Le entrate provenienti dalla guerra – Parte II: I sussidi delle Potenze alleate
Tratto da : La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/01/1908

Le entrate provenienti dalla guerra – Parte II: I sussidi delle Potenze alleate

La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola, Officine grafiche della Società tipografico editrice nazionale, Torino 1908, pp. 278-294

 

 

 

78. – Oggidì, se un paese povero si trovasse tratto contro sua volontà a combattere una guerra sanguinosa, potrebbe agli amici ed alleati richiedere una cosa sola: di facilitargli l’emissione di prestiti di guerra nelle loro borse. Piemonte ed Italia contrassero durante le guerre dell’indipendenza prestiti colossali a Parigi ed a Londra; e fu sotto questa forma, non disgiunta da un certo vantaggio pei capitalisti stranieri in cerca di investimenti, che le Potenze amiche diedero appoggio finanziario alla causa della nazionalità italiana. Nei primi anni del 1700 i capitalisti erano assai meno coraggiosi d’adesso; e, se qualche piccolo debituccio si poté contrarre con banchieri di Ginevra e di Genova, l’emissione dei prestiti pubblici era faccenda strettamente nazionale. Non era d’altra parte possibile pensare che il Piemonte, paese piccolo e povero, con territorio soggetto ad essere in gran parte occupato quasi senza colpo ferire al primo scoppio delle ostilità o da Francia o da Spagna o dall’Impero, potesse colle sole forze dei suoi contribuenti e dei suoi capitalisti reggere all’urto degli eserciti nemici; necessità voleva che gli Stati, a cui il Piemonte si alleava, dando loro aiuto non piccolo ed ambitissimo a causa della sua singolare posizione strategica, gli venissero in soccorso con un sussidio proporzionato alle spese straordinarie cagionate dalla guerra. Il sussidio nulla aveva di umiliante per lo Stato che lo riceveva; poiché era il compenso, sancito in un patto bilaterale, di una spesa determinata che il Piemonte sosteneva per la difesa della causa comune.

 

 

Già nel primo periodo della guerra di successione spagnuola, col trattato di Torino del 6 aprile 1701 di alleanza fra i Re Cristianissimo e Cattolico ed il Duca di Savoia, erasi Vittorio Amedeo II obbligato a mettere in battaglia 2600 cavalli ed 8000 fanti a partire dal mese di agosto e ad assumere il comando delle truppe alleate in Italia; ed in cambio i due Re di Francia e di Spagna, garantendo la corte di Parigi per quella di Madrid, si obbligarono a pagare seicentomila scudi per anno, corrispondenti a 150 mila lire di Francia al mese, da pagarsi anticipatamente quindici giorni prima della fine del mese. Il pagamento dei sussidi doveva farsi in Piemonte, mettendosi a carico di Francia le spese del cambio e le oscillazioni di valore della moneta (D. XX. 389). Infatti, mentre, quando il trattato fu stipulato, 150 mila lire di Francia valevano 200 mila di Piemonte, poco dopo, nel mese di ottobre 1701, a cagione di una delle solite manipolazioni monetarie fatte a Parigi per procacciar denari all’erario, valevano solo più L. 171.428.11[1]. Contuttociò Luigi XIV volle che il sussidio continuasse ad essere pagato a Torino alla ragion di 200 mila lire piemontesi; ed invero dai conti di tesoreria generale (in Einaudi, B. e C.T. 1700/713, pag. 96.97) risultano pagate L. 1.794.000 nel 1701, L. 2.400.000 nel 1702 e L. 1.800.000 nel 1703. La rottura avvenuta dopo il fatto di S. Benedetto sospese il pagamento dei sussidi francesi e costrinse il Duca a rivolgersi altrove per avere mezzi a mantenere le truppe.

 

 

Dall’Impero, anch’esso in gran bisogno di denari, non si poté trarre nulla tranne la promessa scritta nel trattato dell’8 novembre 1703 di far pagare dalle Potenze marittime, Inghilterra ed Olanda, un sussidio di 80 mila scudi o ducati di banco al mese a partire dal 3 ottobre, giorno della dichiarazione della rottura in Torino, oltre 100 mila scudi o ducati di sussidio straordinario per le prime spese della guerra. Nel trattato coll’Impero era stipulato che i sussidi dovessero pagarsi di due in due mesi anticipatamente e con lettere di cambio “spedite a Torino o nelle piazze circonvicine, dalle quali più facilmente si potranno estrahere” (D.X. 391). Le potenze marittime, dopo alquante negoziazioni, che qui non importa ricordare[2], si indussero a far propri i patti conchiusi tra Savoia e l’Impero. La Regina Anna d’Inghilterra, col trattato di Torino del 4 agosto 1704, promise un sussidio straordinario di scudi 66.666 2/3 per una volta tanto per le prime spese della guerra e un sussidio ordinario di scudi 53.333 1/3 al mese dal 3 ottobre 1703 sino a due mesi finita la guerra. Il sussidio doveva pagarsi anticipatamente a Torino ogni due mesi alla ragione di L. 4 e soldi 2 di Piemonte per ogni scudo, mettendosi il rischio delle oscillazioni del cambio a carico dell’Inghilterra (D. XXX. 399). Gli Stati generali d’Olanda col trattato dell’Aja del 21 di gennaio 1705 promisero un sussidio straordinario di 33.333 scudi per le prime spese ed un sussidio ordinario di 26.666 scudi al mese, pure dal 3 ottobre 1703 sino a due mesi dopo finita la guerra. Il sussidio doveva essere altresì pagato anticipatamente, ma all’Aja, alla ragione di 51 soldi di fiorino, moneta corrente d’Olanda, per ogni scudo. Cosicché pei sussidi olandesi l’onere del cambio toccava all’erario piemontese (D. XXX. 411 e A.S. Trattati n. 15, n. 1).

 

 

Il pagamento dei sussidi ebbe sorte diversa per le due Potenze marittime e sarà quindi bene discorrerne separatamente. Nell’ultimo capitolo si farà anche cenno, che qui sarebbe un fuor d’opera, delle condizioni assai onerose a cui il Groppello riusciva a grande stento a farsi concedere dai banchieri qualche anticipazione sui sussidi dovuti dalle Potenze straniere.

