Le difficoltà di nuove imposte

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 04/06/1901

Le difficoltà di nuove imposte

«La Stampa», 4 giugno 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 368-371

 

 

Vi è fra i lavori che un ministro delle finanze deve ogni tanto imporsi uno il quale si presenta in particolar modo difficile: la ricerca di una nuova base imponibile.

 

 

Oramai tutto sembra essere tassato in Italia; e nulla pare sfugga agli occhi indagatori del fisco; ed ove talvolta qualche nuova sorgente di reddito si scopra, ben presto si va incontro ad un’amara delusione, poiché un’altra sorgente, la quale prima gittava largo frutto, si inaridisce a causa della contrazione dei consumi.

 

 

Nella ricerca di nuove fonti di reddito, i nostri ministri delle finanze sono angustiati ancora da un altro fatto: dalla consapevolezza cioè che esiste una grande massa di reddito e di capitali i quali sfuggono in tutto od in parte all’imposta; vogliamo accennare ai capitali mobiliari. Mobilissimi, quasi fluidi ed inafferrabili, essi sfuggono di tra le mani dell’agente delle imposte; riescono, quando non siano investiti in titoli di debito pubblico, a pagare una imposta di ricchezza mobile inferiore a quella dovuta; circolano sempre, anche se si tratti di consolidato, di mano in mano senza assolvere tributo; sono trasmessi in eredità senza che l’erede si curi di denunciarne l’ammontare al ricevitore del registro.

 

 

La ricchezza fondiaria ed i capitali immobilizzati in forme tangibili pagano invece allo stato alte imposte del 10, del 20 e talvolta persino del 40 e del 50% del reddito; ed assolvono alla morte dei loro proprietari gravose imposte ereditarie sul valore capitale.

 

 

Il sentimento di giustizia verrebbe ad ogni modo poco gravemente offeso se si trattasse di piccole somme, la cui imposizione non potesse dare frutti rilevanti allo stato. Trattasi invece di capitali vistosi, la cui importanza tende a crescere. Numerosi calcoli furono fatti a tale riguardo. L’onorevole Gagliardo calcolò che solo nelle casse di risparmio ordinarie si raccoglievano nel 1892 su libretti rimborsabili al portatore 1.200 milioni, che, suddivisi pel numero degli anni costituenti la media sopravvivenza dell’erede o legatario a coloro che morendo lasciano beni, dovrebbero annualmente concorrere alla tassa di successione con l’imponibile di 33 milioni; mentre contribuiscono per un 2 o 3 milioni appena. Aggiungeva l’on. Gagliardo che il capitale effettivo delle azioni, obbligazioni ed ogni altro titolo negoziabile, titoli di stato, poteva nel 1892 valutarsi in 5.500 milioni, di cui almeno due terzi (cioè 3.600 milioni) al portatore, che avrebbero dovuto contribuire all’imposta ereditaria mediante 100 milioni l’anno, mentre non vi contribuivano che per 10 milioni.

 

 

Il debito pubblico dello stato al portatore ammontava inoltre a circa 6 miliardi e 700 milioni, che avrebbero dovuto contribuire all’imponibile della tassa di successione per circa altri 100 milioni, mentre non ne offrivano più di 15 o 16. In tutto erano 204 milioni all’anno di materia imponibile che sfuggiva all’imposta.

 

 

Secondo calcoli più recenti dell’on. Rubini, i titoli al portatore, di stato e privati, che si trovano nel regno, ascendono ad 8 miliardi, e di essi ben 6 miliardi e 500 milioni sfuggono all’imposta ereditaria.

 

 

Senza alcun dubbio noi ci troviamo qui di fronte ad una grave ingiustizia. Dal punto di vista della equità tributaria e delle tassative disposizioni statutarie tutti i cittadini devono contribuire alle pubbliche spese in proporzione alle loro entrate. Invece da un lato i detentori della ricchezza immobiliare sono fortemente tassati e non possono occultare la menoma parte dei loro redditi, e dall’altro lato i detentori della ricchezza mobiliare sfuggono all’imposta in gran parte mercé agevoli occultamenti.

 

 

Se fosse possibile trovare un metodo per colpire codesta ricchezza e colpirla senza troppe vessazioni, nessun dubbio vi sarebbe sulla opportunità di adottare quel metodo. Convenienza e pratica finanziaria hanno impedito finora e forse sconsigliano altresì nel presente di tassare, come giustizia vorrebbe, la ricchezza mobiliare. Già quando nel novembre scorso fu proposto di applicare una imposta di 10 centesimi all’anno per ogni 100 lire di rendita, si osservò che si correva il pericolo di svilire la rendita stessa, di alienare le simpatie dei portatori stranieri, e si disse: «Non è forse meglio rinunciare al piccolo provento presente dei 10 centesimi e porsi in grado di poter convertire più presto la rendita dal 4 al 3,50 od al 3,25% netto, con un guadagno di gran lunga più rilevante?» Per questi motivi la tassetta dei 10 centesimi non fu bene accolta.

 

 

Nello stesso modo si muovono oggi critiche al disegno di legge che si dice sia in animo del ministro delle finanze proporre per aumentare la tassa di circolazione e negoziazione sulle cartelle, i certificati, le obbligazioni, azioni ed altri titoli di qualunque specie e denominazione dall’1,80 al 3 per mille.

 

 

L’aumento sarebbe un mezzo accorto per fare contribuire un po’ più fortemente alle spese pubbliche alcuni titoli mobiliari che ora vi sfuggono. Senza dubbio la giustizia tributaria sarebbe rispettata da una norma che facesse pagare il 3 per mille ad una ricchezza circondata da tanti privilegi tributari di fatto.

 

 

Si obbietta tuttavia che in pratica il vantaggio finanziario dello stato sarebbe superato dalle perdite economiche del paese. I nostri titoli di stato e privati hanno d’uopo, per ragioni di varia indole, di essere più largamente conosciuti ed apprezzati dal pubblico; e codesto pubblico lo devono cercare, almeno in parte, all’estero, poiché il mercato nazionale non ha una sufficiente capacità di assorbimento. Ora, una condizione prima perché i titoli nostri siano apprezzati dai risparmiatori consiste nella stabilità del loro reddito, e nella certezza che aumenti continui d’imposta non lo vengano a falcidiare in guisa imprevedibile.

 

 

È vero che i titoli di rendita italiana non pagano la tassa di circolazione e non pagheranno perciò il proposto aumento; ma la pagano le obbligazioni ferroviarie, che hanno un larghissimo mercato all’estero, e la pagano le azioni e le obbligazioni di numerose società bancarie ed industriali, le quali sono state fondate mercé il concorso di capitalisti stranieri. Un aumento dell’imposta di circolazione nel momento presente potrebbe operare nel senso di respingere la corrente di capitali stranieri, che per fortuna nostra accenna a riversarsi in Italia non solo dalla Svizzera e dalla Germania, ma altresì dalla Francia.

 

 

Spesso accade che le norme della pura giustizia non si possano seguire. Questo è oggi il caso della imposta sulla ricchezza mobiliare. Occorre risparmiare i capitali mobili, perché accorrano a fecondare il suolo d’Italia, e diano frutti abbondanti.

 

 

Dopo, quando alle speranze della primavera succederanno i raccolti dell’autunno, sarà giunto il momento per lo stato di farsi avanti a stendere la mano per raccogliere la sua quota della nuova ricchezza creata dai capitali mobiliari col favore dell’esenzione tributaria.

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