Le medie dei prezzi sulle uve

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/08/1907

Le medie dei prezzi sulle uve

«Corriere della sera», 26 agosto 1907

 

 

 

La vendemmia si avvicina a gran passi ed i viticultori italiani sono grandemente preoccupati di una crisi di prezzi simile a quella che produsse le agitazioni del mezzogiorno della Francia. Un fattore di riduzione dei prezzi – e cioè l’abbondanza straordinaria del raccolto – non è possibile togliere di mezzo. Di buona o cattiva voglia bisogna adattarsi alle benedizioni come alle maledizioni del cielo. Ma vi sono altri fattori secondari di crisi nei prezzi che spesso sono molestissimi ai produttori; ed è bene che di essi i viticultori comincino a discutere. Uno di questi fattori di crisi, in anni di raccolto abbondante, è il modo di formazione dei prezzi. In una riunione del Sindacato vinicolo di Alba se ne è fatta una critica efficacissima che qui riassumeremo brevemente. Bisogna ricordare anzitutto che per le uve non esiste un mercato mondiale ed un prezzo quasi unico come per i cereali, i cotoni, le lane, ecc., e non vi è quindi quella uniformità e quella certezza nelle quotazioni che sono utilissime così al venditore come al compratore. Le uve sono di qualità diversissime da regione a regione, da paese a paese, spesso da vigneto a vigneto. Ogni produttore fa il suo prezzo; e solo si guarda, come a guida, alle medie dei Comuni dove si fanno i più grossi mercati. Ora a queste medie si fanno gravissimi rimproveri: 1) di essere spesso medie semplici e non ponderate, ossia di trattare alla stessa stregua tanto un contratto di 100 quintali come uno di 1000; 2) di tener conto solo delle uve che sono portate sul mercato e trascurare quindi le numerose uve, quasi sempre le migliori, che sono vendute alla vigna; 3) di non tenere conto nemmeno di tutte le uve portate sul mercato, alcune delle quali non sono vendute a prezzo fisso, ma al prezzo risultante dalla media o a un tanto di più; 4) di danneggiare i venditori, perché i compratori coalizzati, comprano solo le uve più cattive, durante le ore di mercato, ed ottengono così di far pubblicare una media bassa. E poi, finito il mercato, comprano le uve migliori così artificialmente deprezzate, che i venditori, spesso di lontane provenienze, non possono riportare senza perdita e dispendio forte alla vigna.

 

 

Vi fu chi al Congresso di Alba propose addirittura di abolire le medie, argomentando da questi difetti. Ma la maggioranza fu contraria, principalmente perché, se le medie sono difettose, sono tuttavia l’unica guida che produttori e commercianti possono seguire per orientarsi nelle loro contrattazioni. Certo è che importa moltissimo di dar opera a che le medie riescano la rappresentazione più genuina della verità. A tal uopo bisognerà tener conto non solo del numero ma anche dell’importanza delle vendite, non trascurare le vendite fatte alla vigna, e neppure quelle vendute sul mercato alla media o ad un prezzo superiore alla media. La questione è sovratutto tecnica; e perciò sarà utilissimo che le commissioni incaricate delle mercuriali sieno composte colla massima cura ed in eque proporzioni, di rappresentanti dei venditori e dei commercianti.

 

 

Intanto è bene che il problema sia stato posto e che tutti i Comuni viticoli sappiano che le mercuriali debbono essere compilate colla più grande esattezza, tenendo conto delle notevoli raccomandazioni fatte nel Congresso d’Alba.

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