Le illusioni della grandezza

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/04/1907

Le illusioni della grandezza

«Corriere della sera», 3 aprile 1907

 

 

 

Il signor Hanotaux, ex-ministro degli esteri della Francia, scrisse giorni sono sul Journal un articolo che fu sunteggiato dai giornali italiani e di cui dobbiamo essergli grati per gli elogi indirizzati al nostro paese ed all’opera compiuta dagli italiani in mezzo secolo di vita nazionale. Ma se dobbiamo essere lieti di queste lodi che uomini insigni d’ogni paese rivolgono all’Italia nuova, non dobbiamo per esse montare in superbia. Il signor Hanotaux dice che noi siamo ottimisti e che il nostro ottimismo è una grande forza in un momento in cui nel mondo predomina la grigia nota pessimista. E ciò e`vero; ma l’essere ottimisti non vuol dire ancora pascerci di illusioni ed immaginare d’essere giunti alla meta, laddove abbiamo invece mossi appena alcuni passi per raggiungerla.

 

 

Tutto ciò che l’Hanotaux dice intorno all’ammirabile sviluppo delle città del Settentrione d’Italia è verissimo, come pure è vero che noi siamo nella singolare situazione psicologica, di coloro che non sono ancora giunti alla ricchezza ma non sono più poveri. Questa è forse la situazione più propizia alle illusioni: poiché i poveri non sanno levare lo sguardo dalla tristezza che li circonda ed i ricchi s’inquietano vedendo che essi più non sanno progredire, mentre altri cerca di raggiungerli. Invece quei popoli che si trovano nel punto iniziale della prosperità vedono tutto attraverso ad occhiali rosei e non valutano le difficoltà che essi debbono ancora superare. Innanzitutto quanto è ancor lunga la strada da percorrere! La Francia, per citare la patria del nostro elogiatore, vede ogni anno trasmettersi per successioni ereditarie ben 6 miliardi di valori immobiliari e mobiliari, mentre in Italia le trasmissioni raggiungono a mala pena i 1200 milioni annui. è vero che siamo solo 34 milioni contro a 39 milioni di francesi, ed è vero anche che gli statistici d’oltralpe sono inquieti per la stazionarietà dell’asse ereditario trasmesso ogni anno; ma quanto maggiore è la fortuna d’ogni francese in confronto a quella d’ogni italiano e quanto grande è lo sforzo lungo, pertinace, costoso, che dovremo compiere per avvicinarci ai sei miliardi dalla nazione sorella! Tanto più lungo in quanto vi sono delle vaste regioni d’Italia in cui la ricchezza media è ancora enormemente inferiore a quella media italiana. Tutti i paesi hanno qualche parte del loro territorio che s’attarda sulla via del progresso; né vi sfugge la stessa Francia, malgrado la ricchezza del suo suolo pianeggiante, ben più fecondo del nostro, alpestre ed accidentato. Ma in nessuna vi è il distacco che si vede andando dal nord verso il sud d’Italia, ed in nessuna regione di Francia o di Germania si accumulano tanti indici di inferiorità relativa, come in certe provincie del Mezzogiorno e nella Sardegna. Nemmeno nell’Irlanda, ove non si voglia risalire al 1830, quando la malattia delle patate e la emigrazione riducevano la popolazione, in breve volgere di anni, da 8 a 4 milioni. Questo è il grande problema dell’Italia moderna, a cui l’Hanotaux non accenna; ed è problema formidabile, innanzi a cui impallidiscono i più ottimisti. L’equilibrio economico nell’Irlanda cominciò a ristabilirsi appena nell’ultimo decennio del secolo XIX, sessant’anni dopo la grande carestia e l’esodo in massa dei popoli immiseriti. Sarà necessario, per giungere alla salvezza, aspettare tanto tempo e vedere prima spogliate alcune fra le più belle provincie d’Italia di metà dei loro abitanti? Speriamo di no, ad auguriamoci che la emigrazione straripante susciti virtù compensatrici dei danni che essa arreca; ma non illudiamoci che lo sforzo debba essere breve e poco faticoso.

 

 

Se anche noi attaccassimo il nemico da due punti soli, l’analfabetismo ed il disboscamento, dovremmo combattere una lotta lunga. L’Hanotaux non parla di queste due piaghe nostre, l’una delle quali è indice di scarso progresso della cultura e l’altra diminuisce tanto il reddito delle terre italiane ed ostacola potentemente la utilizzazione delle forze idrauliche.

 

 

L’analfabetismo sminuisce il valore della merce-uomo che noi offriamo in abbondanza a tutte le contrade d’Europa e d’America, e il cattivo regime delle acque, insieme al disboscamento, annulla il valore di molta parte della terra nostra e ci costringe a vendere al miglior prezzo la nostra forza di lavoro.

 

 

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Il signor Hanotaux trova ancora un argomento di viva lode in ciò: che noi avremmo risoluto felicemente il problema dell’equilibrio fra il Governo centrale e le autonomie locali. «La formula rivoluzionaria» egli dice «che ha jugulato la nostra nazione entro le strettoie della unità indivisibile, non ha avuto qui applicazione: i movimenti sono più liberi, i gesti più facili, i vestiti più ampi; non è un reggimento in marcia, ma una processione che sfila nei meandri delle vie, sottomessa ad un disciplina volontaria e intonante lo stesso coro, come se ne vedono negli affreschi e nei bassorilievi, dipinti da Benozzo Gozzoli o scolpiti da Luca della Robbia». Qui gli italiani meraviglieranno al sentirsi così liberi e sciolti nei loro movimenti, come essi non credettero mai ed un vago timore li assalirà di essere stati ingiusti verso il loro governo. Come, liberi gli individui e largamente autonomi i Comuni del presente giogo della macchina governativa e tutti sono convinti che i recenti progressi economici d’Italia si siano compiuti nonostante l’opera accentratrice, procrastinante, arretrata del Governo? Quando i Comuni sono alla mercé di ogni sopruso ministeriale e vengono destituiti sindaci e disciolte amministrazioni solo perché non vollero chinarsi ai voleri del deputato appartenente al partito governativo? Quando tutti sono d’accordo nel ritenere che, più d’ogni altra causa, valgano a deprimere le condizioni morali e materiali del Mezzogiorno la corruzione nefasta operata dal Governo centrale e la solidarietà di interessi che lega tirannicamente grandi elettori, amministrazioni municipali, deputati e Governo?

 

 

Ma forse qui abbiamo torto di respingere le lodi del signor Hanotaux. Egli scrive in un paese in cui l’accentramento è più tirannico e più giacobino che in Italia, in cui la capitale è tutto e le provincie sono nulla, in cui un governo forte comprime le velleità di una rigogliosa vita locale. E su di lui deve aver fatto grande impressione quel rigoglio di vita municipale che si comincia a scorgere in talune grandi città d’Italia. Purtroppo però questa è una eccezione consolante, che ci induce a riflessioni melanconiche. Il Governo centrale, debole coi forti, lascia una certa libertà alle grandi città del settentrione, dove l’opinione pubblica è vivace e forte e dove i soprusi governativi non sarebbero tollerati; ma diventa prepotente coi deboli, contribuendo ad intristire la vita locale, già così debole, in tanta parte d’Italia. Che la vita pubblica locale diventi più rigogliosa è dunque più un augurio per l’avvenire che una constatazione pel presente; ma non per questo è meno sintomatico sentirci ricordare da un insigne francese alcuni fatti che ci farebbero sembrare più atti di altri a trovare il punto di equilibrio nella vita pubblica ed a preservare le sane energie locali dal pericolo di un eccessivo accentramento.

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