Le grandi lotte economiche-commerciali nel secolo XX
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 25/11/1897

Le grandi lotte economiche-commerciali nel secolo XX

«La Stampa», 25 novembre 1897

 

 

 

Il giorno 20 novembre rimarrà segnalato nella cronaca affannosa dell’anno declinante per due discorsi di eccezionale importanza. Il cancelliere Goluchowski chiudeva il discorso sulla politica estera alla Delegazione ungherese, notando come una gigantesca trasformazione si vada compiendo nei rapporti internazionali.

 

 

«Come i secoli XVI e XVII furono caratterizzati dalle lotte religiose, il XVIII dalle idee liberali, il secolo attuale dalle questioni nazionali, così il XX si annuncia per l’Europa come un secolo di lotta per l’esistenza nel campo commerciale, ed i popoli debbono collegarsi per agire con successo nella difesa della propria esistenza. La lotta ad oltranza per la concorrenza che combattiamo in tutti i campi con i paesi transatlantici esige una difesa pronta ed energica. Se i popoli d’Europa non vogliono essere danneggiati nei loro interessi vitali ed incamminarsi alla conseguente rovina, essi debbono combattere, dandosi vicendevole aiuto nel pericolo comune ed armarsi per questo combattimento con tutte le risorse di cui dispongono.»

 

 

Nello stesso giorno il presidente del Consiglio dei ministri francese, Méline, dipingeva a foschi colori la rovina dell’agricoltura nel suo paese, ed additando il mezzo miliardo di perdite annue, invocava la cooperazione di tutti alla risoluzione dell’arduo problema. L’ancora di salvezza dovrebbe stare, secondo il Goluchowski, in una novella santa alleanza dell’Europa contro la minacciante invasione transatlantica.

 

 

Se noi dobbiamo essere lieti che a poco a poco si vada facendo strada nelle sfere dei reggitori delle nazioni la persuasione che i problemi moderni più importanti non sono già politici, militari o dinastici, ma bensì economico-sociali, non sembra però a primo aspetto che il rimedio auspicato dal Goluchowski corrisponda alle tendenze manifestatesi nella realtà dei fatti sul continente di Europa.

 

 

Le nazioni europee sono protette, non solo da una plumbea corazza di armati, pronti a scendere in guerra alla minima provocazione, ma veggono i propri confini custoditi da un esercito innumerevole di doganieri, veglianti affinché nessuna merce entri senza pagare l’ingente dovuto tributo. L’Europa è ancora ben lungi dal potere apprestarsi unita alla lotta suprema contro le civiltà nuovissime o ridestantisi a novella vita, ed anzi la più fiera lotta internazionale si combatte fra i suoi membri. All’estremo limite la Russia, ampia come un continente, si è chiusa in sé stessa, e con dazi proibitivi favorisce il sorgere di industrie nazionali destinate a soddisfare ai bisogni di una vasta popolazione consumatrice. Il paziente popolo russo ha un campo immenso aperto alla sua operosità; colla ferrovia transiberiana, esso prepara ora nuovo terreno alla sua potenza colonizzatrice, più ignorata, ma non minore di quella della razza anglo sassone. Sul continente europeo la Russia gitta i suoi grani ed i suoi petrolii, paga di riuscire con ciò a pagare l’interesse dell’enorme debito pubblico con cui essa cerca di vivificare le sue inesauste pianure ed i suoi nascenti opifici.

 

 

All’altro limite estremo una nazione vecchia e priva di ogni elaterio, la Francia, anch’essa si chiude superbamente in se stessa e rifiuta ogni rapporto coi popoli stranieri. I suoi figli, assaliti dalla degenerazione propria delle razze declinanti, più non si riproducono; la trama della vita vi si è ridotta entro l’angusta cerchia d’un impiego governativo o d’un piccolo fondo.

 

 

La Francia più non assale, ma si difende; difende l’esercito contro l’infiltrazione lenta degli italiani, dei belgi e dei tedeschi nel posto lasciato vuoto dai suoi connazionali; difende il suo mercato contro l’invasione mal dissimulata dei prodotti germanici, invasione così terribile che ha fatto esclamare a molti esistere ora un nuovo danger allemand ed ha fatto loro intravedere nel lontano futuro una sconfitta commerciale più deleteria della sconfitta militare del 1871.

 

 

Nel centro la Germania, dopo gli allori colti nel campo di battaglia, si è consacrata tutta alle arti della pace; le sue industrie sono giunte ad altissimo fiore; migliaia di viaggiatori acuti ed intelligenti si spandono per tutte le parti del mondo ad annodarvi relazioni commerciali colla madre patria. Amburgo è oramai diventato il primo porto dell’Europa; in vent’anni impallidirono di fronte alle sue vittorie impreviste i trionfi di Liverpool, di Marsiglia, di Genova.