 

 

79. – Con l’Inghilterra i rapporti furono più facili. Uno solo era il debitore e questi disponeva di larghi mezzi accattati con le imposte e con i prestiti. Oltracciò rimase vivo nell’Inghilterra sino alla fine l’interesse di mantenere un forte nerbo di truppe in Piemonte, che minacciasse sulle alpi gli eserciti francesi, tenendoli a bada. Ond’è che a parecchie riprese, e sovratutto per la campagna di Tolone, si indussero gli inglesi a promettere sussidi straordinari, in aggiunta a quelli ordinari. E così nel 1706 si spedirono, con lettere del 29 giugno e del 7 luglio, due sussidi straordinari di scudi 106.666.13.4 l’uno; nel 1707, con lettere del 3 e del 18 maggio, due sussidi di scudi 103.448.5.4 l’uno; nel 1708, con lettere del 10 marzo, 12 maggio, 3 luglio e 15 agosto, quattro sussidi di 100 mila scudi l’uno e con lettera del 15 agosto un altro di scudi 82.621.14.8. Nel 1709, con lettere dell’1 maggio e del 10 giugno, due di 50 mila scudi l’uno e con lettere del 15 agosto altri due di 100 mila scudi; e finalmente il 21 febbraio 1710 si spedì lettera di cambio di 100 mila scudi e l’11 maggio 1711 altra di 200 mila scudi. In tutto fra sussidio per le prime spese, sussidio ordinario e sussidi straordinari, il credito dell’erario torinese verso l’Inghilterra dal 3 ottobre 1703 al 3 giugno 1713 veniva a riassumersi così:

 

 

In scuti

In lire piemontesi

Sussidio per le prime spese

66.666.13.4

273.333. 6.8

Sussidio ordinario per 59 bimestri a scudi 106.666.13.4 il bimestre

6.293.333.

6.8 25.802.666.13.4

Sussidi straordinari per diverse lettere di cambio (citate sopra)

1.502.851.12

6.161.691.11.9

Totale

7.862.851.12

32.237.691.11.9

 

 

Quali somme siano state esatte in conto di questi sussidi assegnati dall’Inghilterra, non è in tutto ben chiaro. I dati che risultano dai conti dei tesorieri non sono compiuti, alcune somme non essendo state versate ai tesorieri generali e di milizia ed altre essendo state impiegate in compre fatte a Londra o nel pagamento di servizii e di stipendi in Inghilterra. Il documento più attendibile che ci istruisca intorno ai sussidi d’Inghilterra un fascicolo esistente nell’archivio dell’ufficio delle finanze[3], nel quale si contiene una liquidazione legale dovuta al senatore Pastoris Mura e probabilmente compiuta nel 1715. Da essa abbiamo estratto il seguente specchietto, nel quale riassumiamo, in lire piemontesi e ripartitamente a norma dei diversi modi e ragioni di pagamento, anno per anno, i sussidi pagati dall’Inghilterra sino alla pace:

 

 

Sussidio per le prime spese

Pagato in contanti

Sussidio ordinario

Sussidio straordinario

Pagato in contanti

Totale generale

Pagato in contanti

Ritenuto in Inghilterra per spese fatte per conto di S.A.R.

Totale

nelle tesorerie generali

nella cassa particolare

1704

273.333.6.8

3.047.796.13.4

3.047.796.13.4

3.321.130

1705

3.050.975. 9

3.050.975. 9

3.050.975. 9

1706

2.590.420. 0.8

2.590.420. 0.8

874.666.13.4

3.465.086.14

1707

2.186.666.13.4

2.186.666.13.4

848.275.16

3.034.942. 9.4

1708

3.024.000

3.024.000

1.978.749. 2.5

5.002.749. 2.5

1709

2.349.402.10

274.597.10

2.624.000

1.230.000

3.854.000

1710

2.466.657

157.343

2.624.000

410.000

3.034.000

1711

1.658.644.18

90.688. 8.8

1.749.333. 6.8

820.000

2.569.333. 6.8

1712

437.333. 6.8

851.444.5.4

23.222. 8

1.312.000

1.312.000

Totali L.

273.333.6.8

20.811.896.11

851.444.5.4

545.851.6.8

22.209.192. 3

6.161.691.11.9

28.644.217. 1.5

 

 

Poiché il sussidio per le prime spese ed i sussidi straordinari erano stati integralmente pagati, alla fine della guerra le finanze piemontesi risultavano creditrici, secondo la liquidazione del Pastoris Mura, di L. 3.593.474.10.4 sui sussidi ordinari. Secondo un altro calcolo, di cui qui sarebbe troppo lungo dire il fondamento, il credito residuo ammontava a L. 3.936.000, ossia ai 6 bimestri di sussidio ordinario del 1712 ed ai 3 primi del 1713.

 

 

Il ritardo nei pagamenti si era fatto sentire un po’ sempre, anche durante gli anni di maggiori urgenze; sicché il Groppello non rifiniva di scrivere lettere pressanti al conte di Brianzone, inviato piemontese a Londra, per sollecitare i pagamenti. Lamentavasi il Groppello che le lettere di cambio giungessero in ritardo a Torino e che fossero stilate ad un mese vista, cosicché occorreva perdere dell’altro tempo per l’incasso; ed avrebbe desiderato che fossero pagabili a giorno fisso ed in quello precisamente della scadenza delle rate di sussidio. Qualcosa si ottenne, perché il lord tesoriere d’Inghilterra si decise a spedire le lettere a 60 giorni data; ma insorsero nel 1705 e nel 1706 gravi difficoltà per il trasporto del denaro a Torino. L’Inghilterra si era bensì obbligata a pagare lo scudo a Torino alla ragione di L. 4.2 l’anno; ma, essendo chiusi tutti i passi, i banchieri di Londra trovavano difficile di far traversare al denaro le Alpi[4].

 

 

L’obbligo di pagare lo scudo a Torino in L. 4.2 era stato assunto dall’Inghilterra solo per i sussidi ordinari e questi furono infatti sempre pagati a tale stregua[5]. Siccome lo scudo valeva a Torino, secondo le tariffe legali, lire piemontesi 4.6.8 e l’Inghilterra pagava invece per ogni scudo a Torino solo L. 4.2, così essa per i rischi e le spese del trasporto del denaro si tratteneva 4 soldi ed 8 denari per scudo, ossia per ogni 100 lire pagava solo L. 94.61, con una perdita del 5.39 per cento, che poteva dirsi la perdita normale del cambio da Londra a Torino.

 

 

Ma per i sussidi straordinari l’Inghilterra non s’era assunto l’obbligo di pagare a Torino e quindi i rischi del cambio erano a carico delle finanze piemontesi; né, malgrado i richiami del Groppello, il conte di Brianzone riuscì a far spiccare il lord tesoriere dal suo divisamento[6]. Cosicché per alcune partite di sussidio straordinario noi possiamo in questa maniera conoscere a quanto si fosse spinto il cambio nel 1706 e nel 1707.

