Le istituzioni militari e le condizioni politiche e sociali

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 25/07/1899

Le istituzioni militari e le condizioni politiche e sociali

«La Stampa», 25 luglio 1899

 

 

 

Conoscevo da parecchi anni di fama il signor Enrico Barone quale autore di parecchie magistrali memorie economiche che a lui valsero il plauso dei più valenti economisti italiani e stranieri; ed abituato a vedere coltivata in Italia l’economia politica sul serio unicamente dal ceto dei professori universitari, fu grande la mia meraviglia, quando, avendo avuto occasione di essergli presentato, mi vidi comparire dinanzi un gigantesco tenente- colonnello di Stato Maggiore, professore di strategia e di storia delle istituzioni militari alla Scuola di guerra di Torino. L’accoppiamento di due cose così disparate come l’economia politica e la strategia ha infatti in sé qualcosa di strano.

 

 

Nella nostra epoca di specializzazione ad oltranza l’attendere con fortuna e plauso dei competenti, a due ordini di studi così diversi è di per se stesso un fenomeno che merita di essere rilevato e che dimostra del resto quanto bene possa fare alla mente dello scienziato indagatore il riposarsi dalle affaticanti ricerche in una data scienza coll’attendere ad altri studi completamente diversi. Del resto questa versatilità di studi sembra propria a parecchi fra gli economisti che attualmente onorano Torino; mi basti ricordare le traduzioni in martelliani italiani delle commedie latine di Plauto, dovute a S. Cognetti De Martiis, professore di economia nella nostra Università, ed il libro sulla metrica di Walt Whitman, scritto da P. Jannaccone, libero docente della stessa materia a Torino. Il tenente-colonnello Enrico Barone è dunque nel tempo stesso un economista ed un militare.

 

 

Frutto di questa duplice tendenza del suo spirito è un breve scritto su Le istituzioni militari e le condizioni politico-sociali[1], di cui voglio rendere conto oggi ai lettori della Stampa.

 

 

Uno stratega che non fosse stato anche un economista non avrebbe potuto scrivere queste pagine, dove tanta luce è gittata sul processo formativo delle istituzioni militari. Finora queste erano state considerate quasi come un fenomeno di per se stante, avulso dal movimento storico di tutte le altre istituzioni sociali.

 

 

Alcuni insigni, fra cui lo Zambelli ed il Marselli, avevano intuito bensì che il complesso delle condizioni sociali e politiche era tra i fattori dell’evoluzione militare il più importante; aveva bensì il Cousin affermato essere gli eserciti uno specchio così fedele del loro tempo, che, supponendo perduto ogni monumento storico di una data nazione, purché vivessero le memorie del suo stato militare e del suo modo di fare la guerra, se ne sarebbe potuto indurre tutto il suo stato politico e sociale; ma col fatto, allorché si passava al concreto, le indagini o si arrestavano a proposizioni vaghe, prive di soddisfacente base induttiva, ovvero si limitavano a cogliere certi caratteri più formali che sostanziali.

 

 

Il concetto geniale e lungamente meditato del Barone è il seguente: riannodare la storia delle istituzioni militari alla storia delle istituzioni politico-sociali.

 

 

Secondo il Barone, non è difficile allo studioso militare, il quale disponga di una conoscenza non superficiale degli studi recenti sulle Società, di cogliere induttivamente questa legge, che, considerando le cose nelle loro grandi linee, a certi salienti caratteri politico-sociali corrispondono certi salienti caratteri militari; vale a dire che i motivi per cui si fa la guerra, il modo come è foggiato lo strumento che si adopra, l’esercito, e il modo stesso come codesto strumento è impiegato – cioè la condotta della guerra – non sono che semplici soprastrutture del complesso delle condizioni politiche e sociali e di queste ultime docilmente seguono le variazioni.

 

 

Di più: la guerra non è che un mezzo con cui si formarono i moderni Stati vasti e popolosi, in cui una parte della popolazione si rassegna a lavorare per sé e per le classi dirigenti e intellettuali.

 

 

Mentre all’origine delle Società umane, allo stato selvaggio, un’orda di uomini non potea far servire a scopo di utilità sua un’altra orda che dandole la caccia e divorandola; mentre più tardi, i popoli pastori e cacciatori, impossessandosi dei terreni da caccia più pingui e dei pascoli più ubertosi dei vicini, non più divorarono questi, ma si determinarono ad ucciderli, non sapendo come sfruttarli, perché pericoloso era dar loro le armi e fare che essi cacciassero in pro dei vincitori; giunte allo stadio dell’agricoltura, le popolazioni vincitrici trovarono assai più utile che il distruggere i vinti, aggiogarli per sé al lavoro delle terre che avevano a loro tolte.

