Le ferrovie e il porto di Genova

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 17/01/1901

Le ferrovie e il porto di Genova

«La Stampa», 17 gennaio 1901[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 315-317

 

 

Non passa quasi settimana senza che ci venga comunicata qualche circolare, con cui si sospende l’accettazione di merci nella stazione di Santa Limbania. Ed allora sono proteste dei commercianti italiani, i quali non possono far proseguire i vagoni a Genova, dove i piroscafi stanno per partire, e degli importatori che devono tenere le loro merci immobilizzate sulle banchine del porto di Genova.

 

 

Mentre i commercianti si lagnano, la Società mediterranea protesta di non poter far nulla per togliere gli incagli così perniciosi alla prosperità nazionale. Ci viene oggi comunicato il testo di una dichiarazione che il rappresentante della società fece nell’ultima seduta della commissione permanente del porto di Genova.

 

 

«La Mediterranea – disse quel rappresentante – non può rimanere silenziosa di fronte alle accuse che il commercio le muove, mentre l’interesse suo coincide con quello del commercio, ed anch’essa si trova danneggiata dalle deviazioni delle correnti naturali del traffico che derivano da quegli inconvenienti. Ma l’amministrazione ferroviaria è costretta a subire le conseguenze della manchevolezza degli impianti portuali rispetto all’incremento del traffico, ed ora in particolare di quello destinato all’imbarco; non potendo sopperire all’uopo le calate ed i magazzini che le sono assegnati. I temperamenti adottati finora apportano ben lieve aiuto; dimodoché la società si crede in obbligo di mettere in rilievo come, nelle condizioni attuali, sia assolutamente impossibile di soddisfare alle esigenze del commercio. L’esperienza di ogni giorno dimostra che è difficilissimo imbarcare giornalmente più di 160 carri circa di merce, e che, quando si accumulano a Santa Limbania da 300 a 350 carri, non è conveniente mandarvene altra senza incagliare le manovre e tutto il servizio».

 

 

È inutile dunque lagnarsi. La Mediterranea non può fare a vantaggio del commercio più di quanto fin d’ora compie. È una necessità assoluta sospendere le accettazioni di merci per Santa Limbania; «e le sospensioni dovranno inevitabilmente rinnovarsi anche per l’avvenire, fino a che le fronti d’imbarco e i magazzini non corrispondano agli invii di merci destinate all’imbarco».

 

 

La conclusione è ben triste per i commercianti e gli industriali. È proprio vero che nulla si possa fare per porre rimedio alla deficienza dei mezzi d’imbarco e di sbarco nel porto di Genova?

 

 

La impossibilità non è certo di ordine materiale. Essa è dovuta unicamente alla lentezza che presiede all’amministrazione del nostro maggiore porto nazionale.

 

 

I progetti per aumentare la lunghezza delle calate, per aumentare i tronchi ferroviari di sfogo alle merci accumulate sul porto sono pronti. Si tratta soltanto di scegliere, fra i molti progetti, quelli che siano i più economici e adatti allo scopo; e di mettersi all’opera con i capitali che banche e sindacati appositi di uomini d’affari sarebbero pronti a fornire. Neppure vi è da temere di fare un cattivo affare dal punto di vista economico, perché, anche a voler essere eccessivamente pessimisti, il maggior prodotto delle ferrovie sarà sempre più che bastevole a far fronte agli interessi ed all’ammortamento dei capitali presi a mutuo.

 

 

Un’opera reclamata dai bisogni urgentissimi del commercio e dell’industria di tutta l’alta Italia e dell’Europa centrale, desiderata dalle società ferroviarie, voluta dall’opinione pubblica, tecnicamente possibile ad eseguirsi, produttiva di profitti sicuri, un’opera siffatta dovrebbe essere di facile esecuzione.

 

 

Eppure non se ne fa nulla.

 

 

Non se ne fa nulla perché gli enti interessati sono troppi: stato, società ferroviarie, camere di commercio, province, comuni, ecc. ecc.; e tutti costoro, pur facendo finta di essere animati da ottime intenzioni, finiscono per palleggiarsi a vicenda i progetti all’infinito. Manca l’ente autonomo, unico amministratore responsabile del porto, che provveda con prontezza ed efficacia.

 

 

Non se ne fa nulla, sovratutto, perché il governo, che dovrebbe compiere le opere reclamate, si piega alle esigenze della politica parlamentare; e si arretra dinanzi ai benefizi sicuri dei miglioramenti portuari genovesi perché ha paura di essere costretto a concedere ai deputati di altre città marittime la esecuzione di opere feconde di perdite egualmente sicure.

 

 

Conoscere i motivi dell’inazione non vuol però dire che ci si debba rassegnare.

 

 

L’opinione pubblica deve reclamare con forza la fine dei ritardi elettorali. Essa deve imporre al governo di non costruire dei moli inutili su qualche porto deserto del Tirreno o dell’Adriatico; e di mettersi prontamente e rapidamente all’opera proficua nel porto di Genova.

 

 

Altrimenti converrà pensare di togliere allo stato l’amministrazione del porto per affidarla ad altri, magari a qualche società privata.

 

 

Staremmo sempre meno peggio d’adesso.

 

 



[1] Con il titolo È ora di finirla [ndr]

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