 

 

Calcolo del cambio normale fra Londra e Torino

 

Somma in lire piemontesi corrispondente ad una bimestralità di sussidio ordinario di lire sterline 23.703.14 o di scudi 106.666.13.4, calcolando la lira sterlina alla pari uguale a L. 19.10 e lo scudo a L. 4.6.8

L. 462.222. 4. 4

Somma in lire piemontesi corrispondente ad una bimestralità, di sussidio ordinario di lire sterline 23.703.14 o di scudi 106.666.13.4, calcolando la lira sterlina a L. 18.9 e lo scudo a L. 4.2

” 437.333. 6. 8

Ricavo medio a Torino di L. 100 spedite da Londra…%

” 94.61

Perdita media pel cambio…%

” 5.39

 

 

Calcolo del cambio affettivo nel 1706 e 1707

 

23 luglio 1706

23 settembre 1706

23 giugno 1707

7 luglio 1707

Somma in lire piemontesi effettivamente riscossa a Torino per ogni 23.703.14 lire sterline o 106.666.13.4 scudi spediti da Londra

L. 416.949.10

424.137.4

L. 424.137.4

424.137.18

Ragguaglio in lire piemontesi dello scuto

L. 3.18. 2

3.19. 6

L. 3.19. 6

3.19. 6

” ” ” ” della lira sterlina

L. 17.12

17.18

L. 17.18

17.18

Ricavo medio a Torino di L. 100 spedite da Londra…%

L. 90.20

91.76

L. 91.76

91.76

Perdita media pel cambio …%

L. 9.80

8.24

L. 8.24

8.24

” in confronto del cambio ordinario di lire 4.2…%

L. 4.67

3.02

L. 3.02

3.02

 

 

Il costo del trasporto del denaro da Londra a Torino – benché quasi sempre la trasmissione si facesse con lettere di cambio e non con denaro contante di cui l’estrazione era rigorosamente proibita da ogni Stato – era dunque assai forte già in tempi normali e produceva una perdita media del 639%; diventava fortissimo in tempo di guerra, giungendo quasi al 100 per cento. Per giudicare dell’elevatezza del cambio, notisi che qui non entra l’elemento dell’aggio della carta moneta; ma le percentuali ora ricordate rappresentano la perdita del puro cambio o trasporto di monete fine da Londra a Torino. Si pensi che oggidì “le spese tutte inerenti al trasporto della pasta preziosa da Roma alle diverse piazze estere e viceversa” si calcolano normalmente ad un 0.40%[7] e si avrà un’idea approssimativa dei risparmi che la facilità e il poco costo delle comunicazioni, la sicurezza delle strade, i perfezionati congegni bancarii ci procurano nelle rimesse internazionali di denaro.

 

 

Queste difficoltà del trasporto del denaro contante o della rimessa di lettere di cambio dall’Inghilterra in Piemonte alla meglio furono superate con qualche sacrificio; ma non si poté superare la mala voglia del governo inglese a pagare i promessi sussidi a partire dal 1712. I minori bisogni delle finanze, l’opportunità di non rendere malcontento il Gabinetto di San Giacomo con richieste di danaro in momenti nei quali il suo aiuto poteva riuscire utilissimo durante le trattative di pace, persuasero il Duca a non insistere; e fu solo dopo la pace di Utrecht che furono ripigliate le trattative per il pagamento dei residui, limitando le pretese, non si sa bene per qual motivo, a 3.280.000 lire piemontesi, che in un conto rimesso da M. Bridges, pagatore generale delle truppe inglesi, al gran tesoriere Lord Oxford diventano 200.000 lire sterline. Nell’istruzione del 22 agosto 1713 al marchese di Trivié, spedito a Londra colla qualità di inviato straordinario, si leggeva: “Dallo stato, che vi verrà rimesso de’ sussidi dovutici dall’Inghilterra per quest’ultima guerra, vedrete la somma riguardevole, di cui restiamo ancora creditori. V’informarete dal Conte Maffei di quello haverà egli operato sino al vostro arrivo per la sodisfattione di tali reliquati per poter indi regolare al medemo effetto la continuatione delle vostre istanze, conformandovi anche in ciò alle direzioni, ch’egli sarà per lasciarvi, massime per procurar d’andar cavando, per adesso, almeno degli a buon conto, affinché ce ne possiamo aiutare nelle somme angustie in cui si trovano le nostre finanze, doppo una disastrosa e dispendiosa guerra e per le gravissime spese che ci convien ancora di fare”[8]. Il Trivié inizia subito trattative segrete con un intermediario che aveva entratura presso i più influenti parlamentari e uomini di governo inglesi e, dopo lunghissime discussioni, proposte e controproposte, riuscì il 4 febbraio 1716 ad offrire a Vittorio Amedeo la scelta fra tre proposte: a) contentarsi di L. st. 62.000 a saldo di L. st. 106.666.13.4 che era la parte votata dal Parlamento inglese delle 200.000 L. st. di sussidi ordinari ancora dovuti; b) ricevere L. st. 70.000 a saldo di tutte le 200.000 L. st.; c) ricevere L. st. 80.000 a saldo delle 200.000 L. st. di sussidi ordinari, coll’obbligo di rilasciare inoltre quitanza a saldo di altre 147.600 L. st. di sussidi straordinari che pare fossero stati votati dal Parlamento inglese a favore del Piemonte e dei quali non s’era nemmeno data comunicazione dai ministri alla Corte di Torino. Stupiva Vittorio Amedeo dell’ingordigia degli uomini di governo inglesi, i quali gli offrivano 70.000 lire sterline a saldo di un credito liquido di L. st. 200.000 e più ancora pretendevano fargli firmare, dandogli appena 10.000 L. st. di più, tante ricevute per L. st. 147.600 di un credito non venuto mai a notizia sua. Ed il Trivié a spiegargli che doveva reputarsi fortunato di aver messo le mani su “une Cabale avide de profiter qui avoir assouz de credit a la Cour et an Parlement pour faire réussir ce qui lui convenait”; che le 80.000 st. sarebbero state pagate apparentemente all’insaputa del Re, del ministero e del Parlamento, ad opera di “cinq ou six Membres du Parlement, et très pen de Ministres informs qui donneraient les mains aux manèges des Partisans, moie nant les sommes dont ils conviendraient entre euxche le ricevute per le L. st. 147.600 erano desiderate per far passare il tutto in vecchie contabilità da liquidare; che altre Potenze non erano riuscite ad ottenere un soldo, mentre egli – Trivié – aveva rintracciato “un souterrain”, grazie al quale aveva superato difficoltà a primo aspetto insormontabili; che egli aveva qualche vago sospetto avere pure il Re nell’affare la sua parte di guadagno; che non era opportuno guardare troppo al sottile perché “dans la conduite politique et particulièrement dans la partie qui regarde l’économie, l’usage niet toit une grande différence entre ce qui étroitJust et honnête dans un Pais et ce qui ne l’étroit point dans l’autre; qu’il arrivait souvent en Angleterre que le Ministere détournait les fonds donnes par le Parlement pour les appliquer a ce qui lui convenaitle plus”; che con tutta probabilità ciò era successo alle L. st. 147.600 votate nel 1710 e 1711 a suo favore e non mai pagate; che era meglio ricevere 10.000 lire per un credito dubbio ed ignoto che conservare questo, colla certezza di non incassare più nulla. Vittorio Amedeo finì per persuadersi che in Inghilterra la cosa pubblica era in mano a partiti assai poco scrupolosi in fatto di denaro; e, pur pensando che sotto il suo governo assoluto imbrogli cosiffatti non sarebbero successi o sarebbero stati tosto scoperti e puniti, accettò di ricevere 70.000 lire sterline, rilasciando quitanze per L. st. 107.888.17.4 sui sussidi ordinari e per L. st. 98.333.6.8 sugli immaginari sussidi straordinari del 1710 e 1711. Delle 70.000 lire sterline ricevute, 626 furono pagate all’intermediario delle trattative segrete e 13.376 servirono a pagare un acconto sul prezzo del vascello che nel 1716 il Duca s’era fatto costruire in Inghilterra. Le altre vennero inviate a Torino e furono riposte in una cassa particolare[9].