 

 

Così la guerra si affina col trasformarsi degli ordinamenti sociali; prima conduce al cannibalismo, in seguito alla schiavitù ed alla servitù. Sorgono gli Stati feudali in cui i guerrieri della tribù invaditrice danno l’immagine di un vero esercito fissato al suolo che essi hanno diviso fra loro ed i sacerdoti, dopo averlo conquistato, e che essi sono interessati a difendere.

 

 

Scomparso il feudalesimo di fronte alle moderne monarchie accentrate, mutano eziandio le forme ed i moventi della guerra. Nelle monarchie accentrate vediamo le guerre tendere non più alla confisca delle terre dei vinti, come nelle guerre precedenti, ma tendere ad impadronirsi del governo loro, ad allargare insomma la cerchia dei governati, per avere più larga base all’imposta, i cui proventi sono veri appannaggi dei governanti. Ecco perché vediamo, parallelamente all’esistenza delle grandi monarchie, il fatto caratteristico, il quale dura più di tre secoli nell’evo moderno, di guerre il cui motivo, o il cui effetto per lo meno, è lo allargamento dei territori della Corona; di guerre che gli storici sogliono chiamare

«guerre dinastiche».

 

 

Ed ecco perché, infine, col tramonto delle monarchie assolute, con la più larga parte data alle masse nel governo, mentre da un lato il prodotto dell’imposta non è più appannaggio, quasi proprietà, dei governanti, ma è destinato a servizi pubblici; dall’altro e parallelamente, il movente o l’effetto economico ultimo della guerra non è più pel vincitore il permanente possesso del governo del vinto per sfruttarlo con l’imposta; il vincitore ricorre ad un mezzo ben altrimenti produttivo, e glielo fornisce il vasto e perfezionato sistema di credito che accompagna lo sviluppo della ricchezza, il qual sistema di credito gli dà modo di imporre e di ottenere, in una volta sola, contribuzioni colossali che mai avrebbe potuto ottenere col sistema precedente, proprio dei governi assoluti.

 

 

Quel medesimo ordine di considerazioni che spiegava il sorgere delle cosidette guerre dinastiche, ne spiega pure il tramonto, e dà il modo di intendere le cagioni remote di uno degli aspetti che la guerra assume ai dì nostri: le colossali contribuzioni pecuniarie pagate dal vinto al vincitore (ad es. i 5 miliardi della guerra franco-prussiana del 1870). Se il Barone mette in luce l’ultima concatenazione del fenomeno militare e dell’ambiente politico-sociale, esso non cade però nelle esagerazioni di coloro i quali ritengono che l’unico fattore determinante di tutti i fenomeni, compreso quello militare, sia il fattore economico. La gran massa degli uomini subisce gli influssi dell’ambiente; ma, per fortuna, vi sono stati e vi sono in tutti i tempi degli uomini i quali, con più o meno energia, contro l’ambiente reagiscono e lo sanno foggiare secondo i loro fini.

 

 

Costoro, codesti privilegiati, la fanno la storia; e sarebbe un travisare del tutto la realità, se dell’azione di codesti uomini e delle qualità loro nelle vicende storiche non si tenesse il dovuto conto. Sarebbe, ad esempio, falso credere che Napoleone, messo nelle condizioni di Federico il Grande, avrebbe fatto precisamente ciò che Federico fece, ovvero che a quest’ultimo sarebbe bastato di nascer mezzo secolo più tardi perché l’arte sua di guerra assumesse senz’altro i caratteri di quella napoleonica.

 

 

Questi, per somme linee, i pensieri fondamentali dello scritto del Barone, al quale una sola critica vogliamo fare, ed è di essersi rivolto con esclusività eccessiva al solo pubblico degli ufficiali allievi della Scuola di guerra torinese. Le sue indagini sono tali che interessano una cerchia ben più larga di lettori: dall’economista all’uomo di Stato, dal militarista ardente all’avversario della guerra, tutti possono trovare alimento a feconde considerazioni nelle dotte ed eloquenti pagine del Barone.



[1] Torino, Roux Frassati e C., Prezzo cent. 65.

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