo requisito per la ripresa del commercio privato, è la certezza intorno alla permanenza del futuro regime legislativo.

 

 

Del resto, non è probabile che lo stato debba preoccuparsi soverchiamente del pericolo di lasciar mancare il paese di frumento. Se pericolo c’è, per ora è quello che lo stato si veda offerta troppa roba. Il fabbisogno di importazione sarà quest’anno minore del solito; forse notevolmente minore. In caso di necessità, lo stato potrà sempre importare, in concorrenza con i privati e vendendo a prezzi di mercato.

 

 

L’ostacolo maggiore alla ripresa dell’importazione privata sta nella deliberazione presa dal governo di conservare il prezzo politico del pane, prezzo che è diverso da quello economico. Oggi il prezzo del pane oscilla, a seconda delle qualità, fra 1,40 e 1,90 per kg, ed è in media di lire 1,55 (media di Torino), perché lo stato cede il frumento ai consorzi granari a 115 lire per quintale. Se il prezzo del pane dovesse adeguarsi al prezzo di mercato del frumento e se questo salisse a 143 lire, il prezzo medio del pane dovrebbe salire, aritmeticamente, a lire 1,90 per chilogrammo. Probabilmente, non salirebbe tanto; che il pane oggi è gravato di spese di macinazione e panificazione fantastiche, e su di uso gravano le spese, pure stravaganti, dei consorzi e dei centri sbarco. La concorrenza dovrebbe operare tagli notevoli su questi elementi di costo; sicché forse, il prezzo del pane non avrebbe bisogno di salire troppo sopra il limite medio attuale di lire 1,55 e potrebbe stare sotto le 1,90 calcolate aritmeticamente. Se poi il prezzo estero ribassasse a 120 lire, non farebbe d’uopo apportare alcun aumento e forse si avrebbe già qualche vantaggio. Il consumatore, tutto sommato, ha maggiore ragione di compiacersi che di dolersi della ristabilita libertà di commercio.

 

 

Saranno però ristabiliti i prezzi liberi od economici del pane? Parrebbe, a leggere il comunicato ufficiale, che si debbano a questo riguardo distinguere due periodi: nel primo, dal primo luglio al 31 agosto, il prezzo del pane sarà fissato sulla base di un prezzo di vendita del frumento tenero dallo stato ai mulini di 128 lire; nel secondo, il prezzo del pane sarà libero, perché essendo libera l’importazione del frumento estero, il prezzo del pane si adeguerà al costo del frumento estero reso ai mulini.

 

 

Nel primo periodo, è certo che lo stato perderà la differenza fra lire 143, prezzo medio di costo per esso, e 128, prezzo di vendita ai mulini; nel secondo periodo, lo stato corre l’alea di guadagnare o di perdere, sulla rimanenza sua di frumento a quella data, a seconda che il prezzo del frumento estero sarà maggiore o minore di 143 lire. Facendo il caso più sfavorevole e per ora più conforme ai fatti, che cioè lo stato debba perdere, perché il frumento estero costerà meno di 143 lire, bisogna riconoscere che nel secondo periodo la eventuale perdita sarà l’inevitabile conseguenza del passaggio al sistema della libertà di commercio. Data questa, lo stato, per vendere, dovrà seguire le oscillazioni del mercato, sotto pena di restare con tutto il suo grano invenduto, ove pretenda un prezzo maggiore di quello corrente.

 

 

La perdita certa del primo periodo dei due mesi di luglio ed agosto, supposto un consumo mensile di 3 milioni e mezzo di quintali, sarà in complesso di 7 milioni per 15 lire ossia un centinaio circa di milioni. Deliberandola, il governo ha fatto opera contraria alla legge 27 febbraio, la quale al suo articolo 2 stabilisce che il prezzo di cessione del frumento al consumo debba essere uguale al prezzo medio di costo del cereale nazionale comprensivo del prezzo base di requisizione (125 lire), dei premi e sovraprezzi regionali (in media lire 12,50) e delle spese di gestione (5 lire), ossia in tutto circa 143 lire. Vendendo il frumento ai mulini a 128 lire, il governo fa perdere allo stato, contro legge, lire 15 per quintale. L’ossequio alle norme costituzionali vorrebbe che il governo chiedesse al parlamento l’autorizzazione ad iscrivere questa perdita di 100 milioni nel bilancio della spesa.

 

 

Senza dubbio, se il regime di vincolo dovesse durare a lungo, sarebbe dovere del governo di far ciò, trattandosi di perdere certamente 50 milioni al mese, ossia 600 milioni di lire all’anno. Ma, poiché si tratta di un regime provvisorio da durare due mesi soltanto; e poiché dal primo settembre sarà ristabilita la assoluta libertà del commercio interno ed estero e poiché il ristabilimento della libera contrattazione è un beneficio grandissimo, non sembra valga la pena di far affrontare dal governo una battaglia parlamentare per una piccola questione. Il vero problema che il parlamento deve oggi affrontare è quello del regime doganale del frumento, dal primo settembre in poi. Su di che per ora il governo è muto, in attesa dell’aspettatissima nuova tariffa doganale.

 

 

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