 

 

Quanto alle L. st. 92.111.2.8 di sussidi ordinari ed alle L. st. 48.666.13.4 dei pretesi sussidi straordinari del 1710 e 1711, non comprese nelle 70.000 L. st. il conte della Perosa, successo nel 1716 al marchese di Trivié come inviato straordinario alla corte di Inghilterra, non poté far nulla, essendo occupato in negozi maggiori e non convenendo allora molestare i ministri inglesi con richieste di denaro. Le trattative sono riprese nell’agosto 1719 dal segretario Noeray, il quale agiva come residente di Vittorio Amedeo II nell’intervallo tra la partenza del conte della Perosa e l’arrivo del marchese di Cortanze, nuovo inviato alla corte di S. Giacomo. Il Noeray scrive e presenta l’11 agosto a Lord Sunderland una memoria sui sussidi arretrati, facendo notare che les finances de S.M. Sicilienne se trouvent épuisées dez cy devant par les dettes immenses qu’elle a contractées immenses pour l’intérêts de ses allies dans la derniere guerre; et par les ranages que les ennemis firent alors dans ses stats, et nouvellement par les depeuces qu’elle supporte depuis le commencement de la guerre iniuste que l’Espagne luy a faitte en Sicile, ou elle a étépriéede tout ce tems la des revenus de ce Royaume sans iouir de cenx de la Sardaigne. S.M. Sicilienne ne peut dans cet epuisement des ses finances trouver d’autres resources que dans ces subsides arrerags de la derniere guerre qui luy sont deus par l’Angleterre. Ce soussigne secretaire espere aussy que l’ou voudra bien rebecchir que S.M. Sicilienne ne demande les susdits subsides qne dans le tems qu’elle n’est plus en etat de s’en passer, et quand il s’agit de les employer pour l’effet glorieux d’une alliance par la quelle l’Angleterre conte de donner la paix a toutte l’Europe et d’assurer sa propre tranquillité”. Ma ben presto egli si accorge che le memorie trasmesse per via diplomatica a nulla avrebbero giovato e che era mestieri negoziare secretamente per mezzo di un qualche abile intermediario che fosse in grado, senza pubblico scandalo, di regalare grosse somme ai ministri del Re ed ai commissari nominati dal Parlamento per la liquidazione dei sussidi arretrati della guerra di successione spagnuola. Accontatosi con un tale Alessandro Stevenson “le seul homme qui agit pour toute la clique regnante et qui eutre dans une partie de leurs secrets” s’avvede che le cose vanno in lungo, tanti sono gli uomini politici desiderosi di dividersi la preda ed accaniti a crescere il guadagno coll’offrire somme irrisorie ai Sovrani creditori dei sussidi. Gli inviati del Portogallo e di Danimarca hanno consentito a perdere dal 45 al 55 per cento dei loro crediti, sicché ministri e commissari, ai quali gli appetiti son venuti crescendo, si ripromettono lucri ancor maggiori sugli arretrati dovuti alla Corte di Torino. Ad un certo punto (30 ottobre) il Noeray scrive persino che “ces gens la sont tellement occupes du gain qu’ils font presentement, qu’il luy paroit a propos de tarder quelques iours, pour leurs donner le tems de se reconnoitre”. Finalmente, malgrado i contrasti sollevati da lord Stanhope, la malavoglia del Craggs, segretario di Stato per gli esteri, i dispetti del Duca di Chandos, il quale voleva intascare in fretta la sua parte del bottino innanzi di essere nominato primo lord della tesoreria, carica che gli avrebbe imposto, da quel che sembra, un maggiore riserbo, e nel tempo stesso era rimasto “fort piquè” d’essersi visto nelle lettere di Noeray a Vittorio Amedeo II, intercettate dalla banda, designato come il “chef de la troupe”; malgrado che all’ultimo momento il negoziato minacciasse d’andar rotto per una mauvaise manoeuvre del Duca di Chandos, il quale, dopoché tutto pareva concluso, pretendeva un nuovo ribasso di due mila lire sterline, finalmente il Noeray può annunciare in lettera del 13 novembre 1719 che gli arretrati erano stati liquidati in 25 mila L. st. per i sussidi ordinari ed in 10 mila L. st. per i sussidi straordinari. Ricevute le lettere di plenipotenza dal Re, il Noeray rilascia (il 25 novembre 1719, vecchio stile) ricevuta allo Stevenson delle L. st. 35.000 ed in cambio gli fa “une cession de toutes les pretentions, que S. M. le Roy de Sardaigne pourroit avoir a la Cour de la Grande Bretagne par rapport aux arrerages des subsides tant ordinaires qu’extraordinaires dus a S. M. le Roy mon maitre a cause de la derniere guerre contre la France et l’Espagne”. Così finiva il negozio dei sussidi inglesi, il quale, se pose in chiaro la scaltrezza e l’avidità dei ministri inglesi, che nell’interesse del tesoro e più nel proprio riuscivano a pagare a Vittorio Amedeo II solo il 34 per cento nel 1716 ed il 24 per cento nel 1719 delle somme per cui egli rilasciava ricevuta, non può nemmeno dirsi un cattivo negozio per le finanze sabaude: ché il credito liquido e certo di Vittorio Amedeo II era quello soltanto delle 200.000 L. st. dei sussidi ordinari, in conto dei quali si riscossero 70 mila L. st. una prima volta e 35 mila L. st. una seconda. Né monta che si siano rilasciate ricevute per altre 147.500 L. st. di sussidi straordinari, poiché su di essi la Corte di Torino non faceva verun calcolo e neppure n’aveva dapprima cognizione[10].

 

 

80. – Gli Stati generali d’Olanda, ai quali era sembrata fin troppo dura la concessione del sussidio ordinario, non vi fecero in seguito altra aggiunta all’infuori di 30.000 scudi votati nel 1706, quando le sorti nostre erano più in basso ed imminente il pericolo che tutti gli eserciti francesi, conquistata Torino, potessero fare impeto contro di loro. Cosicché il loro debito – è mestieri ricordare che l’Olanda doveva fare i pagamenti all’Aya e quindi, essendo l’onere del cambio a carico delle finanze nostre, il conto in lire piemontesi non avrebbe alcun valore giuridico – si conteggia così:

 

 

Sussidio per le prime spese

Scuti 33.333. 6.8

Sussidio ordinario per 59 bimestri dal 3 ottobre 1703 al 3 giugno 1713 a scuti 53.333.6.8 al bimestre

3.146.666.13.4

Sussidio straordinario votato nel 1706

” 30.000

DEBITO TOTALE

Scuti 3.210.000

 

 

Quali somme siano state pagate in conto di questo debito, che a L. 4.2 per scuto corrisponderebbe a lire piemontesi 13.161.000, non è dato sapere dai conti dei tesorieri[11]; e solo si rileva da un conto contenuto nell’archivio dell’ufficio delle finanze[12], compilato dal senatore Pastoris Mura per servire alla liquidazione delle pendenze con gli Stati generali. Da questo conto ricavammo l’unito specchio, nel quale le cifre in lire piemontesi in parte sono quelle che effettivamente risultano dalla ragione di cambio che s’applicò nei singoli pagamenti ed in parte, quasi soltanto per i pagamenti fatti con forniture olandesi, sono calcolate alla ragione media di cambio di L. 4 per scuto.

