Le imposte del capitan Giulietti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/08/1923

Le imposte del capitan Giulietti

«Corriere della Sera», 17 agosto 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 340-344

 

 

 

La controversia fra armatori e federazione dei lavoratori del mare intorno al cosidetto «patto D’Annunzio» tocca taluni punti essenziali dei rapporti tra capitale e lavoro. Sovratutto gli armatori affermano di non volere assolutamente avere nulla a che fare col capitano Giulietti e col suo aiutante principale, capitano Poggi. Essi affermano che tutte le sventure della marina mercantile italiana derivano da questi due signori e principalmente dal primo, che dipingono come bolscevico nell’epoca del bolscevismo, fascista coi fascisti, dannunziano a Fiume, traditore di tutti i partiti, preoccupato solo di mantenere il suo dominio sui marinai e sulle diecine di milioni da questi versate nella cassa della federazione dei lavoratori del mare e della pseudo cooperativa Garibaldi; epperciò perpetuo attizzatore di discordie, violatore imperturbato dei patti giurati, artista sopraffino della parola, orditore di inganni in patria e nei luoghi di rifugio all’estero. La marina mercantile, essi dicono, ha bisogno di pace; ma questa non sarà raggiunta mai sinché armatori e marinai non potranno venire direttamente a contatto tra di loro e capitan Giulietti non sarà messo fuor di ogni possibilità di attizzare incendi devastatori.

 

 

Non conosco questo famigerato capitano; ma potrebbe ben darsi che gran parte delle accuse rivolte contro di lui possano essere dinanzi al tribunale della verità riconosciute vere. Lo arguirei dal fatto che gli industriali italiani si sono bensì in passato inferociti, e talvolta a ragione, contro le prepotenze delle leghe; ma hanno quasi sempre finito per mettersi d’accordo con gli organizzatori operai, socialisti, cattolici o fascisti. Si sono messi d’accordo, perché ambe le parti hanno trovato la soluzione che, provvisoriamente, accomodava la controversia. Attorno ad un tappeto verde, organizzatori industriali ed organizzatori operai hanno finito per discutere di fatti concreti e di soluzioni possibili. Difficilmente le parti litiganti si sono separate senza stringersi la mano; e col tempo si finì per imparare che la condotta più utile era quella che manteneva fede ai patti convenuti.

 

 

In pochi casi, e quello del capitan Giulietti è il più cospicuo, l’astio e l’odio contro l’avversario sono andati crescendo col tempo. L’armatore italiano è sinceramente convinto che Giulietti sia l’anticristo in persona, il diavolo mentitore, ingannatore, beffardo, sempre pronto ad ordire tranelli ed a tenere in orgasmo la marina mercantile. Tanto e così perdurante odio non può essere senza una qualche profonda ragione. Né questa può essere il semplice contrasto d’interessi. Deve essere cosa veramente spiacevole, forse disgustosa, dover trattare con questo capitano di marinai.

 

 

Tuttavia, pare a me che gli armatori abbiano torto nel porre la pregiudiziale di non voler trattare con costui. Non essi, ma i marinai debbono togliere la fiducia al Giulietti. Finché i marinai, per qualunque motivo, sono organizzati nella federazione italiana dei lavoratori del mare (F.I.L.M.) e finché la federazione ha per segretario dirigente Giulietti, gli armatori non possono non trattare con lui. Essi non possono dire: «Tratteremo singolarmente, nave per nave, con i nostri marinai». Non lo possono dire, perché non s’usa più, perché la pratica di un secolo ha persuaso gli operai ad agire altrimenti, perché gli operai possono ora aderire alle leghe rosse ed ora alle corporazioni fasciste; ma agiscono sempre per mezzo di una organizzazione; né in un paese civile è pensabile togliere ad essi la libertà di trattare attraverso ai corpi da essi preferiti e nel modo che essi ritengono migliore. Capitan Giulietti deve essere giudicato dai suoi marinai, a seconda dei risultati che egli fu e sarà capace di ottenere a loro beneficio od a loro danno. Gli armatori hanno soltanto diritto di chiedere di trattare ad armi pari col loro avversario.

 

 

