Le idee dell’on. Meda

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/07/1922

Le idee dell’on. Meda

«Corriere della Sera», 18 luglio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 760-761

 

 

 

Signor direttore,

L’unica risposta che io posso dare agli articoli coi quali il di Lei giornale ha commentato il mio discorso del 14 corrente alla camera è quella di invitarla a leggere il discorso medesimo nel suo testo, che uscirà fra due o tre giorni nel resoconto stenografico della tornata.

 

 

Altre cose, oltre quelle che ho detto parlando alla camera, non saprei aggiungere. Ma Ella ha torto, del resto, di accalorarsi tanto contro di me, perché io non aspiro affatto a ritornare ministro, né del tesoro, né di qualsiasi dicastero, e non ho parlato, come dichiarai espressamente alla camera, per conto del gruppo popolare, ma esclusivamente per manifestare idee mie personali, non di oggi,né di ieri, ma vecchie di qualche anno.

 

 

Le quali idee, se sono davvero così malvagie e stolide, come il di Lei giornale proclama, non avranno che una sorte altrettanto sicura quanto confortante: quella di non trovare seguito alcuno. Ma il diritto di esporle alla tribuna parlamentare non ritengo possa essermi tolto se non dagli elettori che non mi rinnovino il mandato: nel qual caso rimarrà pur sempre tuttavia il diritto che io me le tenga per me. Né di più ho mai chiesto e preteso.

Con distinta stima,

 

 

Dev.mo Meda

 

 

Noi non abbiamo mai pensato di negare all’on. Meda il diritto di esporre alla tribuna parlamentare le idee che gli sono care; ma egli non vorrà negare il nostro diritto, ed anzi il nostro dovere, di criticare immediatamente, da questa tribuna, quelle idee che a noi paiono funeste al paese. Né è possibile attendere che i discorsi pronunziati alla camera compaiano nei rendiconti stenografici, poiché, fossero anche pochi i giorni d’attesa – e solitamente il ritardo è invece grande – la critica perderebbe troppo della sua efficacia. Del resto, ben conoscendo l’imperfezione dei rendiconti sommari, noi ci siamo fermati sovratutto sul testo del suo ordine del giorno, che dovevamo ritenere scritto meditatamente. Obbligo nostro è appunto di impedire che le idee da noi reputate storte trovino, come egli osserva, alcun seguito nel paese. Ma quelle fermate nell’ordine del giorno Meda ci erano sembrate talmente contrarie alle necessità più urgenti del momento, che per dovere di cortesia avevamo preferito di supporre che la parola scritta fosse andata oltre il pensiero dell’oratore e fosse stata o potesse essere integrata e spiegata da lui. Chiunque egli sia, fosse pure il più umile dei deputati, l’uomo pubblico non parla agli o per gli elettori; né questi sono il degno tribunale di appello nelle controversie intorno alla giustezza dei concetti e dei propositi manifestati nei dibattiti parlamentari. Tanto meno deve presumere di negare il diritto di critica dell’opinione pubblica chi fu ministro due volte e dalla fiducia del suo partito potrebbe essere designato a diventarlo ancora; e tanto più agevolmente potrebbe esserlo, quanto più le sue idee sul governo della cosa pubblica sembrassero degne di plauso e di consenso. Poiché noi le riteniamo invece degne di riprovazione, non possiamo non prendere atto con consenso della dichiarazione dell’on. Meda di non aspirare affatto a ritornare ministro del tesoro con quei criteri, Dio ci guardi!

 

 

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