Le elezioni britanniche

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 06/12/1923

Le elezioni britanniche

«Corriere della Sera», 6 dicembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 483-487

 

 

 

La battaglia elettorale che si sta decidendo in Inghilterra ha un significato il quale va al di là dei confini del paese in cui essa è combattuta. Se il verdetto elettorale sarà favorevole al programma protezionistico del signor Baldwin, in tre settimane sarà rovesciato un sistema di politica commerciale che aveva costato dieci anni di lotte memorande. Sorta dapprima a Londra in principio del 1835, la lega per l’abolizione dei dazi sui cercali ha il suo atto di nascita il 24 settembre del 1837 a Manchester. Bright, Cobden, Villiers si mettono alla testa del movimento. Nel marzo del 1839 Villiers presenta alla Camera dei comuni la mozione per l’abolizione dei dazi sui cereali e la vede respinta con 342 voti contro 195. Lord Melbourne, capo del governo, alla Camera dei lordi dichiara che quella proposta è la più pazza e selvaggia che potesse uscire dalla immaginazione di un uomo. Ma i difensori della libertà degli scambi non si arrendono. Ogni anno Villiers ripresenta la sua mozione alla Camera dei comuni. Ancora nel 1845 appena 121 votavano in suo favore contro 213. Durante un acceso dibattito alla Camera dei comuni, il primo ministro e capo dei conservatori, sir Robert Peel, insorgeva eccitatissimo accusando Riccardo Cobden di averlo voluto fare assassinare. Ma l’opera di propaganda della Lega contro i dazi era divenuta così intensa; l’opinione pubblica era così manifestamente favorevole, che lo stesso sir Robert Peel, il 27 gennaio 1846, proponeva alla Camera dei comuni l’abolizione dei dazi sui cereali ed il 16 maggio ne otteneva l’approvazione con 327 voti contro 229.

 

 

Dopo 77 anni il governo inglese chiama gli elettori a pronunciarsi contro la politica che parve per tanto tempo sangue e vita di quel grande paese. La rapidità con cui il mutamento dovrebbe compiersi è in vivo contrasto con la strenua e lunga battaglia che allora dovettero durare Cobden ed i suoi seguaci. Identici o quasi i motivi occasionali della riforma: alti prezzi delle derrate alimentari per cattivi raccolti, miseria e fame nelle masse, disoccupazione – ecco le leve umane della vittoria liberista nel 1846 -; e di nuovo oggi la disoccupazione e la miseria forniscono l’argomento più potente in mano ai protezionisti per ottenere voti a favore del ripristino dei dazi. I fatti giustificano la profezia dei cobdeniti del 1846.

 

 

Le parole pronunciate da sir Robert Peel quando il 29 di giugno del 1846 cadde, su un dibattito irlandese, dal governo, rimasero per lunghi anni scolpite nel cuore delle masse lavoratrici:

 

 

«Può darsi che io lasci un nome che sarà talvolta ricordato con affetto nelle capanne di coloro la cui sorte di faticare e di guadagnare il pane quotidiano col sudore della fronte, quando essi ricupereranno le loro forze esaurite grazie ad un cibo abbondante ed immune d’imposta, tanto più dolce in quanto non sarà inacidito da un sentimento di ingiustizia».

 

 

Gli anni i quali corsero dal 1846 alla fine del secolo furono davvero l’età dell’oro delle moltitudini; non mai nella storia esse migliorarono tanto le loro condizioni materiali e morali.

 

 

Riuscirà ad eguale effetto, se vincitore, il nuovo vangelo protezionistico? È lecito dubitarne, quando si pensi che esso medita di curare il male della disoccupazione con un rimedio, il quale non può applicarsi alla grande maggioranza delle industrie esportatrici, in cui è appunto massima la disoccupazione. Della jattura la quale colpirà le masse dovrà dirsi colpevole sovratutto il partito laburista, che di esse si proclama difensore. Col gittare in mezzo all’elettorato il pomo della discordia dell’imposta straordinaria sul capitale, ha disorientato i partiti, ha buttato tra le braccia dei conservatori protezionisti tutti coloro i quali temono più la confisca del patrimonio proprio che non il danno generale dei dazi protettori, ha eccitato gli spiriti nazionalistici timorosi della fuga dei capitali e del ribasso della sterlina. Già il leader dei laburisti si duole della mossa sbagliata; ma è impresa sovrumana cambiar fronte a mezzo della battaglia e non sembra che nel campo operaio serpeggino i condottieri napoleonici.

 

 

Discutendo di quel che accadrebbe se vincessero i protezionisti britannici non si vogliono azzardare pronostici. Può anche darsi che la battaglia, combattuta da tre eserciti dia risultati incerti; e che nessuno dei partiti possa attuare intieramente il suo programma. Se la maggioranza conservatrice sarà lieve alla camera dei comuni e gli altri due partiti avranno, insieme riuniti, la maggioranza dei voti nell’elettorato, non esisterà la forza morale necessaria per applicare i dazi alimentari, che sono i soli i quali interessino i dominii autonomi e le colonie; e del pari una vittoria zoppa dei liberali o dei laburisti vieterà ai primi di abolire gli assaggi protezionistici vigenti (dazi per le industrie chiavi, contro le merci dumpate, ecc.) ed ai secondi di applicare l’imposta sul capitale. In questo caso come in quello di una decisa vittoria conservatrice, è dubbio il guadagno che l’Inghilterra potrà ricevere dalle colonie, mentre è certo il danno che dal nuovo sistema deriverà nei rapporti fra essa e gli altri paesi, dunque anche fra essa e l’Italia.