 

 

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Il sussidio per le prime spese ed il sussidio straordinario erano stati integralmente pagati; non così il sussidio ordinario per cui s’erano pagati solo scuti 2.109.508.16.2 su 3.146.666.13.4, lasciando un residuo da esigere di scuti 1.037.157.17.2, ovvero, secondo un altro conto[13], di scuti 1.037.239.15, corrispondenti, alla ragione media di L. 4 per scuto, a lire piemontesi 4.148.959.

 

 

Le ragioni, per le quali un buon terzo dei sussidi promessi rimaneva da riscuotere alla conclusione della pace, erano diverse: in primo luogo la evidentissima malavoglia con cui gli Stati generali guardavano l’uscita di tanto denaro dal loro territorio. Finché l’appoggio del Duca di Savoia appariva utile ed anzi necessario, pagarono più o meno puntualmente; ma a partire dal 1712, quando le cose europee stanno per rassettarsi e la guerra continua stracca, i pagamenti in contanti cessano quasi del tutto; e se il Duca vuole ottenere qualcosa, mestieri compri grani, polveri e piombi da mercatanti olandesi. Ma la cagione principalissima per la quale i sussidi ordinari pagati stavano, su dal 1706, tanto al disotto dei 320.000 scudi che s’erano promessi all’anno, era la singolare costituzione politica dell’Olanda. L’esazione dei sussidi non era affare di picciol momento. Ogni due mesi occorreva far domanda al Consiglio di Stato perché comandasse la spedizione delle ordinanze per il bimestre scaduto; passare agli uffici per assicurarsi che le ordinanze fossero effettivamente spedite e firmate dai membri degli Stati generali e dal segretario di Stato, designati all’uopo. Ottenute le ordinanze, bisognava farle registrare alla Camera dei Conti; e solo dopo esaurite tutte queste formalità si potevano portare alla tesoreria generale per ottenerne il pagamento. Il ricevitore generale non pagava mai tutta la somma subito, ma dava degli acconti in proporzione di ciò che avea ricevuto dalle diverse provincie. Le provincie erano sette, ma poiché alcune si suddividevano, finivano di essere dieci, ciascuna delle quali aveva sue abitudini nel soddisfare ai propri impegni. L’Olanda, ch’era la provincia più importante e che da sola era caricata di quasi la mete dei sussidi totali, pagava puntualmente e cosa pure Utrecht nei primi anni. Il Nord Olanda pagava con grandi stenti, e spesse volte dava, invece del denaro contante, delle obbligazioni che bisognava vendere con ribasso ai banchieri. La Frisia, l’Overyssel, la Groninga, la Zelanda e le tre parti della Gheldria – Nimega, Zutphen ed Arnhem – se non erano insolvibili del tutto, pagavano quando a loro talentava, quasi sempre con piccoli acconti, ed a partire dal 1708 cominciarono prima Nimega e poi le altre a non pagare più affatto.

 

 

Poco potevano fare i ministri piemontesi per sollecitare i pagamenti; ed il più, trattandosi di dare mancie a quei deputati e funzionari che più potevano in ciascuna provincia, non conveniva si facesse, a causa del suo carattere ufficiale e della dignità dell’ufficio, dal nostro inviato, che era il marchese del Borgo. Della bisogna era stato incaricato un signor De Normandie, che già aveva avuto il medesimo ufficio nella guerra del 1690/1696. Ed era d’uopo che le sollecitazioni presso le provincie fossero fatte di sottomano, perché gli Stati generali nulla di meglio avrebbero desiderato, che i ministri delle Potenze straniere si indirizzassero direttamente alle provincie per ottenere i sussidi, per poter levarsi di dosso ogni responsabilità. La quale del resto si riduceva ad assai poca cosa poiché – scriveva il marchese del Borgo il 7 marzo 1704 – “in caso che le provincie non paghino, non ci è altro racorso che alli Stati generali e l’autorità di questi s’estende a niente più che a scrivere una lettera alla provincia renitente, di premura ma non di comando”. Quanto poco fossero obbedite le lettere degli Stati generali, si vede dal confronto che qui sotto facciamo fra le quote che avrebbero dovuto pagare le diverse provincie e le somme effettivamente pagate[14]:

 

 

Quote medie di ripartizione

Debito totale dalle singole Provincie Scuti

Somma pagata provincie Scuti

Olanda

48.42

1.554.282

1.294.395.10

Utrecht

5.83

187.143

77.750

Noortollanda

10.85

348.285

250.930

Groninga

5.82

186.822

56.167.16

Frisia

11.66

374.286

155.605.12

Overyssel

3.57

114.597

42.532.18. 9

Zelanda

9.18

294.678

32.530.18

Zutphen

1.22

39.162

12.909. 6

Nimega

1.71

54.891

6.600

Arnhem

1.74

55.854

22.358.16

100.00

3.210.000

1.951.780.16. 9

Di provenienza non specificata Scuti

221.061. 6. 1

Somma totale pagata dagli Stati generali Scuti

2.172.842. 2.10

 

 

Se anche si suppone che i 221.061.6.1 scuti, di cui non si conosce la provenienza, siano stati pagati dalle provincie in proporzione della loro rata di debito, rimangono ancora diseguaglianze estreme nella puntualità con cui le provincie adempierono al loro obbligo; quelle di Zelanda e di Nimega distinguendosi fra tutte per la loro insolvenza quasi assoluta. A che valeva che il Groppello tempestasse di lettere il marchese del Borgo e descrivesse con parole vivaci l’imbarazzo in cui i ritardi continui delle provincie unite mettevano l’erario piemontese: “V.S. Ill.ma vedi un poco come si può andare avanti” – scriveva in lettera cit. del 2 dicembre 1704 – “e che natura di soccorso sia questo, mentre ciò che averebbe bisognato in principio, non ancora pervenuto adesso, che è più di un anno? Li debiti contratti per supplire fanno pianger molti, che non essendo soddisfatti gemono sotto il peso degl’interessi; e meno male se altri di questi non fossero costretti a chiuder loro negozij. Ella non ha bisogno di più vive rimostranze, sa cosa siano i negotianti del nostro Paese, la necessità che corre alle finanze d’esser puntualmente soccorse, e perciò non mi estendo più oltre”. Il marchese del Borgo s’industriava a soddisfare i desideri del Groppello, ricorrendo alle sue amicizie, ad influenze politiche ed a mezzi più tangibili di persuasione; ma a poco approdava. Quando poi le provincie si decidevano a pagare, erano nuove sorprese: nei sacchi contenenti 276 fiorini l’uno, erano molte le monete false e calanti che bisognava accettare per forza; per ogni sacco si faceva una trattenuta da 2 a 6 soldi e bisognava dare una mancia ai valletti del ricevitore generale, mancia che andava divisa probabilmente con costui. Al principio dell’anno i commessi degli uffici che spedivano le ordinanze aspettavano una mancia di 200 scudi; e queste erano poca cosa in confronto di quelle che bisognava pagare ai faccendieri politici che potevano spingere le provincie a fare i pagamenti. Forse non è esagerato di ritenere che tutte queste spese costituissero la parte maggiore del 61.791.3.2 scudi che il De Normandie nei suoi conti dichiarava d’aver consumato in spese “straordinarie”, il 2.84% circa delle somme ricevute dall’Olanda[15].

