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Corriere della Sera

Le entrate gabellarie: il grano ed il petrolio

«Corriere della sera», 20 marzo 1909

 

 

 

L’amministrazione delle gabelle è certo quella che dà il maggiore provento alle finanze dello Stato: 501 milioni e 400 mila lire nel 1907-908 in confronto ai 424.7 milioni delle privative, ai 453.8 milioni delle imposte dirette, ai 281.8 milioni delle tasse sugli affari, ai 149.9 milioni di proventi di servizi pubblici ed ai 61.8 milioni di redditi patrimoniali. Ed è perciò altamente istruttiva la relazione sull’esercizio 1907-908 uscita alla luce di questi giorni: relazione ampia e abbondante di dati, di cui è giuocoforza restringersi a citarne e commentarne alcuni. Intanto notisi che non solo le gabelle danno il più grosso contingente alle entrate pubbliche, ma sono pure quelle che nei 23 anni decorsi dal 1884-85 al 1907-908, diedero un maggior incremento di redditi. Se noi invero supponiamo uguale a 100 il reddito del 1884-85, noi vediamo che nel 1907-908 le entrate totali (comprese le minori) erano cresciute a 141,2; mentre con passo più rapido crescevano le gabelle a 167.1 e le tasse sugli affari a 151.2, e più debolmente le privative salivano a 126.2 e le imposte dirette a 111.1. L’incremento massimo si ha dunque nelle gabelle da 100 a 167.1; ma si scinde in tre andamenti diversi, a seconda dei tre sottogruppi in cui le gabelle son divise. Vi sono i dazi di consumo (parte governativa del dazio di consumo percepito nelle città murate e nei Comuni aperti), i quali scemarono da 100 a 99.7, effetto del consolidamento dei canoni, per cui l’aumentato gettito del dazio va a favore dei Comuni e non dello Stato.

 

 

Vengono dopo le dogane, cresciute da 100 a 129.5, con aumento relativamente scarso, perché le dogane, essendo in molta parte protettive, tendono a favorire il sorgere dell’industria interna col limitare l’importazione estera e quindi, dal punto di vista fiscale, a distruggere sé stesse. Ma le trionfatrici, fra le gabelle e fra le imposte tutte, sono le tasse di fabbricazione, esatte appunto sui prodotti ottenuti dall’industria interna: crebbero nei tre anni da 100 a 704.8, ossia del 604.8 per cento.

 

 

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Se danno il contributo maggiore alle finanze italiane, le gabelle danno pure il contributo più irregolare. Salvo poche e non importanti eccezioni, le altre entrate danno un reddito progressivamente crescente con regolarità facilmente prevedibile. La curva del reddito delle gabelle è invece tutta a zig-zag, talvolta pronunciatissimi. E si capisce. Le privative (sale, tabacco e lotto), le imposte dirette (terreni, fabbricati e R.M.) e le tasse sugli affari (bollo, registro, ecc.), variano col variar del consumo, della ricchezza nazionale, dello sviluppo degli affari. Nelle epoche di crisi si verifica un rallentamento nell’ascesa, ma all’ingrosso si può affermare che la massa dei redditi e dei consumi va lentamente crescendo e cresce con essa il gettito delle imposte che le colpisce. Invece il reddito delle gabelle varia a seconda di fattori spesso imprevedibili e mai costanti. Un buon raccolto di grano all’interno diminuisce l’importazione dall’estero ed il gettito del dazio; la previsione di un aumento nei prezzi del cotone o del caffè, può indurre gli speculatori a farne incetta in un anno più che in un altro: un cattivo raccolto di barbabietole scema il reddito dell’imposta di fabbricazione sullo zucchero, senza aumentare sempre in corrispondenza il reddito doganale sullo zucchero estero, perché si preferisce intaccare gli stocks interni. Così, accadde che da 433.3 milioni nel 1901-902 le gabelle saltassero a 465.2 nel 1902-903, e ridiscendessero a 423.3 nel 1903-904, per risalire ancora a 453, a 506 ed a 529 nei tre anni seguenti e calare ancora a 301,4, come si vide, nel 1907-908. Di questa ultima discesa una parte (26,1 milioni) è dovuta ad una maniera diversa di conteggiare alcune tasse di fabbricazione (specialmente spiriti), cosicché la vera diminuzione è solo di 11.1 milioni. Ma invece di un calo non trascurabile avremmo avuto un incremento notevolissimo se non fosse stato del grano e del petrolio, scemato l’uno di 50 e l’altro di 7.9 milioni, in confronto all’anno precedente. Qui occorre trattenerci alquanto. La relazione ministeriale definisce il grano «il protagonista dell’ultima gestione delle dogane». Ed invero bisogna risalire agli anni anteriori al 1898 per notare un reddito così basso di questo dazio. È forse la entrata più capricciosa del bilancio italiano. Erano 33.4 milioni nel 1897-98, diventano 40.5 nel 1899-900 per salire poi a 74.3, 69.7, 94, 59.7, 64.7, 92.7 ed 85 milioni negli anni successivi sino al 1906-907. Nel 1907-908 lo troviamo caduto a 34.3 milioni, effetto del buon raccolto, e, pare, altresì di una maggiore produzione permanente dell’interno. Quella che meno oscilla è la entrata del dazio sui grani duri, di cui l’Italia agricola ha gran difetto di produzione: dal 1900-901 al 1906-907 il reddito del dazio sui grani duri salì infatti regolarmente da 22,7 a 40,5 milioni e nel 1907-908 diminuì appena a 24.2 milioni. Occorre dire appena perché invece il dazio sui grani teneri, già prima variabilissimo, precipitava da 44.5 a 10.1 milioni.

 

 

Cosicché, conclude la relazione, «bisogna andar cauti nel riporre fiducia nella potenzialità contributiva del grano, e tenere conto prevalentemente nelle previsioni della parte meno aleatoria di esso, quella riferibile al grano duro, che il nostro paese deve in gran parte trarre dall’estero, giacché, come è noto, è produttore, in grandissima prevalenza, di grani teneri».

 

 

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L’altro elemento perturbatore del reddito gabellario nell’ultimo esercizio, fu il petrolio. Perturbazione però dovuta ad una causa lieta ed assai minore di quella che s’era preveduta. L’esempio del petrolio è una bellissima riprova della verità vecchissima: che cioè ad una tassa minore corrisponde, sovente ed entro certi limiti variabili, un reddito tributario più alto. Col dazio a 48 lire per quintale, che durava dal 22 novembre 1891, il reddito del petrolio s’era cristallizzato e tendeva ad immiserirsi: mai più aveva raggiunto i 35 milioni ed 816 mila lire toccati nel 1892-93, ed anzi, nel 1905-906, s’era ridotto a 31.515.648 lire. La legge 26 marzo 1907 ridusse il dazio della metà, da 48 a 24 lire, a partire dal 1 aprile successivo. Il reddito, a parità di consumo, avrebbe dovuto ridursi a qualcosa meno di 16 milioni di lire. Fu invece nel 1907-908, anno in cui il dazio rimase sempre a 24 lire, di 20.306.999 lire, cosicché la perdita si ridusse da quella aritmeticamente calcolabile di quasi 16 milioni, all’altra di soli 11 milioni. I consumatori italiani richiesero dall’estero 857 mila tonnellate invece di 658 mila, e più ne chiedono nell’anno corrente, sicché a poco a poco la perdita dell’erario va rimarginandosi.

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