Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Le elezioni tedesche e i massimi problemi europei

«Corriere della Sera», 8 maggio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 700-703

 

 

 

Le elezioni tedesche segnano dunque una grande vittoria dei partiti estremi: estremi della destra, tedesco – nazionali saliti da 65 a 96 e deutschvolkisch balzati da 3 a 32; estremi della sinistra o comunisti, progrediti da 16 a 62. I partiti intermedi, della borghesia e del socialismo operaio democratico, vedono diminuire invece le loro file; e soltanto i cattolici del centro mantengono le antiche posizioni. Volendo riassumere in una frase il verdetto delle elezioni, si potrebbe dire che esse sono la sconfitta del rapporto dei periti. I partiti medi, laboriosi, repubblicani, i quali si erano rassegnati alla politica di adempimento, che vedevano nella attuazione delle proposte moderate e ragionevoli dei periti l’unica speranza di ricostruzione dell’unità economica della patria, di un termine posto alle sofferenze degli abitanti del territorio occupato sono stati nettamente sconfitti dai fautori delle risoluzioni estreme. Gli «energici» del nazionalismo e gli zelatori di Mosca hanno trovato facile ascolto nelle popolazioni impazienti dello stato attuale di cose.

 

 

In parte, il successo degli estremi si spiega col logorio del potere. Da parecchi anni i democratici-sociali, i partiti dell’adempimento, i cattolici si alternano al governo; né si può affermare che abbiano ottenuti grandi successi. Era difficile riuscire a non pagare le riparazioni; e quanto più si tergiversava e si diffondeva il senso di incertezza, tanto più la crisi di svalutazione del marco si accentuava e con essa si approfondiva la disorganizzazione dell’economia e della società tedesca. In un ambiente moralmente sovreccitato ed economicamente depresso trovano ascolto le voci di coloro, i quali predicano agli operai il verbo della rivolta e della dittatura del proletariato. Sovratutto riescono a farsi perdonare il passato gli uomini dell’antico regime, che la sconfitta militare e la rivoluzione democratica avevano spazzato via. Fu agevole ai responsabili della guerra e della sconfitta presentarsi in veste di nazionalisti, difensori della patria tedesca contro l’oppressione straniera, contro la tracotanza francese. Quel che gli altri non ottennero colla mansuetudine, colla politica di adempimento, colla genuflessione, otterremo noi colla resistenza. Le proposte dei periti sono inaccettabili: la Germania non può assolutamente tollerare che le sue ferrovie siano consegnate ad una compagnia dominata da capitalisti stranieri, che le sue industrie siano oberate dal servizio di obbligazioni ipotecarie possedute da nemici, che la sua banca di emissione sia assoggettata al comando di un consiglio straniero. Avvenga che può; ma la patria tedesca non deve essere asservita!

 

 

 

Che cosa vogliano far succedere i nazionalisti tedeschi non è ben chiaro. Il movimento degli estremi di destra è sovratutto sentimentale, eroico, guglielmino. Non c’è dietro di esso un piano preciso e logico. Probabilmente gli stessi nazionalisti non sanno neppure essi quale sia la meta a cui tendono. Forse vorrebbero la resistenza armata o fors’anco la guerra; ma dove sono le armi con cui combattere?

 

 

Se non si vede bene quali siano gli scopi voluti, si scorgono invece chiaramente i risultati probabili, anzi quasi certi. Noi, osservatori stranieri, non abbiamo ragione di dare giudizi sulle faccende interne della Germania. Se l’accentuarsi delle correnti nazionalistiche esaspererà ancor più le tendenze estremiste delle classi operaie, se diminuirà, a vantaggio di Mosca, la forza di attrazione della democrazia sociale, tutto ciò non ha direttamente per noi un interesse così grande da spingerci a giudizi forse non graditi. Ma ci interessa invece grandemente l’influenza che il prevalere delle correnti nazionalistiche è destinato ad esercitare, anzi sta già esercitando all’estero. Il rumore di armi nell’interno del paese tedesco non può non essere sentito al di fuori. Trattasi di puro rumore, anzi di parole, calde ed accese finché si vuole, ma parole. Purtroppo, le parole accese, i propositi di resistenza e di rivincita eccitano altre parole accese, rinfocolano propositi che parevano sopiti, di compressione. Dal nazionalismo tedesco si genera il nazionalismo francese. Dopo tante esperienze vane, dopo anni di cecità, la Francia sembrava avere aperto finalmente gli occhi. Gli uomini suoi più avveduti e sennati erano riusciti a persuadere l’opinione pubblica che la Francia correva al disastro se rimaneva con l’occhio fisso unicamente alle riparazioni ed ai mezzi armati per ottenerle. Il parlamento aveva votato imposte dure, che risanavano il bilancio e lo rendevano indipendente dai pagamenti tedeschi. Meno premuta dalla necessità di incassare molto e di incassare subito, la Francia aveva accettato il rapporto dei periti; i discorsi di Poincaré erano divenuti meno aspri. Le elezioni generali si annunciavano ancora come elezioni «francesi»; e magnifica era pur sempre la lotta contro i disorganizzatori ed i comunisti; ma si riteneva che la nuova camera sarebbe stata più conciliante, più pronta a seguire i consigli della ragionevolezza. Le questioni di politica interna tornavano a sembrare interessanti; il Reno non era più l’unico oggetto, il solo scopo della politica francese. Si tornava a guardare al di là del Reno, al mondo, ai rapporti internazionali. Pareva spuntar l’alba di una ricostruzione di quella convivenza pacifica delle nazioni, che aveva reso invidiato l’ultimo terzo del secolo decimonono.

 

 

Il nazionalismo tedesco vittorioso minaccia di compromettere quella situazione di rinascente fiducia. I nazionalisti francesi stanno serrando le file e cercheranno di far sì che alla vittoria nazionalistica tedesca risponda una riaffermazione dura della volontà di lotta della Francia. I tedeschi respingono il rapporto dei periti? Anche noi l’abbiamo accettato di mala voglia. Terremo i pegni territoriali; accentueremo, se occorre, l’occupazione militare; faremo pesare più duramente quello che i vinti chiamano giogo e che noi consideriamo garanzia di sicurezza, contro la protervia di chi anela alla rivincita, alla ricostituzione dell’impero, al soggiogamento dell’Europa.

 

 

Giova credere che in Francia le tendenze estreme potranno essere imbrigliate e contenute, ma i nazionalisti tedeschi devono trovare nella immediata ripercussione francese della loro vittoria elettorale ampia materia di riflessioni. Eccitare il malcontento è facile; ed è facile altresì dipingere a foschi colori lo stato presente della Germania. Ma finora, nessuno schema di ricostruzione economica e finanziaria e quindi di ricostruzione della potenza politica della Germania è stato pensato, il quale potesse fare astrazione dalla cooperazione dei vincitori. Se la Germania vuole risorgere, l’Europa deve prima essere pacificata. I nazionalisti tedeschi devono persuadersi che la nazione si serve, non collo spingerla a testa bassa contro il nemico, ma col cercare fervidamente le vie della cooperazione internazionale.

 

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