 

 

Una generazione di gente colta, seria, imbevuta profondamente dello spirito di associazione ha bastato per assicurare alla Germania un primato commerciale indiscusso sul continente europeo. Satelliti minori la seguono l’industriosa Austria e l’Ungheria produttrice di grani. I paesi balcanici e gli scali del Levante cadono sempre più sotto l’egemonia incontrastata dei commercianti e delle Compagnie di navigazione austriache.

 

 

L’Italia, assalita anch’essa dalla mania di proteggere le industrie giovani e quelle vacillanti ai colpi della concorrenza transatlantica, si è cinta di barriere doganali; ma, a quanto sembra, con poco suo vantaggio. I dazi sui manufatti industriali non giovano se non ad assicurare copiosi sopraprofitti ai fabbricanti e ad inciprignire la concorrenza e la conseguente sovraproduzione interna; e se si rallietano i latifondisti della Lombardia e del Mezzogiorno dell’alto prezzo del grano, soffrono vivamente gli operai delle città per il rincaro del pane e gemono di fronte alle rappresaglie delle nazioni estere i produttori di vino e di agrumi, a cui il nostro suolo è mirabilmente adatto.

 

 

Mentre sul continente europeo le varie nazioni lottano le une contro le altre, le une per difendersi, le altre per assalire, uno spettacolo stupendo si presenta al di fuori.

 

 

La dominatrice dei mari, l’Inghilterra, ha visto a poco a poco chiudersi davanti a sé tutti i mercati su cui essa esportava i manufatti, le macchine, i carboni prodotti dalle sue fabbriche e dalle sue miniere; ed ha dovuto assistere alla rovina della propria agricoltura, disarmata dinanzi alla crescente importazione di derrate a vil prezzo dai paesi nuovi. Essa ha però trovato una temporanea ancora di salvezza.

 

 

Le grandiose feste del giubileo, di cui non è spenta l’eco, hanno rivelato l’esistenza di un impero il quale abbraccia il quarto della superficie della terra ed un settimo dei suoi abitanti. Su questa distesa sterminata di territorio abitato da popolazioni numerose, la cui potenzialità di consumo cresce continuamente, l’Inghilterra conta di vendere per lungo tempo ancora le sue merci.

 

 

Ed il calcolo non è errato. The Trade follow the Flag, il commercio segue la bandiera, è un proverbio inglese il quale si è addimostrato eminentemente vero.

 

 

Dovunque si reca un colono inglese ivi lo segue il commerciante della sua nazione. I vincoli fra la colonia e la madre patria, che si erano rilassati alquanto, tendono ad annodarsi di nuovo; già il Canadà ha concesso all’Inghilterra un trattamento di favore; e non è improbabile che, quando la Federazione australiana sia un fatto compiuto, essa ne segua l’esempio.

 

 

All’impero inglese fa degno riscontro la Federazione americana. Protezionisti feroci verso le nazioni estere, gli Stati Uniti costituiscono però il mercato libero più vasto che esista al mondo. Il protezionismo e l’esclusivismo americano hanno avuto per effetto di sviluppare nell’interno della repubblica una intensità di traffici di cui nell’Europa non si ha l’idea.

 

 

Basti ricordare che la rete ferroviaria americana eguaglia quella europea, e che il tonnellaggio passato attraverso all’ignoto canale di Sault St. Marie, nella regione dei laghi, supera il tonnellaggio del famoso canale di Suez. Favoriti da una combinazione unica di clima, di suolo, di fiumi, gli Stati Uniti inondano l’Europa coi prodotti dei loro campi per uno scopo non dissimile da quello della Russia, di trovare cioè il mezzo di pagare gli interessi dei capitali esteri investiti nel loro paese, e di soddisfare al lusso raffinato delle loro classi ricche ed opulenti.

 

 

Ultima combinazione gigantesca di forze umane convergenti al medesimo scopo è il lontano Oriente. I progressi politici e militari del Giappone hanno avuto un’eco immensa da noi; ma non meno importanti sono i suoi progressi economici, che fanno già paragonare il Giappone all’Inghilterra del Pacifico.

 

 

Per ora è assurdo parlare del pericolo giallo; ma non è meno vero però che con pazienza ed astuzia teutonica i figli dell’impero levante vanno assicurando alle loro industrie il mercato cinese per potere instaurare così a poco a poco una vera Federazione commerciale fra le nazioni orientali, non inferiore in importanza alle Federazioni americane ed anglo-sassone.

 

 

L’esame rapido ed affrettato ora compiuto ci permette di asserire che si va facendo al di là dei mari un vasto movimento di integrazione e di organizzazione; solo vi fugge l’Europa dilaniata da odi e da lotte continue e funeste. Il discorso del Goluchowski è destinato forse ad essere il segno foriero di un cambiamento di rotta nelle vecchie società europee?

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