 

 

Il guadagno che si spera di ottenere con lo stringere insieme le varie parti dell’Impero britannico è incertissimo. Né i dominii autonomi né l’India paiono propensi a rinunciare alle proprie tariffe protettive contro le importazioni inglesi; ed a ridurle alquanto si decideranno solo se l’Inghilterra si deciderà a stabilire dazi contro i cereali e le lane e le carni e gli altri prodotti alimentari coloniali. Ma ricordiamo che le colonie americane insorsero contro l’Inghilterra anche per liberarsi dai reciproci vincoli doganali; e che la libertà consentita a tutti gli stati componenti l’impero britannico di foggiare a proprio talento i proprii sistemi fiscali a pro o contro la madrepatria e gli altri stati britannici fu il cemento più solido della libera comunità di nazioni che corre sotto il nome di impero britannico.

 

 

Certo è invece il danno nei rapporti fra l’Inghilterra e gli altri stati sovrani. Anche lassù trova oggi credito la leggenda che occorra armarsi di una tariffa per ottenere concessioni doganali dagli stati stranieri. Lord Derby proclama anch’egli, come tanti protezionisti continentali, che la tariffa è lo strumento necessario per giungere al libero scambio universale. Pura illusione. Già Camillo di Cavour al parlamento subalpino il 12 aprile 1850 notava a proposito della diminuzione dei dazi sui panni francesi, che

 

 

«i fabbricanti nostrani, invocando il principio della reciprocità, ci diranno di attendere a farla quando i francesi ci accorderanno un eguale favore sui panni nostrani; quando si verrà alle stoffe di cotone, il rappresentante della città di Annecy (la Savoia era ancora sarda), dove esiste la maggior fabbrica del paese, dirà: si diminuiscano pure i diritti sul cotone, purché la Francia ci accordi un trattamento eguale ed abolisca o diminuisca in proporzione il dazio sulle stoffe di lana».

 

 

Il sistema delle tariffe è atto solo, concludeva il conte di Cavour, «a conservare lo statu quo in fatto di dogane e di dazi». Questa è la verità. Dove è un esempio, un esempio solo, chiede l’«Economist», di una tariffa la quale sia stata iniziatrice di libertà di scambi tra due paesi? Le tariffe provocano tariffe; al rialzo in un paese segue un rialzo in un altro paese; gli alti dazi fanno sorgere interessi acquisiti, i quali ripugnano a diminuzioni contrattate con l’estero ed insistono in sempre nuovi aumenti. Ad ogni volta si afferma che la tariffa è temporanea ed è condizione e mezzo per ottenere e consentire agevolezze future; ma ogni volta l’esperimento fallisce. Alla tariffa del 1878 segue in Italia la dura tariffa del 1887, ed ora quella asprissima del 1921. Per farla approvare fu scritto che con essa si era raggiunta l’ultima Thule del protezionismo; ma già si invocano inasprimenti e si protesta contro le «concessioni» fatte allo straniero. L’introduzione di una nuova tariffa, quella britannica, in questo mondo di armati, non può non provocare nuovi armamenti e nuove ritorsioni. Forse, le restrizioni dei secoli mercantilistici, XVII e XVIII, furono un gingillo appetto delle muraglie di Cina che stanno erigendosi in tutta Europa. A che vale lagnarsi dell’alto prezzo degli alimenti, della crisi della marina mercantile, a che vale profondere miliardi in porti, in canali, in ferrovie, in gallerie, se poi la gente, uscita di senno, si affanna ad impedire che di questi strumenti di civiltà si faccia uso? A che vale predicare l’espansione all’estero, la conquista commerciale del mondo, se tutti vogliono vendere all’estero, ma nessuno vuole comperare dall’aborrito straniero?

 

 

Non giova tuttavia disperare: può darsi che oggi miracolosamente gli elettori britannici diano per una volta ragione al melanconico detto scolastico: historia magistra vitae e che ricordandosi dei benefici ricevuti per tre quarti di secolo dalla grande riforma di Roberto Peel, non ne facciano gitto in un attimo per correre dietro ai miraggi ingannatori del nuovo protezionismo.

 

 

«Per apprezzare i risultati della lotta elettorale inglese, giova ricordare che in Inghilterra le elezioni avvengono a collegi uninominali, salvoché in talune grandi città e borghi (a Londra vi sono parecchie città e borghi) e che non esiste ballottaggio. Quindi se in un collegio, con 30.000 elettori votanti, il candidato conservatore ottiene 11.000 voti, quello laburista 10.000 e quello liberale 9.000, eletto a primo scrutinio il candidato conservatore, sebbene egli abbia ottenuto la minoranza dei voti validi. Nelle elezioni dello scorso anno i conservatori ottennero alla Camera dei comuni una maggioranza schiacciante, nonostante fossero in minoranza nel corpo elettorale. Nelle elezioni basta talvolta un piccolo spostamento di voti per mutare le sorti della battaglia e per cacciare di seggio il partito dominante. La vicenda ha preso il nome di the swing of the pendulum, l’oscillazione del pendolo. La vittoria è sempre decisa da una relativamente piccola frazione dell’elettorato, la frazione incerta, non attaccata tradizionalmente a qualcuno dei due o tre partiti in lizza, la quale si sposta a favore dell’uno o dell’altro, a seconda delle impressioni del momento. È difficile prognosticare quale dei tre partiti abbia saputo esercitare una maggiore influenza su questa massa di manovra, la quale decide inappellabilmente, a primo scrutinio, della vittoria. L’esclusione del ballottaggio, che in Italia pareva connaturato al collegio uninominale, ha qualche inconveniente. I vantaggi sono: le maggiori probabilità di una utile alternanza di partiti al governo e la purezza della vita politica, per la mancanza di tentatrici transazioni e di molli rinunce al momento del ballottaggio».

 

 

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