Epperciò essi hanno ragione quando respingono l’obbligo che il cosidetto patto D’Annunzio od un qualunque altro patto loro fa di trattenere il 2% sui salari dei marinai e di versarlo alla cassa della federazione, ossia al capitano loro nemico. Come quest’obbligo sia sorto e sia stato accettato dagli armatori è difficile immaginare, salvo ripensando allo sconvolgimento di idee proprio dell’epoca bolscevica. Questa trattenuta del 2% è veramente una stravaganza indicibile. In sostanza essa significa che un ente privato, la F.I.L.M., ha acquistato un diritto tra i più gelosamente riservati allo stato, quello di prelevare imposte; si è arrogato un attributo sovrano, che le leggi italiane concedono solo in casi particolari ad alcuni enti pubblici come le province, i comuni, le camere di commercio, gli istituti pubblici di assicurazione sociale; ed usa di questo potere maiestatico a proprio vantaggio, senza resa dei conti, senza pubblicità, senza responsabilità degli amministratori. Dovunque un tributo è esatto – ed una trattenuta forzosa del 2% sui salari è certissimamente un’imposta – c’è un corpo amministratore nominato con criteri pubblici, c’è un bilancio, c’è un’autorità statale di controllo della spesa fatta, ci deve essere la dimostrazione che l’importo del tributo è stato speso per fini pubblici. Se tutto ciò non si fa, esiste abuso enorme di fiducia, sovvertimento di tutte le regole relative al danaro pubblico. Richiamo espressamente l’attenzione dell’on. De Stefani su questo caso di violazione flagrante di una delle norme più salutari da lui poste: che nessuna imposta sociale possa essere stabilita a favore di enti speciali. Egli, ministro delle finanze, incontra difficoltà inaudite per applicare l’imposta sui salari degli operai; né, salvo poco numerose categorie di operai statali o municipali, egli vi è finora riuscito. Orbene, ciò che non riuscì a lui, riuscì a capitan Giulietti, il quale per anni ed anni, obbligando, per colmo di beffa, gli armatori suoi avversari a rendersene esattori, prelevò sui salari dei marinai italiani una imposta del 2% ed a farne suo pro, senza mai renderne pubblico conto. La cosa non parrebbe neppure credibile, sebbene sia certamente vera.

 

 

Capitan Giulietti si faccia pagare, se gli riesce, non il 2% ma il 3 o il 10% dai marinai affiliati alla federazione. Ma sia pagamento volontario, direttamente fatto dai marinai alla cassa della federazione. Il marinaio che paga è il marinaio che ha fiducia e crede che il 2 o il 3 o il 10% pagato gli ridondi in maggiori vantaggi di salario o di orario o di condizioni di lavoro. Finché il marinaio paga volontariamente, si rodano pure gli armatori nella loro rabbia: capitan Giulietti sarà forse il più perverso degli uomini; ma sa fare bene gli interessi dei suoi rappresentati. Non così, quando il capitano preleva taglie obbligatorie. In tal caso, la forza sua non deriva dalla fiducia e dai benefici resi, ma dalla potestà di usare degli attributi della sovranità. Egli non è qui il fiduciario; ma il tiranno.

 

 

Risoluto questo punto fondamentale, il resto non presenta difficoltà insormontabili. Gli armatori si lamentano, ad esempio, che i regolamenti organici del 1913 tolgano ad essi ogni padronanza sulla nave, instaurino sul mare l’indisciplina dei soviet russi, con danno gravissimo della marina mercantile. E forte si lagnano che il patto D’Annunzio faccia loro obbligo di conservare tale regolamento incompatibile colla vita della navigazione e in parecchi punti lo peggiori. E si appellano ad una lettera del 22 marzo 1923 in cui il comm. Rossoni, a nome dell’on. Mussolini, dava affidamento di secondare la riforma del regolamento in modo che: 1) l’ordinamento interno, amministrativo e tecnico delle aziende fosse riservato esclusivamente al criterio delle direzioni responsabili; 2) le promozioni avvenissero per merito ed a scelta, con vantaggi economici per l’anzianità; 3) fossero rispettate la gerarchia nel comando e la più assoluta disciplina; 4) fosse sancito il diritto bilaterale di risoluzione del contratto d’impiego con giusta indennità. I criteri posti dal Rossoni paiono essere molto saggi; e tali da potere togliere del tutto i danni insiti nel regolamento vigente. Il punto fondamentale è tuttavia quello già detto: i marinai debbono avere piena libertà di scegliersi il proprio fiduciario, sia questi Giulietti od un altro; gli armatori debbono rassegnarsi a trattare con questo fiduciario, anche se essi nutrono per lui odio o disprezzo. Ma il fiduciario non deve presentarsi munito dell’augusta autorità dello stato, dotato del privilegio sovrano di prelevare imposte. Se così dovesse essere, se l’imposta del 2% sui salari dei marinai, non consentita sinora allo stato, dovesse essere attribuita a questa singolare entità statale, che è la F.I.L.M., allora io dico che bisogna andare avanti, sino alle logiche conseguenze del principio: la F.I.L.M. deve cessare di essere una organizzazione privata; essa deve trasformarsi in un ente pubblico, con sistemi elettivi stabiliti per legge, con rappresentanze ufficiali degli armatori, dello stato maggiore, dei marinai, con assemblee pubbliche, con bilanci soggetti all’approvazione dell’autorità tutoria ed alla pubblicità. Tuttociò è possibile; ma implica la trasformazione della industria marinara, la più libera tra le industrie, la più soggetta alla concorrenza mondiale in una industria pubblica. Bisogna riflettere seriamente prima di sancire una trasformazione che potrebbe significare la morte della marina mercantile italiana.

 

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