 

 

Un altro guaio dei sussidi olandesi era la questione del cambio, che dal trattato dell’Aja del 21 gennaio 1705 era posto a carico del Piemonte. Per un po’ le cose andarono bene riuscendosi a ricavar da ogni scudo le L. 4.2 che erano la ragione normale di cambio, come spiegammo sopra; ma presto le cose cominciarono a peggiorare. Una lettera del Groppello al conte Maffei in data 2 ottobre 1704[16] forniva le seguenti informazioni le quali dal Maffei dovevano essere comunicate a Vittorio Amedeo II, che dal campo voleva essere ragguagliato delle principali faccende di finanza: “Le dirò non esservi mai seguito alcun accordo col Van der Meer [inviato olandese alla Corte di Torino] per li sussidij d’Olanda stante che dalle prime negotiationi sino alle ultime ha esso sempre insistito che li Stati Generali erano in possesso di pagare li loro sussidij e pensioni in soldi 50 correnti di quella moneta per scudo, sborsati in quei Stati alle persone che sono munite d’opportuna procura, e che non ostante il trattato con S.M. Imperiale [l’Imperatore aveva infatti promesso di far pagare i sussidi a Torino] non si sarebbe fatto altrimenti; né si è mai potuto ottenere di più in tutte le conferenze seco avute; onde si è stimato di mandare la procura di S.A.R. al marchese Del Borgo per ricevere detti sussidij; quali sono stati pagati colà su tal piede. Essendosi negotiati con alcuni Banchieri si è sul principio avuto qui il scudo a L. 4.2 e successivamente convenuto acconciarsi a sole L. 4 et ora li Banchieri Lullin [Lullin Nicolas et Compie di Ginevra] intendono di pagar solo per cadun scudo L. 3.17; al che non ho creduto di acquietarmi; ma bensì insistere per la continuatione del pagamento sul piede delle L. 4; e non avendo essi Banchieri voluto accondiscendervi, si sono licentiati e m’hanno eziandio mandate da Geneva le mie lettere di cambio, né m’è sin ad ora riuscito di trovar alcun Banchiere in questa Città che abbi voluto accollarsi di pagar tal scudo a maggior prezzo”. Se il Groppello avesse fatte troppe insistenze per essere pagato a Torino, secondo le promesse del trattato coll’Impero, v’era il pericolo che gli Stati generali si valessero della facoltà, contenuta in quel trattato e tolta in quello dell’Aya, di pagare in ducati di banco, il cui valore a Torino non superava le 3 lire e e 15 soldi. Convenne quindi acconciarsi a subire le necessità della guerra e ricevere quello che i banchieri volevano pagare per lo scudo.

 

 

Si riceveva più o meno a seconda delle difficoltà di trasporto del denaro attraverso le alpi o per mare. Essendo interessante vedere quali siano state le oscillazioni del cambio durante la guerra, abbiamo calcolato per diverse partite per cui la cosa era possibile, il ricavo dello scudo in lire piemontesi a Torino. Pongasi mente che il valore dello scudo a Torino era di L. 4.6.8 e che l’Inghilterra lo pagava in L. 4.2, con un calo di 4 soldi ed 8 denari o del 5.39% che poteva considerarsi la ragione normale del cambio.

 

 

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Al cambio legale di L. 4.6.8 per scuto, gli scuti 2.172.842.2.10 avrebbero dovuto rendere lire piemontesi 9.415.649.5.7.4. Siccome si ricavarono solo L. 8.638.722.10, la perdita totale pel cambio fu di L. 776.926.15.7.4, ossia dell’8.26 per cento. Lo scudo rese solo L. 3.19.6, ossia il 91.74% della totale ragione di scambio a Torino. Se noi teniamo solo conto del cambio normale in L. 4.2, la perdita risulta ancora del 3.03%.

 

 

Le osservazioni che abbiamo fatte per l’elevatezza del cambio coll’Inghilterra, valgono anche per l’Olanda. La frequenza maggiore dei dati ci permette di constatare che il cambio cominciò a ribassare in senso a noi sfavorevole col maggio del 1704 e raggiunse il minimo col marzo del 1705, con una perdita dell’11.16 per cento. Salvo poche oscillazioni, che riguardano per lo più piccoli pagamenti, il cambio non principiò ad elevarsi di nuovo a nostro favore, se non col settembre del 1706 dopo la vittoria di Torino. Ma per tutto il resto del periodo di guerra la perdita fu sempre più elevata di quella normale, che era del 5.39%; e si può anzi dire che, salvo alcuni pochi mesi del 1704, il cambio fra l’Aya e Torino si mantenne sempre più sfavorevole di quello normale in tempo di pace. La stessa cosa probabilmente accadde per il cambio fra Londra e Torino; ma non ne abbiamo contezza, salvo per alcuni pochi sussidi straordinari, perché il rischio del cambio spettava, come dissimo più volte, al tesoro inglese.

 

 

Il credito residuo di L. 4.148.959 verso gli Stati generali d’Olanda diede luogo, dopo la pace del 1713, a lunghissime trattative diplomatiche le quali si trascinarono per tutto il secolo XVIII sino alla rivoluzione francese. Dopo avere tergiversato a lungo, alle premure del nostro inviato cav. Ossorio, gli Stati generali finirono con rispondere, in una risoluzione del 9 di marzo del 1724, che se essi si erano decisi nel 1706 a concedere il cospicuo sussidio di 320 mila scudi all’anno, ciò era avvenuto perché il Piemonte era allora il teatro della guerra ed essi col sussidio speravano di cagionare grandi spese alla Francia, costringendo le sue truppe ad una campagna in Italia. Essendosi coll’accordo della primavera del 1707 evacuata l’Italia, l’obbligo dei sussidi cessava; e sebbene i governanti del tempo seguitassero prima a pagare e dopo il 1712 a spedire le ordinanze di pagamento, ciò non voleva dire riconoscimento del loro debito. Che anche prima della pace si nutrissero dubbi sulla opportunità del pagamento dei sussidi, risulta chiaro dal fatto che questi a poco a poco diventarono più tenui e radi e finirono di non essere più pagati affatto. I sussidi, aggiungevano gli Stati generali, erano il corrispettivo dell’obbligo del Duca di Savoia di mantenere costantemente sotto le armi 12 mila fanti e 3000 cavalli; e non consta che la Corte di Torino vi abbia soddisfatto. Né tralasciavano gli Stati generali di far rilevare che a Torino avrebbero dovuto contentarsi del Monferrato, delle provincie milanesi e della Corona reale, prima siciliana e poi sarda, acquistate colla pace del 1713; e, lieti del molto ottenuto, non più occuparsi dei sussidi non pagati.

