Le influenze politiche nei rapporti tra organizzazioni padronali e operaie

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/07/1924

Le influenze politiche nei rapporti tra organizzazioni padronali e operaie

«Corriere della Sera», 25 luglio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 748-751

 

 

 

Lo statistico, il quale è abituato ad osservare una certa regolarità nei fenomeni sociali non può non essere sorpreso nel constatare l’improvvisa caduta quasi a zero, rivelataci pel 1923 dalle statistiche ufficiali italiane, di un fenomeno, come gli scioperi, le cui punte erano sempre andate crescendo e le cui minime erano per lo più superiori a quelle precedenti. Paesi «dove non si sciopera», checché un tempo si favoleggiasse della Nuova Zelanda, non esistono; ed è economicamente inspiegabile che l’Italia costituisca una singolarità. Forse la spiegazione è data da talune recenti dichiarazioni del presidente del consiglio, le quali, se furono esattamente riferite, significherebbero che dopo l’ottobre 1922 il pendolo ha oscillato a favore degli industriali, i quali hanno potuto rimettere nelle loro imprese l’ordine sconvolto dalle agitazioni del tempo precedente.

 

 

La cifra delle serrate diminuita tanto meno di quella degli scioperi sarebbe un indice di questa maggiore padronanza sull’industria goduta dagli imprenditori. Ora parrebbe giunto il momento, secondo i dirigenti delle corporazioni fasciste e del governo, di dare anche agli operai una parte dei frutti della avvenuta riorganizzazione e dell’ondata di prosperità che pare si sia riversata sulle industrie.

 

 

Il problema è sempre quello antico. Le influenze politiche possono mutarne le forme, non ne intaccano la sostanza. La quale si potrebbe sintetizzare così:

 

 

Il mondo economico non ascende secondo una curva avente andamento regolare. L’industria, la ricchezza non salgono su una scala a gradini tutti uguali. Ci sono dei pianerottoli, delle fermate. Peggio, ci sono delle ondulazioni, degli avvallamenti. Si ridiscende, per pigliar lo slancio a nuove conquiste. Sotto tutti i regimi sociali – è antico il sogno di Giuseppe delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre – il mondo è proceduto attraverso ad ondulazioni. Per molte ragioni, i ribassi non sono meno benefici dei rialzi: impediscono ai fortunati di addormentarsi, eliminano i deboli e gli incapaci.

 

 

L’arte economica si è esercitata, non senza successo, durante il secolo diciannovesimo e in questo primo quarto del secolo ventesimo, nel difficilissimo compito di moderare la intensità delle oscillazioni. Manovrando il saggio dello sconto e facendo agire altri ordegni di quel delicatissimo meccanismo di orologeria che sono le banche, si è riusciti a far sì che gli zig zag fossero meno frequenti, meno bizzarri e che le ondulazioni fossero più lente e rotonde. Non ho dubbio che nei prossimi decenni assisteremo ad altri progressi notevoli. C’è in tutto il mondo, un fervore di studi in questo campo, che ha del meraviglioso e che porterà frutti cospicui. Gli studiosi collaborano con le banche; e queste hanno riconosciuto la necessità di istituire uffici studi, uffici di previsione.

 

 

A poco a poco, giova sperare che anche da parte operaia ci si persuaderà che i problemi più affascinanti dell’economia sono quelli di moneta, di banca e di borsa. I conflitti tra capitale e lavoro non sono che sforzi di adattamento alle vicende dei cicli economici.

 

 

Quando la curva economica va su, quando i prezzi delle merci vendute rialzano, quando i profitti salgono, quando i valori capitali delle azioni gonfiano, perché solo i salari dovrebbero star fermi? Quando la curva va giù, quando l’industria è in crisi, perché i salari dovrebbero rimanere fissi ad un punto così alto da rovinare l’industria?

 

 

Il problema per lo più si risolve grossolanamente con gli scioperi o con le serrate. Scioperi di conquista di alte paghe nei tempi buoni, di resistenza contro le diminuzioni nei tempi cattivi; serrate di imprenditori per obbligare gli operai a ribassare le pretese nei tempi di crisi.

 

 

Se il sistema degli scioperi è grossolano, ciò non vuol dire che il problema di adattamento non esista. Col negarlo, col vietare di fatto il diritto a scioperare, non lo si risolve. Bisogna sapere quale altro metodo di adattamento sia preferibile allo sciopero od alla serrata.

 

 

Gli empiastri, tipo partecipazione ai profitti, controllo operaio, arbitrato obbligatorio, sindacati misti di operai e padroni, non giovano. I primi cadono nel difetto di distruggere l’iniziativa imprenditrice, di convertire l’impresa creatrice di profitti e di valori in una funzione burocratica consumatrice dei profitti altrui. Gli altri – arbitrato obbligatorio e sindacati misti, tipo corporazioni medievali e fasciste – suppongono che il problema possa essere risoluto da uno stato paterno, da uomini imparziali, sapienti e onniveggenti. Utopie tratte da leggende medievali.

 

 

In verità, il problema non si risolve che affrontandolo. Gli industriali debbono persuadersi che la tranquillità e la pace nelle loro imprese, essi non la possono assolutamente sperare in modo duraturo da una forza esteriore, sia pure da un governo. Gli operai devono ficcarsi in testa che la rottura della macchina economica, che il controllo sulle fabbriche, che la violenza non cagionano altro che rovine, e che la conquista del potere politico non significa capacità di gerire la macchina economica.

 

 

La pace non si trova se non discutendo, faccia a faccia, tra eguali organizzatori padronali ed organizzatori operai che debbono saper trovare, caso per caso, la formula del compromesso. Purché nessuna forza esteriore, nessun governo dia ad alcuna organizzazione alcun privilegio, purché tutte le organizzazioni abbiano eguale diritto di accaparrarsi i gregari delle due parti, in regime di libera discussione, si troverà la via d’uscita.

 

 

Grandiosi progressi sono stati compiuti anche in questo campo. Sta creandosi un meccanismo di adattamento simile a quello che nei rapporti fra imprenditori e risparmiatori agisce attraverso gli ordegni bancari. Il meccanismo è tanto più perfetto quanto meno i governanti se ne interessano. Esso consiste sovratutto nelle doti di esperienza, di tatto, di conoscenza minuta tecnica delle industrie ed economica dei mercati possedute dagli organizzatori padronali ed operai. Ci vogliono delle generazioni per formare questo prezioso ceto di intermediari. E ad ogni generazione, gli uomini periti, che hanno in sé riassunto l’esperienza del passato, debbono combattere contro gli arruffoni, contro i chiacchieroni, contro i semplicisti.

 

 

In Italia siamo appena al principio della creazione di questo delicatissimo meccanismo umano di risoluzione dei problemi del lavoro. Perché possa essere costruito, bisogna però che tutti, padroni ed operai, si persuadano che la pace sociale non può essere largita. Deve essere frutto di conquista, di sforzo perseverante. Bisogna faticar molto, faticar sempre per toccare così alta meta. Il silenzio non vuol dire pace.

 

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