 

 

Fu facile al cav. Ossorio dimostrare l’infondatezza delle ragioni addotte dagli Stati generali per sottrarsi al pagamento di un sacro loro debito: essere il sussidio stipulato non finché la guerra rumoreggiasse al di qua delle Alpi, ma fino a due mesi dopo conchiusa la pace; avere il Duca di Savoia ottemperato, ed al di là, al suo obbligo di mantenere i 12 mila fanti ed i 3000 cavalli; le spese dello Stato sabaudo essere state a causa della guerra eccessive tanto da costringere al mantenimento di gravosi tributi straordinari sino alla pace. Con altra risoluzione del 10 gennaio 1726 gli Stati generali non si attentarono più a negare il buon diritto del Duca; obbiettarono solo che essi nel 1707 non avrebbero concessi gli stessi sussidi che promisero nel 1705, altra cosa essendo una guerra per la difesa del territorio proprio da una guerra di pura difesa condotta dietro lo schermo di catene di monti migliori di qualsiasi frontiera. In conclusione si dichiararono pronti a trattare e solo desiderosi di dilazione a causa del pessimo stato delle loro finanze.

 

 

Nel 1729, quando all’Aja andava inviato il conte di Chiusano, le cose si trovavano al medesimo punto; sicché nelle istruzioni il Re gli raccomanda di non lasciar sfuggire le occasioni propizie per sollecitare il pagamento degli arretrati ed, occorrendo, lo autorizza a vendere a qualche privato i diritti del Re di Sardegna. “Questa seconda via sarebbe la più facile e la piùbreve, e perciòè necessario che procuriate di stringere in caduna provincia amicizie con qualche membro principale delle medeme, di quelli che, essendo accreditati, sono nello stesso tempo avidi di guadagno”. Ma né le trattative dirette, né la corruzione segreta, che pure era riuscita in Inghilterra, approdarono a nulla; non essendosi potuto seguire per ragioni internazionali il consiglio che nel maggio 1732 davano al conte di Chiusano parecchi inviati esteri, di armare navi corsare colla bandiera sarda contro le navi mercantili olandesi[17].

 

 

In conclusione nulla si ottenne, salvo buone parole e promesse che a pagare il debito verso il Re sardo si sarebbe pensato quando le finanze della Repubblica fossero in miglior stato e tranquilla la condizione politica d’Europa. La Repubblica olandese aveva fatto nella guerra di successione spagnuola il suo ultimo grande sforzo per salvare la propria esistenza. Dopo, per tutto il secolo XVIII, essa attese ai traffici e ad arricchire, per nulla immischiandosi nelle cose d’Europa, a somiglianza della nostra Repubblica di Venezia. Non riuscì perciò facile alla Corte di Torino di trovare nella situazione internazionale un appiglio per rendersi indispensabile agli Olandesi e costringerli al pagamento dei vecchi sussidi. Bensì non li dimenticò mai, come è provato dalle istruzioni del 1733 al conte di Canale, del 14 marzo 1736 al conte De la Chavanne, del 16 dicembre 1750 al conte di Viry, del 24 agosto 1754 al conte Giuseppe Lascaris del Castellar, del 19 novembre 1760 al conte Filippo Della Marmora, del 7 aprile 1764 al barone della Perrière, del 6 settembre 1768 al marchese di Cordon, del 21 settembre 1774 al marchese di Vivalda, del 25 gennaio 1778 al conte Montagnini di Mirabello, successivamente inviati ministri del Re presso gli Stati generali d’Olanda. Ma oramai s’era perduta la speranza di ottenere qualcosa. Nell’istruzione del 1778 al conte Montagnini si legge infatti: “Vu l’état actuel des affaires politiques, il n’y a pas d’apparence que les finances de la République se rétablissent; il y’en a beaucoup au contraire qu’elles se démangeront de plus en plus par la nécessité dans la quelle elle se voit de pourvoir a sa sureté. Il serait par conséquent hors de propos, et tout a fait inutile que vous fissiez, quant ‘aprésent, des démarches positives pour presser le payement de ce qui nous est du; vous vous exposeriez par la a vous rendre importun et désagréable aux personnes qui gouvernent. Vous vous bornerez donc a parler, lorsque l’occasion s’en présentera naturellement, de notre créance, comme d’une chose a la quelle nous n’avons pas renoncé, faisant sentir au Ministres que nous comptons que la délicatesse que nous vous faisons de ne pas les presser dans le tems qu’ils sont obliges a des dépenses extraordinaires, les engagera, lorsque les circonstances auront changes, a prendre des moyens efficaces pour terminer amicalement cette affaire; mais comme nous avons remarqué qu’ensuite de ce que quelques uns de nos Ministres résidants a la Haye n’ont parlé de notre Créance que verbalement sans remettre là dessus aucun Mémoire, ces Républicains ont prétendu en conclure que nions avions laissé tomber cette affaire, et renoncé a nos justes prétentions, nous voulons qu’à fin d’éviter qu’à l’avenir ils ne puissent plus se servir d’un prétextemême aussi frivole que celui la, vous leur présentiez à ce sujet dans trois au quatre ans d’ici dans toutes les formes un Mémoire que vous aurez soin de concerter auparavant avec notre Ministre pour les Affaires Etrangères”[18].

 

 

Se la fine del secolo XVIII non avesse visto la rivoluzione francese ed il secolo XIX il ricostituirsi delle nazionalità, i nostri buoni piemontesi seguiterebbero ancora adesso a memorializzare i “repubblicani” d’Olanda intorno al pagamento degli arretrati dei sussidi della guerra del 1704/713.



[1]A.S.F. II, Lettere diverse, Capo 57, n. 653. Lettera del conte di Vernone a Groppello del 10 ottobre 1701 da Fontainebleau.

[2]Son narrate in disteso, riproducendosi i documenti del tempo, nell’opera del prof. Carlo Contessa su L’Alleanza del Duca Vittorio Amedeo con la Casa d’Austria e con potenze marittime, pubblicata in Campagne guerra Piemonte, ecc.

[3]A.S.F. II a. Capo 81, n. 2. un fascicolo intitolato Inghilterra, in forma di conto contenente al debito le diverse somme addebitate all’Inghilterra ed al credito, alle rispettive date, i pagamenti fatti dall’Inghilterra in conto dei sussidi dovuti. Il conto redatto in scuti ed in lire piemontesi al cambio invariabilo di L. 4.2 per scuto; od in calce di ogni pagina ed in fine firmato Pastoris Mura: ne varietur.

[4]Lettere di Groppello al conte di Brianzone del 2 dicembre 1704 e 21 marzo 1705. A.S.F. II a. Capo 54. Registro lettere Piemonte, n. 23.

[5]La differenza di L. 27.204.5.7.6 fra le L. 22.509.729.15.3.6 – a cui avrebbero dovuto corrispondere, al tasso di L. 4.2 l’uno, gli scudi 5.490.177.19.10 di sussidio ordinario pagato dall’Inghilterra – e le L. 22.482.525.9.8 effettivamente riscosse, non dovuta al cambio, ma ad altre ragioni che qui non mette conto di accennare.

[6]Vedi una lettera del conte di Brianzone a Groppello, da Londra, in data 13 maggio 1707, in A.S.F. II a., Capo 57, Lettere diverse, n. 659, ed altra del 10 febbraio 1708, id., n. 660. Vi si danno interessanti particolari intorno al modo con cui si erano potute nel 1706 inviare L. 874.666.13.4 di sussidi straordinari all’epoca dell’assedio di Torino. Temendosi che il Parlamento non le approvasse, lord Godolphin prima si era limitato a spedire anticipatamente due bimestri del sussidio ordinario, che facevano appunto L. 874.666.13.4; e poi, avuto il “sentimento delle persone più accreditate nel Parlamento”, aveva spedito 50.000 L. st. di sussidio straordinario, colla riserva di trattenersi altrettanto sull’ordinario, ove il Parlamento, che in quel torno di tempo era chiuso, non avesse sanata l’irregolarità. Del che non vi fu bisogno, poiché il consenso venne poi dato senz’opposizione.

[7]Tronci, Le Operazioni e la materia di Borsa. Torino, L. Roux e C, 1891, pag. 719.

[8]A.S.M.P. Negoziazioni con Inghilterra, M. 4, n. 1.

[9]Le notizie riferite nel testo si desumono da una minuziosa Relation de l’Ambassade du Marquis de Triviè; à la Cour l’Angleterre.Parte seconda, Art. 1. Ouverture d’une negociation secrette pour procurer une somme a V.M. pour ce qui lui etoit deu les subsides, arrerages; in A.S.M.P. Negoziazioni con Inghilterra, M. 4, n. 1.

[10]Su questa seconda fase dei negoziati per la liquidazione dei sussidi inglesi cfr. A. S. M. P. Negoziazioni con Inghilterra, M. 5, n. 5, Istruzioni 18 settembre 1716 al Conte della Perosa; id., n. 6, Istruzioni 7 agosto 1719 S. M. al Marchese di Cortanze; id., n. 8, Relation que le marquis Hercule Thomas Rouero de Cortance fait au Roy, etc., pag. 10. Sovratutto però sono da consultare in A. S. Lettere Ministeriali. Inghilterra, M. 25esimo, n. 2, le lettere da Londra del segretario Noeray del 14, 21, 28 e 31 agosto, 4, 11, 18, 25 e 28 settembre, 2, 5, 16, 23 e 30 ottobre, 2, 6, 9, 13, 20 e 23 novembre, 11 e 25 dicembre 1719 e 29 gennaio 1720. Delle 35 mila lire sterline ricevute dall’Inghilterra, ben 600 furono regalate all’intermediario Stevenson, 500 furono spese a Londra dal conte di Cortanze in compra di cavalli e cani da caccia per il Re (di cui 394.11.1, equivalenti, al cambio di L. 19.15, a L. 7.792.8.10, furono rimborsate nel 1720 dalla tesoreria della Casa reale al tesoriere generale Golla. Cfr. A.S.C. Conto di tesoreria generale del 1720. Debito. Capo 23); e pel resto il Golla si addebitò nello stesso conto di altre L. 638.660.16.3.4 (e così in tutto di L. 646.453.4.1.4) ricavate da tante tratte su Genova e Livorno negoziate a varii tassi di cambio. Siccome il Noeray aveva stipulato il pagamento delle 35 mila L. st. in contanti e non, come s’usava durante la guerra, al cambio fisso di lire 4.2 per scudo, accadde che le L. st. 600 lasciate al conte di Cortanze furono calcolate al cambio di L. 19.15, che doveva essere la parità in quegli anni, e le L. st. 33.900 inviate in Italia furono negoziate a L. 18.16.4.6, ossia ad un cambio più favorevole di quello che durante la guerra era stato stipulato. In questa materia dei cambi qualche dubbiezza rimane, per quanto si sia osservata ogni diligenza, a causa della scarsezza dei dati; ma le cose dette nel testo ed in questa nota dimostrano come ad un notevole inasprimento durante gli anni della guerra grossa sia successa una sensibile miglioria dopo la pace; sicché le spese di cambio da Londra a Torino nel 1720 aggiravansi intorno al 4.66 per cento, cifra forte per i tempi nostri, ma non eccessiva per allora.

[11]Gran parte dei pagamenti dei sussidi olandesi venne fatta a mezzo di banchieri, che se i trattenevano in sconto delle loro anticipazioni, ed a fornitori olandesi di merci provvedute al Piemonte. Queste somme non entravano nei conti di tesoreria generale nei quali vi traccia del pagamento solo di L. 3.328.463.16.6, oltre a L. 466.883.2.11 entrate nel conto della tesoreria di milizia. Questi dati non sono attendibili essendo più che doppia la somma ricevuta dall’erario piemontese.

[12]A.S.F. prima a. Sussidi alle Potenze estere, M. I, n. 2. Fascicolo in-folio intitolato: 1703 a 1713, Registro de’ sussidi d’Ollanda su cui il più si fondò il conto. Ogni pagina è firmata in calce: Pastoris Mura, ne varietur. I conti sono parecchi, cogli Stati generali, con i banchieri, con le spese fatte in Olanda, ecc.

[13]A.S. Cont. Bilanci fondi, n. 6, 1715. Conto allegato dei sussidi d’Inghilterra ed Olanda.

[14]A.S.F. prima a. Sussidi delle Potenze estere, M. I, n. 2. Conto in fiorini del De Normandie, ricevidore stato deputato da questa Corte. La ripartizione tra le provincie delle somme pagate dagli Stati generali non s’è potuta fare intieramente; e così rimangono scuti 221.061.6.1 dei quali non si conosce la provenienza. Le cifre riportate nel testo sono in parte frutto di ipotesi; ma quanto di meglio sapemmo presentare ai lettori.

[15]A.S.F. prima a., Sussidi delle Potenze estere, M. 1, n. 2. Id. seconda a., Capo 54. Registro lettere Piemonte, n. 23. Lettera 2 dicembre 1704 di Groppello al marchese del Borgo. Id. Capo 57. Lettere diverse, n. 657. Lettere del marchese del Borgo a Groppello del 2 febbraio e del 6 novembre 1705.

[16]A.S.F. seconda a., Capo 54. Registro Lettere Piemonte, n. 23.

[17]A. S. M. P. Negoziazioni con Ollanda, M. 2, n. 1 e 2.

[18]A. S. M. P. Negoziazioni con Ollanda, M. 3.

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